UN GIORNO DEVI ANDARE (2013)

Un film di Giorgio Diritti – FRANCIA/ITALIA - Drammatico. Durata: 110’, 2013

Con Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Pia Engleberth, Sonia Gessner, Amanda Fonseca Galvao, Paulo De Souza, Eder Frota Dos Santos, Manuela Mendonça Marinho, Federica Fracassi

Dolorose vicende familiari spingono Augusta, una giovane donna italiana, a mettere in discussione le certezze su cui aveva costruito la sua esistenza. Su una piccola barca e nell'immensità della natura amazzonica inizia un viaggio accompagnando suor Franca, un'amica della madre, nella sua missione presso i villaggi indios, scoprendo anche in questa terra remota i tentativi di conquista del mondo occidentale. Augusta decide così di proseguire il suo percorso lasciando la comunità italiana per andare a Manaus, dove vive in una favela. Qui, nell'incontro con la gente semplice del luogo, torna a percepire la forza atavica dell'istinto di vita, intraprendendo il "suo" viaggio fino ad isolarsi nella foresta, accogliendo il dolore e riscoprendo l'amore, nel corpo e nell’anima. In una dimensione in cui la natura assume un senso profetico, scandisce nuovi tempi e stabilisce priorità essenziali, Augusta affronta l'avventura della ricerca di se stessa, incarnando la questione universale del senso dell'esistenza umana.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Messi sulla strada dal titolo, forse esortativo forse imperativo - Un giorno devi andare - si esce dall'ultimo film di Diritti come raramente succede dopo un'opera italiana: come se non ci sia trovati di fronte a una «storia» da cui farsi prendere o respingere, ma piuttosto a un «pensiero» con cui misurarsi e magari anche lottare. Non un'avventura dell'immaginario dentro cui tuffarsi, ma una morale di vita (e di cinema) che ci interroga nel profondo. Non è una scommessa da poco: chiede allo spettatore di misurarsi con un'asticella molto alta, come raramente siamo abituati a fare (vengono in mente Alice
Rohrwacher, Leonardo Di Costanzo o Michelangelo Frammartino, ma sono forse esempi fuorvianti). E ti nasce anche il dubbio che il regista abbia voluto rendere di proposito un po' più arduo il percorso, scarnificando il personaggio, scegliendo i silenzi al posto delle parole, giocando dove possibile di sottrazione. A rivendicare un'idea di cinema non certo come spettacolo ma come «dialogo» tra due anime, quella della sua protagonista (e insieme del regista) e quella dello spettatore. Ce lo dice fin dalla primissima scena, quella di una luna velata dalle nuvole che si dissolve in una ecografia fetale e lascia un
silenzioso rimpianto sul volto di Augusta (Jasmine Trinca), italiana finita in Brasile su un battello con suor Franca (Pia Engleberth), a evangelizzare e aiutare le popolazioni indios del Rio delle Amazzoni. Portare il cristianesimo vuol dire anche aiutarli a sbarcare il lunario , secondo una logica di carità religiosa e umana insieme che la suora accetta senza porsi tante domande (o forse perché le sembra la risposta migliore a una situazione di «povertà» spirituale e materiale insieme) ma che Augusta non riesce a fare sua. Lo scopriamo poco a poco, mettendo insieme qualche notizia sul suo passato (un matrimonio finito per l'impossibilità di fare figli, un padre morto, una madre poco espansiva) e osservando i suoi comportamenti. È un'insoddisfazione che fa capolino in certi dialoghi ma soprattutto in molti silenzi e poi nello sguardo che Augusta posa su un mondo dove le contraddizioni sono molto più forti e stridenti della sua Italia. Questioni di sensibilità ma anche di morale e di rigore, dove l'occhio della protagonista diventa quello del regista e viceversa, lungo un percorso di
identificazione che contraddice molte delle regole non scritte del cinema tradizionale (come la «distanza» che dovrebbe esistere tra il creatore e i suoi personaggi) e che svela così il grado di coinvolgimento emotivo tra il regista e la materia trattata. (...) La coerenza e l'ambizione di Diritti (l'asticella alta di cui dicevo
all'inizio) non gli permettono di trovare facili scorciatoie. Un qualche finale consolatorio è fuori discussione. Forse avrebbe potuto trovare spazio in un film dove il regista si fosse sentito meno coinvolto, non qui. Un giorno devi andare diventa così l'esortazione/comando verso una vita dove tutto dovrebbe ritrovare un senso e che invece la protagonista riesce a trovare solo nel sorriso di un bambino (che dolorosamente finisce per ricordarle la sua impossibilità di procreare). E diventa anche la forza propulsiva di un cinema che deve continuare a cercare, senza accontentarsi di soluzioni rassicuranti e consolatorie. Dimostrandosi capace (anche contro il suo
interesse immediato) di sfidare le aspettative di un pubblico anestetizzato da troppe storie edificanti e troppi consolatori happy ending.
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

Giorgio Diritti, al terzo lungometraggio, si pone senza più alcun dubbio ai vertici del nostro cinema. Un giorno devi andare prosegue la ricerca iniziata con Il vento fa il suo giro e continuata con L'uomo che verrà. Certo, il passaggio da un film «sulla Resistenza» come L'uomo
che verrà a una via crucis tutta intima e personale come Un giorno devi andare farà storcere il naso a qualcuno. Ma speriamo tanto di non essere più nell'Italia degli anni '50, dove Rossellini veniva lapidato per aver «tradito» gli ideali resistenziali di Roma città aperta in film come Viaggio in Italia e Europa 51. Speriamo tanto sia vero il
contrario: proprio Europa 51, dramma di una donna (Ingrid Bergman, in quel caso) che si spoglia francescanamente della propria ricchezza borghese per andare fra i diseredati, sembra essere un film-guida di
tanti cineasti italiani di oggi. Lo è stato sicuramente per Alice Rohrwacher in Corpo celeste e sembra esserlo per Diritti in questo film: tra l'altro Rossellini si ispirò anche alla figura di Simone Weil, e proprio un libro della filosofa francese compare non tanto all'improvviso in mano alla protagonista mentre naviga su un piroscafo nel cuore dell'Amazzonia. (...) Come molti grandi film, Un giorno devi andare racchiude dentro di sé un documentario: lo sguardo di Diritti sulle piccole comunità amazzoniche e sui quartieri degradati di Manaus è partecipe e potente, così come la ricostruzione scrupolosa degli usi contadini dell'Appennino bolognese era essenziale in L'uomo che verrà. Ma il film è soprattutto un viaggio spirituale - non bigotto, né
religioso in senso istituzionale - dentro se stessi, compiuto con quello stile ellittico e quella magnificenza visiva che ci hanno portato, in passato, a paragonare Diritti a Terrence Malick. Confermiamo.
(Alberto Crespi - L'Unità)

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