LA SPOSA PROMESSA (2012)

Un film di Rama Burshtein – ISRAELE - Drammatico. Durata: 90’, 2012

Con Hadas Yaron, Yiftach Klein, Irit Sheleg, Chaim Sharir

Shira è la figlia più giovane di una famiglia ortodossa di Tel Aviv. Sta per sposarsi con un giovane promettente della stessa età: un sogno per lei diventato realtà. La sorella più grande muore dando alla luce il suo primo figlio. Il dolore travolge la famiglia, e le nozze di Shira vengono per il momento rinviate. Quando la madre di Shira scopre che il genero sta prendendo in considerazione di risposarsi, propone come sposa Shira, la quale dovrà scegliere tra il vero amore e il dovere verso la sua famiglia.

critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama) C'è una cultura ebraica e c'è una questione ebraica. La sposa promessa è un film che ha scelto deliberatamente di lasciare fuori del tutto la questione ebraica, con tutte le sue implicazioni e complessità. Questa premessa, se da un lato rende il film, e la sua ricezione, in qualche modo scollegati da ogni implicazione ideologica, dall'altro apre altre questioni, altrettanto complesse. La vicenda innanzitutto è ambientata ai giorni nostri, a Tel
Aviv, ma potrebbe svolgersi in qualsiasi momento dell'epoca moderna, tanto poche sono infatti le connotazioni temporali che traspaiono, evidentemente già in fase di sceneggiatura. Anche la collocazione
geografica è quasi inesistente: pochissime scene in esterni e nessun riferimento visivo o verbale a luoghi connotati. Tutta la vicenda si svolge nello spazio esclusivo - e claustrante - della comunità di ebrei
ortodossi di cui fanno parte i protagonisti. Una comunità ristretta, regolata da tradizioni antichissime e prassi inviolabili, che ruota tutta intorno ad alcune figure chiave, come il rabbino più anziano, e a una serie di dogmi. Per un qualsiasi spettatore laico o non ebreo le
vite dei personaggi di questo film appaiono estranee e difficili da comprendere. Vite scandite dai momenti comunitari delle feste, come il Purim, e delle celebrazioni, come fidanzamenti e matrimoni. Il privato
pare quasi non esistere. I giovani per decidere se fidanzarsi sono costretti a un colloquio formale, con i genitori nella stanza accanto in attesa di un riscontro. Eppure, forse proprio perché la stessa regista, Rama Burshtein fa parte della comunità chassidica israeliana,
la vita di queste persone è rappresentata senza nessun pregiudizio e senza nessuna connotazione negativa. Ciò non significa che gli spettatori non siano lasciati liberi di elaborare un loro giudizio critico ma, qualunque esso sia, pare non preoccupare minimamente la regista. Il dubbio di fondo è tutto racchiuso proprio in questo divario: è possibile comprendere un film come La sposa promessa se non si fa parte di quel mondo esclusivo da cui il film stesso nasce? Non c'è forse il rischio di vedere un altro film? Rama Burshtein pare non preoccuparsi e nelle interviste rilasciate all'epoca della presentazione del film alla Mostra di Venezia ha candidamente dichiarato che per lei si tratta soprattutto di un film d'amore e di
passione che lei dedica al suo amato marito. La storia è quella di una giovane donna, Shira, che sta per fidanzarsi con il ragazzo che la comunità ha scelto per lei. I giovani dovranno incontrarsi per decidere se si piacciono, e Shira è emozionata e motivata. Sposarsi è infatti la prima prerogativa per una donna della comunità chassidica e la ragazza non intende sottrarsi al suo destino. Purtroppo la morte improvvisa della sorella a causa di un parto difficile, devia l'attenzione di Shira e della sua famiglia sul lutto e sulle sue conseguenze e cambia il suo futuro. Per evitare che il cognato rimasto vedovo con il nuovo
nato parta per rifarsi una vita in Europa, la madre di Shira propone alla figlia di sposarlo. Né la ragazza né lo stesso Yochay accolgono la proposta con entusiasmo ma neppure riescono a escluderla del tutto. La questione della scelta, tanto importante per la cultura ebraica, è qui
messa a nudo: Shira è sola di fronte al suo futuro. I suoi sogni di adolescente s'infrangono nella prospettiva di un matrimonio meno fresco ed emozionante; diverso è per lei, priva di esperienze sessuali prematrimoniali, immaginare una prima notte con un ragazzo altrettanto
alle "prime armi" o con un uomo adulto, maturo, al suo secondo matrimonio. E lei non cela il suo disappunto, non si maschera dietro l'ipocrisia di chi vorrebbe compiacere gli altri, si dimostra sconvolta, arrabbiata, spaventata. Si ritrae e tutto pare infrangersi con Yochay che partirà con il bambino per andare a vivere in Belgio.
Anche l'uomo tuttavia compie un cammino, meno esplicito di quello della ragazza, meno rappresentato visivamente anche, ma profondo e sentito. Supera il lutto, si riprende dallo stupore di essere stato respinto da
Shira e inizia a guardarla veramente. Forse è proprio attraverso gli sguardi che queste persone s'incontrano. Non potendosi toccare, imparano a vedersi nel profondo e - anche se per noi è difficile da comprendere - alla fine s'innamorano così, semplicemente. Il nostro sguardo invece non coglie tutta la semplicità dichiarata dalla regista e proprio nel finale si riscontrano più numerose le divergenze di opinione tra chi lo interpreta come un lieto fine e chi teme che la protagonista sia destinata all'infelicità. Dal punto di vista della messa in scena, Rama Burshtein lavora soprattutto con piani ravvicinati,
segue la sua protagonista senza perderla quasi mai dall'obiettivo e gioca molto con la messa a fuoco, variandola anche nella stessa inquadratura. Nel definire i suoi personaggi, traspare come la regista sia abituata a filmare soprattutto le donne della sua comunità, donne
semplici, a suo stesso dire, non avvezze alle questioni mondane. Prima di girare questo film infatti, la Burshtein ha realizzato numerosi film prodotti esclusivamente per le donne della comunità chassidica. Questa per lei è la prima produzione per un pubblico internazionale, e forse
non si aspettava il notevole successo che il film sta raccogliendo, anche grazie alla capacità interpretativa della giovane attrice protagonista, Hadas Yaron, Coppa Volpi come migliore interpretazione femminile a Venezia.
(Micaela Veronesi - Segnocinema)

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