PHILOMENA (2013)

Un film di Stephen Frears – GRAN BRETAGNA, USA, FRANCIA - Drammatico. Durata: 94’, 2013

Con Mare Winningham, Judi Dench, Michelle Fairley, Steve Coogan, Charlie Murphy, Sophie Kennedy Clark, Anna Maxwell Martin, Charles Edwards, Simone Lahbib, Nichola Fynn, Neve Gachev, Sean Mahon, Fiaz Ali, Mark Vincent

Irlanda, 1952. Philomena Lee, ancora adolescente, resta incinta. Cacciata dalla famiglia, viene mandata nel convento di suore di Roscrea, una cittadina nella contea di North Tipperary. Per ripagare le religiose delle cure che le prestano prima e durante il parto, Philomena lavora nella lavanderia del convento e può vedere suo figlio Anthony un'ora sola al giorno. A tre anni il bambino le viene strappato e dato in adozione a una coppia americana. Per anni Philomena cercherà di ritrovarlo, fino a quando nel 2002, incontra Martin Sixmith, un disincantato giornalista, accetta di accompagnarla negli Stati Uniti alla ricerca di Anthony. Il film racconta la storia vera di una madre alla ricerca del figlio perduto raccontata nel libro "The lost Child of Philomena Lee", pubblicato nel 2009.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
(…) Frears ancora una volta si concentra su un ritratto di donna a un bivio dell'esistenza, mostrandocene le debolezze e i dubbi, ma anche la tenacia nel perseguire la verità. Philomena infatti deve fare i conti con il proprio passato per poter continuare a vivere. Il ricordo dello straziante addio al figlio la tormenta da anni, così come le menzogne che ha dovuto raccontare in famiglia per mantenere il segreto. A cinquant'anni di distanza Philomena è alle prese con un conflitto interiore: non sa se sia stato più grave il peccato compiuto cedendo, più o meno consapevolmente, ai piaceri della carne, oppure aver mentito a lungo cancellando il suo errore, che riaffiora dopo un'impossibile rimozione di fronte a una foto ingiallita dal tempo e tenuta nascosta. Martin è il degno sodale di Philomena: anche lui si trova a un bivio
esistenziale, oltre che professionale. Accusato di essere il responsabile di un errore di comunicazione quando lavorava per il governo Blair, Martin perde il lavoro, viene deriso e abbandonato, come se fosse anche lui un reietto, un uomo perduto. In crisi depressiva, lui, abituato a snobbare le cosidette storie di vita vissuta, considerate terreno di caccia per tabloid capaci solo di ottenebrare le
menti di lettori un po' stolti, accetta senza troppa convinzione di aiutare Philomena nella ricerca del figlio, sperando così di tornare a galla con una storia forte, magari spingendo il pedale sulla crudeltà della Chiesa irlandese e sugli errori delle suore cattoliche. La strana
coppia dà vita fin dal primo incontro a disarmanti quanto divertenti duetti. All'inizio non si capiscono, le reciproche battute cadono nel vuoto, non parlano la stessa lingua. Lui sicuro, colto, disincantato. Lei semplice, ignorante – quando dice di non voler essere citata con il suo nome vero sceglie come pseudonimo Anna Bolena, non sapendo assolutamente di chi si tratti – dai gusti popolari e un po' naif: lo stupore verso i privilegi del lusso in aereo o in albergo, il gusto per i film demenziali o per i romanzetti rosa dai titoli improbabili. Tuttavia in diverse occasioni Philomena si mostra più a suo agio con le
persone che le stanno vicino, compresi gli sconosciuti, è capace di distillare una saggezza impensabile e di riconoscere subito, con i suoi
giudizi trancianti ma efficaci, di chi non è bene fidarsi. Philomena ha anche delle certezze: la fede che ne ha fatto una persona dallo sguardo benevolo, nonostante la vita l'abbia sconquassata per bene. Per questo
Philomena alla fine sceglie la via del perdono, laddove Martin preferirebbe quella della punizione, nel momento in cui emerge la verità sul convento. (…)
(Mariolina Diana - Segnocinema)

Stephen Frears è tornato. In Gran Bretagna - dopo la sfortunata trasferta statunitense su commissione di Una ragazza a Las Vegas - ma soprattutto nel proprio cinema, calligrafico finché si vuole ma a suo modo unico nel coniugare rigore, amarezza, ironia e geometrie formali.
Appoggiandosi alla storia vera di Philomena Lee - rinchiusa in convento poiché incinta sul finire degli anni 50 e poi costretta ad abbandonare il fanciullo, adottato da una coppia americana - costruisce un tessuto pesante di reminiscenze, colpe ed espiazioni intorno alla donna, corpo resistente sulle cui pieghe interiori si nascondono piaghe ancora sanguinanti. Alla vicenda dell’anziana signora si affianca il contemporaneo sarcasmo veicolato da Martin Sixsmith, giornalista emarginato dalla BBC e intento a dipanare la nebbia attorno alle verità rinchiuse nel convento di Roscrea, Irlanda. Il comico Steve Coogan lavora di scrittura dissacratoria - tra stilettate di Martin all’intransigenza cattolica e reticenze di una Philomena ancora succube del retaggio a lei imposto in tenera età - mentre Frears contrappunta in regia con ricercata filologia estetica. La macchina da presa segue i
tempi che rappresenta, ora sprofondando nel passato con meccaniche di ripresa pesanti e filtri di “grana” spessa, ora adattandosi al presente “liquido” con scivolamenti leggeri da un luogo all’altro in camera car, o da un personaggio all’altro in carrelli invisibili, quasi
immateriali. Quella di Frears è l’operazione audiovisiva di un maestro di cinema nuovamente impegnato in un progetto stimolante, socialmente stratificato e reso personale da una messa in scena sofisticata e dalla
direzione d’attori frontale di chiara derivazione teatrale, con Judi Dench primadonna di inarrivabile (ma mai fagocitante) carisma. La riflessione sulle radici (le aberrazioni clericali, la diaspora irlandese, la liberazione sessuale americana, il cinismo del giornalismo
d’inchiesta, lo scontro del figlio gay di Philomena con l’arretratezza ideologica repubblicana di Reagan e Bush Sr.) incontra il presente quando la protagonista visiona i nastri super8 del figlio, custoditi dal compagno americano. Il linguaggio filmico diviene così componente metafisica, capace di traghettare lo spirito del tempo attraverso le generazioni e di colpirci con le sue possibilità emozionali. In Philomena, lavoro solido e meticoloso, Frears ribadisce con forza la propria visione della settima arte: per lui, il cinema e i suoi racconti sono soprattutto questioni di stile, di forma, di estetica applicata ai sottotesti.
(Claudio Bartolini – FilmTv)

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