LA GRANDE BELLEZZA (2013)

Un film di Paolo Sorrentino – ITALIA - Drammatico. Durata: 142’, 2013

Con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Piero Gimondo, Isabella Ferrari, Serena Grandi, Giorgio Pasotti, Massimo Popolizio, Giulia Di Quilio

Il film è ambientato e interamente girato a Roma. Dame dell'alta società, parvenu, politici, criminali d'alto bordo, giornalisti, attori, nobili decaduti, alti prelati, artisti e intellettuali veri o presunti tessono trame di rapporti inconsistenti, fagocitati in una babilonia disperata che si agita nei palazzi antichi, le ville sterminate, le terrazze più belle della città. Ci sono dentro tutti. E non ci fanno una bella figura. Jep Gambardella, 65 anni, scrittore e giornalista, dolente e disincantato, gli occhi perennemente annacquati di gin tonic, assiste a questa sfilata di un'umanità vacua e disfatta, potente e deprimente. Tutta la fatica della vita, travestita da capzioso, distratto divertimento. Un'atonia morale da far venire le vertigini. E lì dietro, Roma, in estate. Bellissima e indifferente. Come una diva morta.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Prima o poi i conti con Roma toccano a tutti: a chi ci è nato, a chi ci si è trasferito, a chi ha sempre cercato di evitarla. Sorrentino, che nella capitale è andato ad abitare con la famiglia da non molti anni, aveva spesso ambientato i suoi film altrove: a Napoli, in Svizzera, a
Sabaudia, addirittura negli States. C'era stato Il divo, naturalmente, ma lì Roma entrava di rimbalzo, quasi controvoglia. Adesso, a 43 anni (li compie alla fine di maggio), deve aver pensato che fosse arrivato il
momento giusto. E infatti il titolo-omaggio (La grande bellezza) si materializza proprio dietro il panorama dei tetti cittadini, vago come una specie di miraggio. Che sia difficile da afferrare ? la bellezza ma anche la città ? lo dirà verso la fine del film il protagonista, con una di quelle frasi che risuonano come eco di situazioni già viste e che il regista (autore anche della sceneggiatura con Umberto Contarello) usa con incontrollata frequenza, finendo per mortificare un po' quella magia visiva che a tratti sa regalare. Perché il nodo di un film ambizioso e misterioso insieme, a volte affascinante nella sua visionarietà, è proprio questo, di un dialogo fin troppo ricercato nella sua letterarietà e che finisce per apparire ridondante e persino sentenzioso. Come se lo sceneggiatore non fosse al servizio del regista ma in gara con lui, alla ricerca di un attestato di bravura doppia
(scritta e visiva) che però fatica ad arrivare. (…) Inutile far finta che il modello di partenza non sia La dolce vita, a cui regala alcune citazioni e di cui riprende la struttura narrativa disarticolata, senza vere coordinate temporali. Ma il paragone con Fellini (che lo stesso regista giudica «improponibile» per «manifesta superiorità»
dell'originale) finisce quasi subito, di fronte a un diverso sguardo sulle cose, ieri cosciente di trovarsi a un momento di svolta, dove i valori del passato stavano crollando travolti dalla fine di tante illusioni, oggi invece meno lucido e severo rispetto a uno squallore che
sembra senza responsabilità e senza colpe. (…) Ecco, nonostante gli sforzi del Sorrentino regista (e degli attori, tra cui vanno ricordati
almeno Iaia Forte, Pamela Villoresi, Carlo Buccirosso, Isabella Ferrari e Roberto Herlitzka), il Sorrentino sceneggiatore dà l'impressione di voler percorrere una strada diversa, fatta di troppe citazioni letterarie (Celine, Flaubert due volte, Bellow, Dostoevskij e ne dimentico) e di facili giochini (Romona, Romano, Roma? Era proprio necessario?) alla fine dei quali ti sembra di ritrovarti al punto di partenza, senza aver capito molto della bellezza (e della bruttezza) di Roma
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

