LA VITA DI PI (2012)

Un film di Ang Lee – USA, 2012

Con Tobey Maguire, Gérard Depardieu, Irrfan Khan, Suraj Sharma, Tabu, Adil Hussain, Ayush Tandon

Il padre di Pi, un indiano proprietario di uno zoo, decide di trasferire famiglia e attività in Canada. Durante il viaggio, al largo dell'oceano Pacifico, la nave affonda e Pi si ritrova unico sopravvissuto su una scialuppa di salvataggio in compagnia di qualche animale e, soprattutto, di una tigre del Bengala, poco mansueta e molto arrabbiata. Pi dovrà escogitare un modo per sopravvivere e raggiungere la terra.

Critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Una zebra, un orango, una iena, una tigre detta Richard Parker e un adolescente (Suraj Sharma), tutti insieme su una scialuppa in mezzo al Pacifico: sono questi i protagonisti di Vita di Pi. Tratto da un romanzo di Yann Martel, il film di Ang Lee e dello sceneggiatore David
Magee racconta una storia di naufragio che in alcuni particolari - per esempio, nella figura di un cuoco disumano (Gérard Depardieu) - e pur senza gli stessi momenti orridi, rimanda al Racconto di Arthur Gordon
Pym. Anche il nome dell’adolescente, Pi, sembra riecheggiare il personaggio di Edgar Allan Poe. Egli stesso spiega però che si tratta di una abbreviazione del francese Piscine, come il padre l’ha voluto chiamare. Ma lui, aggiunge, ama collegarlo al “pi greco” matematico e
alla visione razionale del mondo che gli viene proprio dal padre, e che stranamente si lega a una forte propensione religiosa che gli viene invece dalla madre. Affondata la nave su cui viaggiava con la famiglia, Pi si trova dunque su una barca minuscola, in compagnia di tre fra gli animali dello zoo che il padre stava trasferendo dall'India francese in Canada. Attorno c’è l’infinità dell'oceano, popolata di pesci e cetacei che il cinema in 3D sa trasfigurare ora in mostri e ora in presenze
luminose e fantastiche. Intanto, sulla barca esplode la contesa per la vita: prima fra l'orango, la iena e la tigre, poi fra la tigre e l'uomo. Decenni dopo, Pi la ricorda narrandone la ferocia, ma anche la meraviglia, a un interlocutore canadese. Al termine del mio racconto, gli dice, avrai buoni argomenti per credere in Dio, se vorrai… Sfuggendo alla fame, all’arsura e alle tempeste, Pi torna sulla terra ferma, e alla vita. E con lui torna anche Richard Parker, la belva con cui ha condiviso disperazione e speranza. È un’amicizia, quella che è nata in mezzo all'oceano? O si tratta di una identificazione più nascosta e inquietante? In ogni caso, la loro storia non sta tutta qui. Alla fine, un secondo racconto di Pi sembra cambiare del tutto scena e protagonisti del film, rivelando la stessa orrida realtà umana, troppo umana esplorata da Poe in Gordon Pym (in cui un Richard Parker viene divorato dai naufraghi). La questione ora è: quale delle due storie
è la vera? O meglio, a quale delle due preferiamo credere, che si tratti o non si tratti di un’illusione? Nelle diverse risposte stanno le buone ragioni cui allude Pi, sia quelle per credere in Dio, sia quelle per non crederci.
(Roberto Escobar – L'Espresso)

Il giovane e il mare, per parafrasare Hemingway. Cineasta taiwanese hollywoodiano, apolide e migrante, Ang Lee trova finalmente il «non luogo» ideale nell'oceano Pacifico dove ambienta, claustrofobia al
contrario, i 227 giorni alla deriva di un ragazzo indiano che perde in un naufragio i genitori mentre trasferiscono uno zoo in Canada e finisce per restare solo in una scialuppa con Sorella Tigre, senza avere le stimmate francescane. Lee, dopo aver vinto Leoni e Orsi, affronta la regina del Bengala recitata in parte dal vero con quattro esemplari, in parte digitale animatronic. La tigre ringhiava contro il blue screen, ma in 127 minuti si crea un patto di tolleranza da parte dell'adolescente che sposa tutte le religioni con un plus valore spirituale tale per cui l'incidente servirà a spiegargli come trovare Dio o almeno una spiegazione, un passaggio, la scorciatoia. Incantevole, ipnotico e mai turistico nei paesaggi d'acqua che sembrano uguali ma non lo sono - la tempesta, l'arrivo dei pesci volanti tutto con un 3D finalmente essenziale - Lee, tornando in patria, ha in realtà
ricostruito alla maniera di Fellini l'oceano in un enorme capannone con 8 milioni di litri d'acqua. Ma dimenticate tutto ciò perché è bello vivere il film in diretta emotiva, non patteggiare il livello di incredulità cinematografica di questa avventura tratta dal best seller omonimo (…) la forza del film è che non è mai retorico, dolciastro,
buonista, resta un gradino sopra già in zona mitica o mitologica. Non dubitiamo che all'autore peccatore di Brokeback Mountain sia spuntata l'aureola.
(Maurizio Porro – Il Corriere della Sera)

Ang Lee, il taiwanese-americano più premiato del cineglobo, può permettersi tutto. Così, mentre in carriera è passato trionfalmente dal genere eccentrico intimista al letterario very english, dal cappa e spada orientale ai kolossal fumettistici, dall'erotico gay a quello etero, con Vita di Pi ha deciso di fornirci un saggio concentrato della sua onnipotenza. (...) Ang Lee, in effetti, è di un'abilità straordinaria per come gestisce i suoi stregoni digitali - a volte sembra che gli eventi siano osservati dall'alto del cielo, altre dalla profondità dell'acqua e altre ancora dalle pupille socchiuse di Richard Parker - e, insieme, per come gioca senza esibirle le sue (e dello
sceneggiatore David Magee) citazioni d'alta classe, spazianti tra Il libro della giungla e Robinson Crusoe, tra la pittura onirica e bidimensionale di Rousseau il Doganiere (con il conforto della fotografia di Claudio Miranda) e i dilemmi di Dostoevskij (direttamente
menzionato nelle discussioni iniziali tra Pi e il padre). Riprendendo la premessa, si può prediligere o meno la preponderante ambizione di regia o anche misurarne l'effettiva consistenza: ma le numerose sequenze
memorabili, come l'apparizione dell'isola dei suricati o il notturno marino illuminato dalla fosforescenza medusea, rendono il film uno di quegli spettacoli totali destinati a nutrire a lungo l'immaginario collettivo.
(Valerio Caprara – Il Mattino)

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