MOONRISE KINGDOM – UNA FUGA D’AMORE (2012)

Un film di Wes Anderson – USA - Commedia, drammatico. Durata: 94’, 2012

Con Willis, Edward Norton, Bill Murray, Tilda Swinton, Harvey Keitel, Frances McDormand, Jason Schwartzman, Bob Balaban, Kara Hayward, Jared Gilman, Neal Huff, Jake Ryan, Charlie Kilgore, Tommy Nelson, Chandler Frantz

Ambientato in un’isola al largo delle coste del New England nell’estate del 1965, il film racconta la storia di due dodicenni che si innamorano, stringono un patto segreto e fuggono insieme nella foresta. Mentre le autorità li cercano, una violenta tempesta al largo dell’isola sta per scatenarsi, e la pacifica comunità locale verrà messa completamente a soqquadro.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Moonrise Kingdom è ambientato nel 1965, alla vigilia del Vietnam e del movimento culturale che avrebbe preteso di condurre l'immaginazione al potere. L'azione si svolge in un campo di boy scout, dove lo stesso
principio ispiratore del '68 ha generato il suo contrario, una militaresca comunità di falsi esploratori dell'ignoto. L'aspetto esteriore dei personaggi principali - Sam con la sua uniforme, Suzy con gli occhi truccati e il fonografo portatile - riflette due utopie opposte e parallele. La loro storia d'amore nasce dunque da visioni del mondo che non hanno nulla in comune a parte l'anelito a un imprecisato ideale. Wes Anderson le ha riunite in un sodalizio improbabile quanto necessario. Camminare sul filo dell'assurdo esige disciplina, ma Moonrìse Kingdom appartiene proprio a questa rara variante sulle parabole a tesi. È un film allegro e dolente, e ciò gli costerà il
consenso del pubblico più pigro. (…) Anderson non prova nemmeno a seguire le orme di Tim Burton, un altro esule dalla trasfigurazione del reale, ed è evidente che il suo mondo non gli appartiene. Eppure c'è anche in lui una forte componente favolistica, meno evidente che in Burton ma non per questo meno autentica e di gran lunga più complessa. Le sue sono storie di persone "vere" che vivono le cose in grande in un mondo troppo angusto per loro, piccolo come le case di bambola alle
quali le scenografie dei suoi film sono spesso paragonate (dallo spaccato della nave in Steve Zissou alla sequenza d'apertura di Moonrise Kingdom). Anderson non è interessato all'approfondimento psicologico nel senso letterario del termine, ed è per questo che le sue figure non sembrano mai scolpite a tutto tondo. Sembrano, e in
una certa misura sono davvero, sagome ritagliate; ma il loro carattere possiede un'intensità tutta speciale, che non ha nulla da spartire con il bozzetto o il pittoresco. Ne è prova indiretta la prima mezz'ora
del film, nella quale si stenta a decifrarne la chiave stilistica.
Anderson ci mette di fronte a un mondo artificiale, un "c'era una volta" senza nostalgia e senza il riverbero del focolare. Si prova a sorridere, e non ci si riesce: non è una commedia. Un bambino è pugnalato al fianco. Un cane è ucciso per sbaglio. C'è perfino una cruenta metafora sulla perdita della verginità. C'è poco da scherzare anche con l'impianto figurativo, più simile a quello di Kubrick che degli animatori Pixar. Guardate come Anderson posiziona e muove la macchina da presa. Tutto è ortogonale; i raccordi nelle scene di dialogo sono per lo più a 180 gradi, qualche volta a 90. Niente
diagonali, nessuna curva, nessuno sforzo di abbracciare i personaggi o il loro ambiente. Non si ride, è vero, ma non si riesce nemmeno a prendere le distanze da questa geometria dell'educazione sentimentale. I bambini di Moonrìse Kingdom vogliono essere presi sul serio. (…)
Suzy si atteggia da femmina, Sam fuma una pipa di grano-turco.Vogliono baciarsi con la lingua come fanno gli adulti. Lei pronuncia frasi amorose. "Non sai di cosa stai parlando", risponde lui. Perché prenderli in giro? Si comportano come tutti gli altri, solo con qualche anno di anticipo. Gli "altri", a proposito, sono come li vedono loro: genitori spaiati, che non si toccano mai e si illudono che i figli non ne sappiano niente; lupi solitari come il capitano Sharp, che crede di coltivare in segreto la sua illecita passione; perfide megere come l'assistente sociale, la cui differenza fra caricatura e verità è una pura questione di prospettiva. Suzy trova un libro nascosto nella cucina dei genitori (s'intitola Come affrontare le turbe infantili) e annuisce: è così che la pensano. L'esagerazione non è dunque da una sola parte. (…) Non sono ancora maggiorenni, dunque non potranno vivere
insieme, ma ricorderanno la loro spiaggia - si ascolti cosa si dicono al proposito - con la stessa melanconia che si saprebbe attribuire a una coppia di lungo corso. In questa prospettiva, Moonrìse Kingdom è la celebrazione ante litteram del tempo trascorso, il tempo in cui scoprivamo di avere un posto nel mondo e nessun altro al di fuori di noi ne comprendeva l'urgenza.
(Paolo Cherchi Usai – Segnocinema)

