IL FONDAMENALISTA RILUTTANTE (The Reluctant Fundamentalist) (2013)

Un film di Mira Nair – USA - Thriller. Durata: 128’, 2013

Con Liev Schreiber, Kate Hudson, Kiefer Sutherland, Nelsan Ellis, Martin Donovan, Christopher Nicholas Smith, Riz Ahmed, Victor Slezak, Clayton Landey, Cait Johnson, Ismail Bashey

Nel 2010, mentre imperversano le manifestazioni studentesche a Lahore, un giovane pachistano, il professor Changez Khan viene intervistato dal giornalista americano Bobby Lincoln. Changez, che ha studiato a Princeton, racconta a Lincoln il suo passato di brillante analista finanziario a Wall Street. Parla del luminoso futuro che aveva davanti, del suo mentore, Jim Cross, e della bellissima e sofisticata Erica, con la quale si preparava a condividere il futuro. All’indomani dell’11 settembre, il senso di alienazione e il sospetto con il quale viene improvvisamente trattato, lo riporta nella sua terra di origine e dalla sua famiglia, alla quale è molto affezionato. Il suo carisma e la sua intelligenza lo fanno subito diventare un leader sia agli occhi degli studenti pachistani che lo adorano sia del governo americano che lo guarda con sospetto.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Tratto da un romanzo di grande successo di pubblico e critica dello scrittore pakistano Mohsin Hamin del 2007, il nuovo film di Mira Nair, ben servito da un buon cast, a partire dal protagonista Riz Ahmed, esplora volonterosamente ma con mano un po’ pesante e un’eccessiva propensione al melodramma un conflitto di civiltà vissuto dall’interno. Ne è protagonista Changez, giovane pakistano prima entusiasta protagonista del “sogno americano”, tra università prestigiose, carriera
ben pagata a Wall Street e fidanzata di ottima famiglia e brillante artista, e poi critico disamorato fino, forse, alle estreme conseguenze. Il film articola, a partire dalla criptica costruzione dialogica del romanzo,una cornice tra il thriller e la spy story, dove la posta in gioco di una conversazione che nasconde ostilità e non detti sotto un velo di ambiguità e cortesia è la vita di un uomo,
apparentemente un mite professore, che forse però nasconde legami con la Cia. La vicenda esistenziale di Changez, prima accolto a braccia aperte dal capitalismo affaristico e spietato e da una donna tormentata e forse incapace di amare ancora per davvero, e poi respinto e fatto oggetto di sospetti racconta di un rapporto di amore-odio malato tra Oriente e Occidente e forse senza possibilità di guarigione. Changez, uomo ormai senza una vera patria, né quella originaria e perduta, né quella d’adozione solo illusoriamente conquistata, nella visione di Hamin e poi in quella della Nair, si trova a fronteggiare due opposti fondamentalismi, quello più prevedibile dei musulmani estremisti, e quello più sottile ma altrettanto devastante di un capitalismo che sacrifica il singolo a calcoli senza pietà e senza misericordia. Il film vive della contraddizione tra momenti drammaticamente potenti, come quello in cui Changez ammette la propria reazione di istintivo entusiasmo, prima che di umana pietà, di fronte all’audacia dell’azione dei terroristi dell’attacco al World Trade Center, e lo svolgimento più
banale e prevedibile della storia con la ricca Erica,legata morbosamente al ricordo del fidanzato defunto, che diventa simbolo fin troppo trasparente 8e a volte forzato) dell’America pre e post 11 settembre. Ma se il distacco da Erica è combattuto e pieno di dolore,
il Changez “maturo” descrive con un’analisi critica – che suona un po’ troppo manipolatoria e autoassolutoria anche per un ascoltatore più ben disposto del suo interlocutore misterioso – un’America ottusa e incapace di uscire dal dolore della perdita, che risponde alla violenza con una sproporzionata violenza, facilmente qualunquista nella caccia al diverso, dove una barba diventa il simbolo di un’identità odiata e respinta senza mezzi termini. In questo Il fondamentalista riluttante è l’espressione coerente di una mentalità “anticolonialista” comune sia
al sentire comune del mondo arabo che di recente si è visto espresso in forme più o meno estreme anche nelle immagini dei telegiornali, sia ad una larga parte del mondo intellettuale occidentale. Di fatto, come hanno fatto notare anche alcuni studiosi di integrazione, i fenomeni di discriminazione e violenza che colpiscono in America i musulmani sono statisticamente meno rilevanti di quelli contro ebrei e omosessuali.
A confronto con la complessità senza risposte definitive del romanzo originale, comunque, Mira Nair sceglie, a parere di chi scrive con una certa dose di slealtà, di abbracciare, oltre a una struttura di genere riuscita a metà, una contrapposizione moralmente priva di sfumature, sottolineata tanto dalla narrazione quanto dalla musica e dalla fotografia (fredda e senz’anima quella della New York delle corporation, dei guadagni e dei tagli al personali, calda, avvolgente e “profumata” quella di Lahore). E se c’è forse una speranza, nel dramma e nel dolore, per il fondamentalista riluttante Changez, non se ne intravede (per lo meno qui) una per l’America muscolare e sconfitta, più ancora sul piano spirituale che su quello pratico, sia quella
dell’intellettualità, del denaro o della CIA: che guadagno c’è a conquistare il mondo se si è persa l’anima? (Laura Cotta Ramosino – Sentieri del Cinema)

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