DJANGO UNCHAINED (2013)

Un film di Quentin Tarantino – USA - Drammatico, western. Durata: 165’, 2013

Con Leonardo DiCaprio, Kerry Washington, Samuel L. Jackson, Sacha Baron Cohen, Kurt Russell, Christoph Waltz, Jamie Foxx, Don Johnson, James Remar, Walton Goggins, Robert Fitzgerald Diggs, Gerald McRaney, Anthony LaPaglia, James Russo

Schultz è sulle tracce degli assassini fratelli Brittle, e solo l’aiuto di Django lo porterà a riscuotere la taglia che pende sulle loro teste. Il poco ortodosso Schultz assolda Django con la promessa di donargli la libertà una volta catturati i Brittle, vivi o morti. Il successo dell’operazione induce Schultz a liberare Django, sebbene i due uomini scelgano di non separarsi. Al contrario, Schultz parte alla ricerca dei criminali più ricercati del Sud con Django al suo fianco. Affinando vitali abilità di cacciatore, Django resta concentrato su un solo obiettivo: trovare e salvare Broomhilda, la moglie che aveva perso tempo prima, a causa della sua vendita come schiavo.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Stesso fuori fuoco e stessa musica di Bacalov, ma non sono gli stivalacci da nordista di Franco Nero a marciare nel fango bensì i piedi nudi di uno schiavo, Foxx, costretto in catene ad arrancare sotto l’occhio vigile di due aguzzini. I titoli di testa di Django Unchained sono il trait d’union con Corbucci e lo spaghetti western, ma, come era facile prevedere, il film di Tarantino va in tutt’altra direzione. Del filone “de noantri” metabolizza qualche stilema, per esempio lo zoom, e una certa propensione sanguinaria (plasma saturo come in Se sei vivo spara) benché i danni dei proiettili siano quantomai realistici. Corre l’anno 1858, alla vigilia della Guerra Civile, e i killer impugnano le Remington, non le Colt, quasi dei piccoli cannoni. Ma lasciamo perdere la cinefilia e la balistica e pensiamo a Django («con la D muta»). Uno schiavo affrancato dal cacciatore di taglie tedesco Waltz che in cambio di manodopera lo aiuta a salvare la moglie venduta al truce Di Caprio, schiavista che ama i francesismi («perché il mondo civile non può non amare il francese») ma fa sbranare i suoi “negri” dai cani marci di Tom Savini, Zoë Bell e compagnia. La principessa nera (Washington) si chiama Broomhilda: del resto che di Nibelunghi si tratti (Brunilde) lo dice lo stesso Waltz nella scena (classica) del bivacco. E qui si entra nel cuore di tenebra del film. Se The Master di Paul Thomas Anderson racconta l’eclisse della logica e della ragione, principali vittime del Novecento fatte a pezzi dall’irrazionalismo manipolatore del “padrone” (il termine “master”, usato una volta pure da Django, si traduce anche così), Django Unchained risale alle radici del male, quelle dell’Ottocento in pieno fermento positivista, dove allo schiavismo si dà una parvenza scientifica (la delirante scena del teschio) e la violenza è giustificata, se non addirittura presunta, dalla cultura illuministica. Europea come le lingue dei personaggi (si parla italiano, tedesco, francese mentre l’inglese è quasi barbaro...). Ai
tempi di Cristoforo Colombo si scannava al grido di «Dio lo vuole»; nel selvaggio West lo vogliono Galileo e Newton, e forse persino Alexandre Dumas.Tanto un americano, che fosse nero, neppure lo sa.
(Mauro Gervasini – Film Tv)