Con la parziale eccezione di Fantastic Mr. Fox, girato con pupazzi animati da un racconto di Roald Dahl, Wes Anderson sembra dirigere da anni continue variazioni sugli stessi temi: famiglie disfunzionali dove i figli sono inevitabilmente più maturi dei padri, storie di ambizioni
destinate al fallimento (almeno negli adulti) e l'ombra della morte che aleggia su tutto. Succede anche in Moonrise Kingdom, dove l'ambientazione nel 1965 colora di una divertita patina da «figli dei fiori» la storia d'amore tra due adolescenti. In un' isola al largo della Nuova Inghilterra, che Bob Balaban si incarica di collocare nella geografia e nella storia rivolgendosi direttamente al pubblico, si consuma la fuga romantica tra Sam e Suzy: lui è un orfano in vacanza con gli scout, lei è la figlia infelice di una coppia altrettanto infelice. Si sono conosciuti l'anno prima, si sono scritti lettere
appassionate (più o meno) e adesso vorrebbero lasciarsn alle spalle persone e problemi per rifugiarsi in una baia solitaria. Naturalmente la loro fuga scatena le ricerche: dei rassegnati genitori di lei (Bill Murray e Frances McDormand), di un poliziotto triste e infelice (Bruce
Willis), di un capo scout torturato dai sensi di colpa (Edward Norton), di un' addetta ai servizi sociali fredda e determinata (Tilda Swinton), di un mondo cioè che rappresenta al meglio quello che Anderson pensa degli adulti: il peggio possibile. Giocando di sottrazione, utilizzando molto l'inquadratura fissa (simile all'occhio di uno spettatore/entomologo che osserva curioso un'umanità da dissezionare), lasciando a ognuno la coscienza del proprio fallimento ma senza alcun lascito tragico (come di chi è già rassegnato alla propria sofferenza) e però riempiendo l'immagine di particolari e citazioni così da costringere lo sguardo dello spettatore a cercare continuamente simboli e segnali, Anderson costruisce un universo che sembra fuori dalla storia, a metà tra la favola infantile e il sogno divertito, ma che
finisce per raccontarci - con malinconico amore - i limiti e le debolezze di un umanità sempre sull'orlo della tragedia (come minaccia di fare un uragano incipiente). Tutto molto garbato e anche divertente, ma con un limite chiaro: quello di una «formula» narrativa sempre uguale
a se stessa, che ripete all'infinito un procedimento stilistico già visto (i protagonisti di Moonrise Kingdom sono i progenitori dei Tenenbaum?) e che può appassionare davvero solo i fan già convinti.
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

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