Le feste in serie, interminabili, i freak, le citazioni frivole, la noia, lo struscio, la stronza attrice che sta scrivendo un libro, l’attore che ama Proust ma anche Ammaniti, il pazzo, il poeta, il venditore puttaniere, il vescovo papabile esorcista che parla solo di cucina, la tardona, il provinciale, l’artista concettuale senza
concetto, i nobili a noleggio, le suore, le signore, la donna madre che vanta il suo impegno civile e famigliare scordando di citare l’aiuto del partito e dei domestici. «O Roma o morte!», si diceva. Ma qui sono già tutti trapassati, a partire dal turista che stramazza al suolo nella sequenza iniziale. Si danno un gran daffare per sembrare vivi, ballano, sparlano, ma in fondo lo sanno di avere una «vita devastata». Paolo Sorrentino accumula cose e persone, aneddoti e maschere, per
offrirci una (sacra e profana) rappresentazione del nulla, di Roma, Anno Domini 2013. Quel niente a cui Flaubert avrebbe voluto dedicare un romanzo (nessun soggetto o contesto, solo stile) e a cui il romanziere mancato Jep Gambardella ha dedicato tutta la vita, diventando “il re
dei mondani”. Lui è un virtuoso del vuoto, ma è anche l’unico davvero consapevole che la “dolce vita” romana non è neanche più amara o nostalgica o decadente, è pura vacuità. La macchina da presa di Sorrentino e Bigazzi non sembra avere pace, gira, avanza, vola, squadra, intrappola i suoi personaggi, non cerca di aggiungere o moltiplicare, ma di accompagnare, già tutti trapassati, a partire dal turista che stramazza al suolo nella sequenza iniziale. Si danno un gran daffare per sembrare vivi, ballano, sparlano, ma in fondo lo
sanno di avere una «vita devastata». Paolo Sorrentino accumula cose e persone, aneddoti e maschere, per offrirci una (sacra e profana) rappresentazione del nulla, di Roma, Anno Domini 2013. Quel niente a cui Flaubert avrebbe voluto dedicare un romanzo (nessun soggetto o
contesto, solo stile) e a cui il romanziere mancato Jep Gambardella ha dedicato tutta la vita, diventando “il re dei mondani”. Lui è un virtuoso del vuoto, ma è anche l’unico davvero consapevole che la “dolce vita” romana non è neanche più amara o nostalgica o decadente, è pura vacuità. La macchina da presa di Sorrentino e
Bigazzi non sembra avere pace, gira, avanza, vola, squadra, intrappola i suoi personaggi, non cerca di aggiungere o moltiplicare, ma di accompagnare,già tutti trapassati, a partire dal turista che stramazza al suolo nella sequenza iniziale. Si danno un gran daffare per sembrare vivi, ballano, sparlano, ma in fondo lo sanno di avere una «vita devastata». Paolo Sorrentino accumula cose e persone, aneddoti e maschere, per offrirci una (sacra e profana) rappresentazione del nulla,
di Roma, Anno Domini 2013. Quel niente a cui Flaubert avrebbe voluto dedicare un romanzo (nessun soggetto o contesto, solo stile) e a cui il romanziere mancato Jep Gambardella ha dedicato tutta la vita, diventando “il re dei mondani”. Lui è un virtuoso del vuoto, ma è anche
l’unico davvero consapevole che la “dolce vita” romana non è neanche più amara o nostalgica o decadente, è pura vacuità. La macchina da presa di Sorrentino e Bigazzi non sembra avere pace, gira, avanza, vola,
squadra, intrappola i suoi personaggi, non cerca di aggiungere o moltiplicare, ma di accompagnare,illuminare, la densità della scena, e poi scivola all’improvviso verso un qualche altrove, un mare sul
soffitto, un giardino silenzioso, una statua, un pezzo di cielo. Perché Jep-Toni Servillo è anche questo, una voglia di bellezza (di beatitudine?) rimasta incompiuta, che non può più salvare (forse), specchiata al contrario nell’aspirazione ascetica di una suora-quasi-santa. Tanti attori e comparse (si fa prima a dire chi non c’è, con
Verdone e la Ferilli a incarnare quel po’ di sana umanità che rimane), tanti episodi, tante citazioni (scrittura troppo densa?), Fellini ma anche Scola, albe, tramonti e fenicotteri. Sorrentino ha realizzato il suo film più ambizioso. Il “tanto” e il “troppo” sono insieme lo
strumento e il senso. E comunque «il viaggio che ci è dato è interamente immaginario».
(Fabrizio Tassi – Film Tv)

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