BLUE JASMINE (2013)

Un film di Woody Allen – USA - Commedia. Durata: 98’, 2013

Con Cate Blanchett, Alec Baldwin, Peter Sarsgaard, Alden Ehrenreich, Michael Stuhlbarg, Bobby Cannavale, Louis C.K., Sally Hawkins, Max Casella, Charlie Tahan, Steven Wiig, Andrew Dice Clay, Tammy Blanchard, Vanessa Ross, Tom Kemp, Catherine MacNeal, Glenn Fl

Di fronte al fallimento di tutta la sua vita, compreso il suo matrimonio con un ricco uomo d'affari, Jasmine -una donna elegante e mondana newyorchese- decide di trasferirsi nel modesto appartamento della sorella Ginger a San Francisco, per cercare di dare un nuovo senso alla propria vita. La sua mente è annebbiata dall’effetto dei cocktail di farmaci antidepressivi. Non sopporta Chili, il fidanzato di Ginger che considera un "perdente", né il suo ex marito Augie. La sorella le suggerisce di intraprendere la carriera di arredatrice d’interni, un impiego che intuitivamente potrebbe essere alla sua altezza. Jasmine accetta però un lavoro come receptionist in uno studio dentistico, dove attira le attenzioni indesiderate del suo capo, il dottor Flicker.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
(…) Il segreto, in questo caso, è lo spiazzamento. I distributori, per esempio, non avevano idea di come lanciare il film, e hanno predisposto un pessimo trailer con le poche gag presenti nel film per convincere il
pubblico che pur sempre di commedia si trattava. E così, guardando lo spot, molti hanno pensato a un Woody Allen gracile e poco ispirato. Poi sono arrivate le lodi e le candidature, infine il film nelle nostre sale. Ed era evidente, anche nella prova empirica del sedersi con gli
altri spettatori al cinema, che le attese erano diverse. Parafrasando l'acuta formula creata da Alberto Pezzetta per la commedia all'italiana, in Blue Jasmine prima si ride, poi ci si sforza di ridere, infine ci si accorge che non c'è niente da ridere. (…) Nevrotica, ma stavolta seriamente depressa (si scopre a un certo punto,
raggelando, che ha subito un elettroshock). Infelice, soprattutto. Un'infelicità che Allen racconta con grande precisione, e prendendosi il tempo che serve, anche attraverso flashback che via via compongono un puzzle psicologico in grado di fungere da "retroilluminazione"
su quanto visto fino a quel momento: le illusioni e le disillusioni, gli inganni e le ipocrisie, la grettezza e lo scarso amore familiare, lo sconquasso emotivo dell'infanzia e le sue ramificazioni sul presente. Lo stile, come del resto nei suoi film più riusciti, si asciuga fino a raggiungere una precisione chirurgica. I passaggi
temporali, suggeriti da semplici quanto improvvise accensioni proustiane, sono secchi e puliti. La sceneggiatura, che talvolta sembra sul punto di girare a vuoto, è pronta a fornire immediata giustificazione all'essenzialità di questa o di quella sequenza, di questo o di quel personaggio secondario. (…) Dunque Allen, cantore della borghesia newyorkese (e per questo spesso irritante agli occhi della cinefilia dura e pura), poi più di recente analista delle menzogne dei ricchi, diviene qui pessimista a tutto campo: le classi non s'incontrano e, quando lo fanno, si scoprono umanamente mediocri
allo stesso modo, neghittose, incoerenti, e sempre pronte a incolpare altri per i proprio fallimenti esistenziali. Nella parabola di Jasmine, qualcuno potrebbe anche intravedere una metafora dell' America intera:
prima vive al di sopra delle proprie possibilità(col compagno milionario), poi un crash finanziario la getta in povertà (le truffe in borsa), quindi cerca di ristrutturare il capitalismo (Jasmine in cerca di un sostituto, altrettanto ricco, del marito) e infine rimane sola, infelice e piangente (Jasmine sulla panchina). Inutile, forse, spingersi troppo in là. Basta la suggestione, però, a scoprire un Woody Allen in sintonia con i tempi, sorprendentemente informato sullo stato
psicologico della nazione, autore di un film cui non servono i sostegni della gloria accumulata per brillare di luce propria.
(Roy Menarini – Segnocinema)

Film attualissimo e feroce, il nuovo Woody Allen, Blue Jasmine, è un'inaspettata non-commedia che nasconde dietro a una premessa più volte visitata dal cinema hollywoodiano classico (per esempio nel capolavoro di Preston Sturges, I dimenticati) uno dei personaggi più
irredimibili che la satira alleniana abbia mai architettato. (...) Nel triangolo tra le sorelle e il fidanzato, Allen strizza l'occhio a Tennessee Williams. Non guasta che Cate Blanchett sia stata un'applauditissima Blanche Dubois in una produzione di Un tram chiamato
desiderio messa in scena a Brooklyn qualche anno fa. Ma il rimando è puramente di superficie: il film è privo delle tensioni psicosessuali della pièce di Williams e Jasmine non è mai tragico/patetica come Blanche. È però immutabile, come scolpita nel granito - incapace di
rispondere al telefono dello studio medico dove l'assumono per pietà, di trattare umanamente i clienti, di divertirsi, di capire la gioia altrui e, alla fine, persino di farsi sposare da un giovane politico rampante opportunisticamente interessato al suo pedigree di moglie d'alto bordo. Il personaggio artificiale e vuoto che ha inventato per se stessa, le impedisce infatti di rifarsi una vita diversa dai valori di quella da cui è stata espulsa. Tennessee Williams morfa in Dostoevskij. E, dietro al volto aristocratico, gelidamente luminoso e
stranito, di Blanchett e alle dolci brezze della San Francisco Bay, emergono i neri cupissimi di Crimini e misfatti. Il ritorno in America di Woody Allen è segnato da un fortissimo scarto tonale rispetto alle più ariose, produzioni realizzate durante il gran tour europeo degli
ultimi anni. Ricchissimi e non possono coesistere secondo questa parabola made in Woody: siamo decisamente nella New York (e nel mondo) di Michael Bloomberg. Il racconto di due città di Bill De Blasio non
è ancora nemmeno all'orizzonte. E in Blue Jasmine non c'è un'astronave scassata con cui i poveracci possono partire alla conquista di Elysium. Così Allen regala alla sua indomita «eroina» - perversamente artefice, si scoprirà, della sua stessa catastrofe - un finale implacabile, di tristezza terribile. Oltre il punto di non ritorno.
(Giulia D'Agnolo Vallan – Il Manifesto)

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