NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO (2012)

Un film di Pablo Larraín – CILE, FRANCIA, USA - Drammatico. Durata: 110’, 2012

Con Gael Garcia Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers, Marcial Tagle, Luis Gnecco, Diego Muñoz, Néstor Cantillana, Alejandro Goic, Jaime Vadell, Manuela Oyarzún

Nel 1988, il dittatore militare cileno Augusto Pinochet, a causa della pressione internazionale, è costretto a indire un referendum allo scopo di rimanere alla guida del paese. Il popolo dovrà decidere se far restare Pinochet al potere per altri otto anni. I leader dell'opposizione convincono un giovane e audace pubblicitario, di nome René Saavedra, a condurre la campagna per il NO. Con pochi mezzi a disposizione e sotto il controllo costante del dittatore, Saavedra e il suo team concepiranno un ambizioso progetto per vincere le elezioni e liberare il paese dall'oppressione.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
(…) In prima battuta, questo stile di ripresa brutto, sporco e cattivo produce un cospicuo effetto di presenza, quasi come se stessimo assistendo a un documentario, a un pedinamento. Tuttavia lo stile visivo di No funziona anche come una presa di distanza dai fatti narrati. Il film ha infatti come tema la relazione fra la politica e la
pubblicità: per poter dire di no alla dittatura politica i protagonisti del film devono dire di sì a un'altra dittatura, meno violenta ed esplicita ma non meno insidiosa: quella del marketing. Di fronte a questa scelta così sofferta e controversa per i protagonisti, lo stile scabro di No sembra porsi come un tentativo di dire di no - sebbene
soltanto a posteriori, a giochi fatti - non solo alla dittatura politica ma anche alla dittatura pubblicitaria, dicendo innanzitutto di no alla patinatura e alla gradevolezza delle immagini. Questa funzione negativa dello stile caratterizza anche il testo sonoro, con un ricorso molto raffinato al dolby (che assedia minacciosamente il protagonista nella sua casa accerchiandolo con i rumori del trenino elettrico e dei
cani che abbaiano) e un uso parsimonioso del commento musicale, in cui sporadici frammenti di repertorio classico (Brahms, Shostakovich, Sibelius) funzionano al tempo stesso come raccordi fra le scene e come
contraddizione dei corrivi motivetti usati dai pubblicitari. La narrazione è anch'essa segnata dall'ambivalenza nei confronti della pubblicità, che il film presenta come il farmaco che permette al Cile democratico di sconfiggere la dittatura, ma anche come il veleno che in qualche modo questo farmaco introduce irrimediabilmente nel corpo di una società. Nel raccontare la fine della dittatura No adotta dunque un tono che non è per nulla epico e trionfale ma piuttosto malinconico ed elegiaco. Non si tratta certo di provare una qualche nostalgia per la
dittatura di Pinochet, che il film mostra in tutta la sua turpitudine. Si tratta piuttosto di constatare quanto alto sia stato il prezzo da pagare per liberarsene, e quanto si sia dovuto sacrificare in termini di coerenza, di cultura, di valori etici ed estetici (che nella prospettiva di No sono forse tutt'uno). (…) Rene Saavedra è l'eroe che si fa carico dell'irruzione della pubblicità nella politica, è il cowboy contemporaneo che offre alla causa dei buoni quelle stesse armi culturalmente devastanti che il suo mentore Lucho Guzmàn (interpretato con la giusta cattiveria da Alfredo Castro, l'attore feticcio di Larraín) mette al servizio dei cattivi. Ma pur sempre di armi devastanti si tratta, tanto per gli sconfitti quanto per i vincitori: armi che finiscono per danneggiare culturalmente anche chi se ne serve con le migliori intenzioni, per il più nobile dei fini. Rene Saavedra lo sa bene, ed è per questo che al momento della vittoria non riesce a gioire veramente, non ce la fa a unirsi alla folla festante, e se ne va solitario come un cowboy vittorioso ma infelice, con lo skateboard al posto del cavallo.
(Enrico Terrone – Segnocinema)

Nel 1988, quando indice un referendum sulla sua permanenza al potere, Augusto Pinochet s'aspetta di trionfare. Costretto a ripulire la propria immagine internazionale, è convinto che alla libertà e alla giustizia i cileni preferiranno un ordine certo, per quanto costruito
su torture e omicidi. Da questa prospettiva realistica sulla disponibilità degli uomini e delle donne ad affidarsi al potere, qualunque esso sia, prende spunto No - I giorni dell'arcobaleno. Ispirandosi a un testo teatrale di Antonio Skármeta, Pablo Larraín e lo sceneggiatore Pedro Peirano raccontano come i partiti democratici Lo fanno montando vecchi filmati televisivi in formato 4:3 - si rivede Karol Wojtyla che sorride al dittatore soddisfatto, e gli stringe la mano - e per il resto girando con una macchina da presa analogica nello stesso formato. Le sequenze di finzione si fondono così con quelle di repertorio, e con esse si confondono, come se tutto accadesse davvero in quel tempo lontano, e con le immagini di quel tempo lontano. L'artefice della vittoria del no è René Saavedra (Gael García Bernal), un giovane pubblicitario. Cresciuto sotto il regime, René condivide il disegno politico dei socialisti, dei comunisti, dei democristiani che da 15 anni attendono la libertà. E tuttavia la sua formazione e la sua cultura non sono più quelle della generazione di Salvador Allende. È più
moderno, o se si preferisce è più "liberista". Sa che il mercato e il marketing governano le scelte dei cittadini, o meglio del pubblico. E sa come impostare una campagna pubblicitaria. Infatti, contro le aspettative del regime, convince i partiti democratici ad abbandonare
slogan rivendicativi e riferimenti al dolore passato, ai morti, alle ingiustizie. Niente si vende in questo modo, sostiene. Occorre invece dare al pubblico prospettive di felicità e di benessere, come se il prodotto da lanciare non fosse la libertà, ma una telenovela. Il no prevale, appunto. Pinochet perde il potere e al Cile si apre un futuro di democrazia. Ma può bastare questo a giustificare la sostituzione delle idee con la tecnica del marketing? In ogni caso, René torna a vendere telenovele. Quanto ai cileni, anzi quanto al pubblico dei
cileni - così sostiene Larraín - ora vivono in un nuovo ordine politico, libero come è libero il mercato. E al suo potere si affidano, comunque esso sia.
(Roberto Escobar - L'Espresso)

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