IL FIGLIO DELL’ALTRA (2012)

Un film di Lorraine Levy – FRANCIA - Drammatico. Durata: 105’, 2012

Con Emmanuelle Devos, Jules Sitruk, Bruno Podalydès, Pascal Elbé, Khalifa Natour, Ezra Dagan, Mehdi Dehbi, Areen Omari

Durante la visita per il servizio di leva nell'esercito israeliano, Joseph scopre di non essere il figlio biologico dei suoi genitori, poiché appena nato è stato scambiato per errore con Yacine, palestinese dei territori occupati della Cisgiordania. La rivelazione getta lo scompiglio tra le due famiglie, costringendo ognuno a interrogarsi sulle rispettive identità e convinzioni, nonché sul senso dell'ostilità che continua a dividere i due popoli. Un'opera emozionante che affronta temi di drammatica attualità cercando le risposte nel cuore della gente comune e affidando le speranze per il futuro alle donne e alle nuove generazioni.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Un paio d’anni fa il Guardian pubblicò un lungo articolo firmato Ahmed Masoud. Una storia di bombardamenti e di culle, di documentari televisivi e di una prova del Dna considerata inutile: se fino a 17 anni cresci in una famiglia con 5 sorelle e 6 fratelli, è difficile rimettere tutto in discussione per un dubbio, sia pure atroce. In tv andava in onda un documentario sui neonati frettolosamente trasferiti durante i bombardamenti, negli ospedali della striscia di Gaza. L’adolescente Ahmed vide il padre impallidire, e la madre parecchio turbata. Quando chiese il perché, dopo molte insistenze il padre gli raccontò la storia. In una situazione d’emergenza, poco dopo la nascita, Ahmed e la madre erano stati separati. Il padre era corso a prendere il bambino nella stanza indicata dalle infermiere. Trovò due neonati, senza nessun’altra indicazione. Ne prese uno e con lui si mise in salvo. Ahmed Masoud non fece mai il test del Dna, dopo qualche mese smise di pensare che un’altra famiglia avrebbe potuto reclamarlo, raccontò la sua storia in un documentario radiofonico mandato in onda per la festa della mamma e continua a lavorare come scrittore e regista (c’è anche chi lo accusa di essersi inventato l’intera e triste storia). Lorraine Lévy raddoppia l’incidente. Nel Figlio dell’altra racconta due ragazzi dalle vite intrecciate: eppure non si sono mai visti e in circostanze normali non si sarebbero mai incontrati. Uno vive a Tel Aviv, l’altro in Cisgiordania, con le rispettive famiglie. Uno è ebreo e l’altro palestinese. Solo quando arriva il momento della visita militare, Joseph scopre che il suo gruppo sanguigno non è compatibile con quello dei genitori. Eliminata l’ipotesi del tradimento resta la certezza dello scambio in culla con Yacine, complice un incendio. Vivere la vita di un altro – in una situazione complicata dalla politica e dal fatto che per gli ebrei nella discendenza identitaria conta la madre, mentre gli arabi danno più importanza ai padri – ha potenzialità drammatiche che la regista non si lascia sfuggire.Non se l'erano lasciate sfuggire neppure i drammaturghi e i romanzieri che avevano raccontato in precedenza la stessa storia, giocando perlopiù sullo scambio tra il ragazzo ricco e il ragazzo povero, tra il figlio di re e il figlio del popolo. Alla brava Emmanuelle Devos, mamma di Joseph, toccano le manovre di avvicinamento.
(Mariarosa Mancuso – Il Foglio)

Centrale fin dal Medioevo nel folklore europeo, il motivo del «figlio scambiato» rispecchia ancestrali angosce materne e spietati giochi dinastici; oppure eventuali crisi di identità come nel film di Lorraine Levy, regista ebrea parigina, dove il tema si carica di una valenza assai complessa che attiene alla sfera religioso/storico/ideologica oltre che familiare (…) Preso in questo senso, come un invito alla (ri)onciliazione, come un’utopica prefigurazione di possibile convivenza,il film ha una sua ragione di essere; e la Levy mostra buona mano nell’ambientare e orchestrare i contrastanti quadri familiari. Ma al contempo la sceneggiatura resta in superficie e gli intricati nodi, degni di una tragedia greca, si sciolgono con quella disinvolta facilità che sempre assolviamo nel cinema hollywoodiano, perché lì il gioco rientra nei dichiarati parametri della fiction; mentre da una realistica pellicola europea pretendiamo maggior rigore e profondità.
(Alessandra Levantesi – La Stampa

Che succede se a 18 anni scopri che invece di essere figlio di un colonnello israeliano lo sei di un meccanico palestinese? O che tuo figlio è stato scambiato con quello di un’altra sotto una pioggia di Scud, durante la Guerra del Golfo? O che il tuo ragazzo irrequieto ti somiglia così poco perché non è ‘tuo’? E che tuo fratello è uno degli ‘altri’? Innesca un’esplosione di emozioni e reazioni l’incidente scatenante del film di Lorraine Lévy, lo scambio in culla di due neonati, uno di una famiglia ebrea, originaria della Francia, e uno di palestinesi della Cisgiordania. Le due famiglie vengono filtrate ai raggi X nel momento della rivelazione: la brama delle madri di vedere, toccare, conoscere il loro figlio naturale, il disorientamento dei ragazzi, la rabbia dei padri. Persino le sorelle piccoline delle due famiglie hanno modo di guardarsi per un momento negli occhi, prima di andare a giocare insieme con le loro bambole. Per loro è più facile, per tutti gli altri c’è tanto di più in gioco. La propria appartenenza a un fronte o ad un altro, a un modo di vivere o a un altro, il non potersi più abbandonare a un Dio improvvisamente estraneo. Joseph e Yacine avranno un’occasione straordinaria, potersi mettere nei panni l’uno dell’altro e vedere «davvero» con altri occhi, così come le loro famiglie. Le due mamme (Devos e Omari) sono straordinarie, sia come
interpretazione, sia come figure catalizzatrici di pace, attraverso la forma di amore più forte, quella per un figlio. Sono loro, i loro cuori, il teatro dell’azione. Il conflitto quotidiano, la storia stanno in background , alla regista e sceneggiatrice non interessa prendere posizione. Una semplificazione? Forse, ma è semplice anche l’assunto del film. Se sapessimo aprire il cuore a chi odiamo, tutto il resto passerebbe in secondo piano.
(Laura Ampollini – La Gazzetta di Parma)

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