Con film ambientati durante la Seconda guerra mondiale o addirittura «da qualche parte nel Texas nel 1858» (inevitabile il rimando al cartello che introduce Sentieri selvaggi [The Searchers, 1956] - capolavoro che peraltro era esplicitamente citato in Bastardi senza gloria nella sequenza in cui Shosanna fugge dalla fattoria del padre, incorniciata in lontananza dallo stipite della porta, e qui lo è ancora nella scena della mandria di bisonti in mezzo alla neve) si fa più complicato il gioco delle ibridazioni. Soprattutto in un western, dove, ovviamente, non possono esistere film, televisione, pubblicità, pop art, musica rock, fumetti, poster e tutto il resto dell'arsenale
di feticci culturali a cui attingere a piene mani, per gioco e godimento. A meno che ci si limiti all'esercizio di trovare paralleli con il film di Corbucci e altri spaghetti western. Certo, c'è Franco Nero e l'ultima parte del film si rifa pari pari, con le sparatorie al fulmicotone, il killer robotico ammazza tutti, il macello seriale e il sangue a spruzzi, la violenza grottesca e irreale (per tacer dell'urlo finale «Sei un figlio di...» che omaggia Il buono il brutto il cattivo [1966]) alla tradizione dello spaghettiwestern. Il montaggio si velocizza, i morti si moltiplicano, l'adrenalina sale, lo spettatore finalmente viene risarcito di due ore di attesa della resa dei conti.
Però, nei primi quattro quinti del film, la storia è molto diversa. Qui, semmai, se si escludono alcune violente zoomate in stile-spaghetti, è il cinema classico americano a essere evocato, sia il western che il melodramma sudista. Tarantino ha sempre dichiarato di
disprezzare John Ford (così lento, così razzista, così edulcorato) e di amare Sergio Leone e la sua brutalità. Il fatto è che predica bene e razzola male (o forse il contrario). Tarantino conosce bene la misura del cinema classico americano, e Django lo dimostra come forse mai prima. Con il suo ultimo film, Tarantino conferma la propria natura: certo, un innovatore, ma, insieme, un laudator temporìs acti, la cui profonda ambizione rimane quella di riconciliarsi con la tradizione. E dunque con il classicismo. Tarantino mostra di non voler più accontentarsi di un postmodernismo sempre più fiacco e imitato, di un feticismo repertoriale che assomma piedi femminili, hamburger da un quarto di libbra, marche varie di cereali o birre. (...) Spaghetti e western classico Tarantino tenta, riuscendovi, di tenerli assieme per tutto il film. Modera le esagerazioni stilistiche, le inquadrature
sghembe o bizzarre, giusto qualche inquadratura in plongée. Certo, lo spazio dato al tema razziale è molto ampio rispetto a un qualsiasi western classico. Nei film di Ford, Mann e compagnia il tema razziale, soprattutto negli anni Cinquanta, era adombrato nella raffigurazione
contorta, ambigua, mai del tutto risolta, degli indiani nativi. Nel western di Tarantino non ci sono indiani, ci sono gli schiavi di colore e il problema razziale che il western classico adombrava viene in primo piano. Tutto è reso più esplicito rispetto a un western tradizionale, che era assai più sfuggente, metaforico. I flashback del film fanno molto spaghetti, così come lo sceriffo ucciso dal bounty killer o la moglie di colore di origine tedesca. Queste ibridazioni sono tipiche del regista, così come l'humour nero di alcune sequenze (la disputa dei KKK a proposito dei sacchetti cuciti male), la violenza intrisa di
umorismo grottesco, le dosi abbondanti di cinismo, le sequenze splatter. Tarantino usa persino Wagner, la leggenda di Sigfrido e canzoni contemporanee, dunque non si può dire che non vi sia un po' di contaminazione postmoderna. (…) Con gli ultimi due film, Tarantino ha
fatto un passo avanti o, se preferite, un passo indietro. All'inizio della carriera è stato il campione riconosciuto di quel realismo cìnico contemporaneo che si diverte a mettere in parodia l'arte e i suoi codici: Tarantino non han nessuna fiducia che l'arte possa in qualche modo contribuire al miglioramento del mondo. (…) Ha sempre dubitato che l'arte possa rifare la realtà (l'illusione delle avanguardie storiche): al massimo, per lui, l'arte può rifare se stessa. (...) Ora, con Bastardi e ancor più con Django, sembra aver parzialmente virato in direzione di un neoclassicismo teso a riconciliarsi con la tradizione.
(Alberto Morsiani - Cineforum)

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