TO BE OR NOT TO BE (VOGLIAMO VIVERE!) (1942)

Un film di Ernst Lubitsch – USA - Commedia, guerra. Durata: 99’ - (versione restaurata), 1942

Con Carole Lombard, Jack Benny, Robert Stack, Felix Bressart, Lionel Atwill

Joseph Tura e la moglie Maria dirigono una compagnia teatrale polacca, rimasta senza lavoro dopo l'occupazione tedesca del '39. Quando il tenente Sobinski, spasimante di Maria, chiede loro aiuto per la causa della Resistenza, il talento dell'intera compagnia finisce al servizio di un esilarante e sempre più rischioso complotto antinazista fatto di travestimenti e scambi di persona. Il congegno narrativo perfetto, il ritmo travolgente e un cast formidabile guidato dall’eccelsa Carole Lombard, hanno reso negli anni To Be Or Not To Be un’opera di culto, uno degli esempi più folgoranti e duraturi dell’arte di Lubitsch.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
(…) I classici del cinema sono quei film che, pur appartenendo profondamente alla propria epoca, meritano di essere visti in qualunque epoca perché restano sempre moderni, sempre attuali. To Be or Not to
Be soddisfa questa descrizione innanzitutto per come riesce a combinare due generi agli antipodi: la commedia sentimentale e il dramma storico-spionistico. Il film è la storia di una coppia - formata dagli attori Joseph e Maria Tura - che viene messa in crisi dall'attrazione della donna per un uomo più giovane, più aitante e soprattutto meno
egocentrico. In tal senso To Be or Not to Be si può considerare come una variante della "commedia del rimatrimonio". In particolare, To Be or Not to Be condivide con le opere analizzate da Stanley Cavell (p.
es. Lady Èva, Accadde una notte, Susanna) la capacità di aggirare stilisticamente la censura del Codice Hays, raggiungendo culmini di erotismo senza mai ricorrere a immagini esplicitamente erotiche. Si guardi ad esempio il controcampo su Carole Lombard dopo che il giovane
aviatore le ha detto pacatamente, in tutta innocenza: "You may not believe it, but I can drop three tons of dynamite in two minutes" ("Lei non ci crederà, ma posso sganciare tre tonnellate di dinamite in due minuti"). Qui il lavoro congiunto di scrittura, fotografia e recitazione
(lo sguardo quasi estasiato dell'attrice trasfigurato dalla luce del primo piano, e poi il suo ripetere, con una punta di malizia, le parole pronunciate poco prima dal suo interlocutore) riesce a trasformare quello che sulla carta poteva ridursi a un greve gioco di parole in una delle più raffinate rappresentazioni della seduzione, del desiderio e del piacere che il cinema abbia mai saputo costruire. D'altra parte To Be or Not to Be è anche il racconto di come la piccola storia di Joseph e Maria Tura e della loro compagnia teatrale entri a far parte della grande storia della Seconda Guerra Mondiale. In questa prospettiva, un aspetto fondamentale della modernità di To Be or Not to Be è l'idea che il cinema sia una forma d'arte destinata a esplorare la frontiera fra il
teatro (inteso come paradigma della finzione) e la realtà. (...) Nel
raccontare il teatro come elemento attivo della resistenza polacca contro l' oppressore nazista, To Be or Not to Be fornisce infine una
risposta molto chiara all'annosa questione eticoestetica concernente
i limiti della finzione e dell'arte di fronte alla tragedia storica (questione che accomuna film eterogenei come Il grande dittatore, Rapò, L'ultimo metro, La vita è bella, Train de vie, Il pianista, Bastardi senza gloria). Nella prospettiva di To Be or Not to Be, la finzione ha il diritto di sconfinare nella tragedia storica, ma ha anche il dovere di prendere posizione, d'incidere sulla realtà, di farsi agente storico a sua volta. Per parafrasare il finale del celebre saggio di Walter Benjamin, che appartiene peraltro alla stessa temperie storica di To Be or Not to Be, quel che va apprezzato nell'arte - ieri come oggi - non è la finzionalizzazione del politico, ma la politicizzazione del
fittizio.
(Enrico Terrone – Segnocinema)

(…) Il film, infatti, parla di Hitler senza mezzi termini, ed è una ferocissima satira del nazismo ambientata nella Polonia occupata. Solo Lubitsch poteva riuscirci, con il decisivo apporto di Melchior Lengyel (soggetto originale) e di Edwin Justus Mayer (sceneggiatura). Il
risultato fu un film perfetto, dai meccanismi comici fulminanti, e con alcuni passaggi nei quali viene restituita, al pubblico americano da poco coinvolto in un conflitto ancora geograficamente lontano, l’orrore della guerra che si combatteva sul suolo europeo. Tutto comincia in una compagnia teatrale: la dirige «il grande, grande attore Joseph Tura» (Jack Benny), dotato di un ego enorme, di un talento discutibile e di una moglie fedifraga. Maria Tura, la signora in questione, è Carole
Lombard - quindi, è bellissima. Negli anni ha elaborato un trucco invero assai raffinato: ogni volta che il marito attacca il monologo di Amleto («to be or not to be...», appunto) dalla platea si alza il suo amante di turno, che la raggiunge in camerino sapendo che Joseph, sul palco, ne avrà per un po’. Forse per questo la compagnia dei Tura sta allestendo una pièce che prende in giro i nazisti: ma proprio la sera della prima giunge la ferale notizia che i tedeschi hanno invaso la Polonia, e che il testo anti-Hitler è stato proibito. Si deve quindi ripiegare sull’Amleto (e sulle corna). Il seguito della trama vede i
Tura al fianco dei partigiani: l’ultimo amante di Maria, un giovane e avvenente pilota, è finito in Inghilterra e matura il sospetto che un noto leader della Resistenza polacca, in procinto di recarsi a Varsavia, sia in realtà una spia nazista. L’arrivo dell’uomo in Polonia, e il suo incontro con Maria Tura, scatena un gioco di equivoci in cui la realtà della storia e la finzione del teatro si scambieranno fra loro numerose volte... La battuta più famosa del film è nel dialogo tra Joseph Tura, travestito da ufficiale tedesco, e un vero nazista. L’attore è talmente impudente da chiedere al nemico se ha mai visto in teatro «il grande, grande attore Joseph Tura»..., se stesso! E il nazista gli risponde: «L’ho visto una volta, faceva Amleto. Trattava Shakespeare come noi trattiamo la Polonia». È solo una delle tante,
meravigliose situazioni che potrete vedere e sentire in inglese in questa riedizione che merita tutto il nostro tifo.
(Alberto Crespi - L'Unità)

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