REALITY (2012)

Un film di Matteo Garrone – ITALIA - 115 min drammatico, 2012

Con Aniello Arena, Loredana Simioli, Claudia Gerini, Ciro Petrone, Nunzia Schiano, Nando Paone, Graziella Marina, Paola Minaccioni, Rosaria D'Urso, Giuseppina Cervizzi, Vincenzo Riccio, Salvatore Misticone

Luciano è un pescivendolo napoletano che per integrare i suoi scarsi guadagni si arrangia facendo piccole truffe insieme alla moglie Maria. Grazie a una naturale simpatia, Luciano non perde occasione per esibirsi davanti ai clienti della pescheria e ai numerosi parenti. Un giorno, spinto dai familiari, partecipa a un provino per entrare nel "Grande Fratello". Da quel momento la sua percezione della realtà non sarà più la stessa.

Critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
(…) Reality è l'unica commedia all'italiana di questi anni che possa andare fiera del suo passato e della sua eredità, e che inoltre possa indossare queste vesti adeguatamente e con senso del mondo e della società, senza vergogna e senza il bisogno tutto italiota di pubblicizzarsi in tal senso. Tanto che a Cannes Garrone, con grande
intelligenza, ha pensato bene di indirizzare critica e giornalisti su altri terreni, citando le fiabe. Ma non erano "fiabe" anche certi film di Ferreri e di Risi? Provate a pensare al percorso di Silvio Magnozzi di Una vita difficile (1961): fra cadute e risalite, la sua è una strada
fiabesca che fa della surrealtà la lente privilegiata per sopravvivere a un reale grottesco quando non addirittura mostruoso. E La grande guerra (1959) non è da meno. Garrone usa il suo protagonista Luciano per attraversare l'Italia odierna: è un poveraccio (nel significato di uomo qualunque, del popolo) come lo era spesso Sordi, e come tale guarda e subisce un Paese che crede di capire ma che risulta più incomprensibile della fede. Luciano non è un simbolo, perché non c'è niente da raffigurare in Reality. Non mi pare che a Garrone interessi condannare il paese catodico, puntare il dito contro la deriva massmediatica dell'Italia finta sotto i riflettori, fare nomi e cognomi di un sistema cancerogeno e bipolare che seduce la persona e poi la tradisce: se così fosse, il suo film sarebbe un banale sguardo critico su tutte le cose che ben conosciamo. Eppure sembra che sulla Croisette
molti - penne straniere in testa - siano rimasti delusi proprio di questo, cioè che Reality in fin dei conti non sia la gogna dei reality come doveva essere, la censura necessaria di un'attitudine alla lusinga demenziale ormai di casa in tutte le case degli italiani. E che dunque non faccia ridere come una vera presa per i fondelli si suppone debba fare. Ma ce lo vedete Garrone a costruire un intero film attorno alle dinamiche di una satira televisiva? A infilare una serie di sketch con l'ambizione bassissima di additare le storture nazionali, da novello
Bagaglino un po' più autoriale? (…) Con la deriva del personaggio, Garrone non acquista in acidità ma s'innalza al sogno, come il Bellocchio di Buongiorno, notte: Luciano che si allontana dalla folla e che, scavalcando muri e attraversando prati, s'intrufola dietro le quinte del Grande Fratello, di là dai vetri dove c'è la regia dello spettacolo, dove s'annidano telecamere e tecnici, e poi dentro la casa, deserta come in un postcatastrofico, fino alla sdraio accanto alla piscina, è un Moro che fugge dalla prigionia e dalla morte prossima
senza cariche e senza mandati; non è una pedina e non è un capro espiatorio, non impersona nessuno e non è il modello di niente, è soltanto un pover'uomo che suo malgrado ha dovuto credere di essere un povero cristiano a cui in questa vita non è concesso niente se non una pia speranza della remissione dei peccati. Luciano scappa dentro di sé, in una follia estatica: e una risata lo seppellisce, per sempre. Reality chiude il cerchio: come nella migliore commedia all'italiana, la conclusione è spietata ma non beffarda, i toni sono ironici e infine
apocalittici, però mai indifferenti. Intanto la realtà continua. Che sia vita o reality, lo spettatore del film di Matteo Garrone lo sa bene, pur senza sermoni o paternali.
(Pier Maria Bocchi - Cineforum)

Un pescivendolo napoletano, dopo aver superato le prime selezioni, aspetta di essere chiamato al Grande Fratello. La conferma non arriva mai e lui si convince di essere osservato di nascosto per verificare la sua attitudine al programma. La trama del nuovo film di Matteo Garrone, premiato all'ultimo festival di Cannes con il Gran premio alla regia, è molto semplice ma rischia anche di portare fuori strada. Reality non è un film sulla televisione e le sue chimere ma piuttosto una riflessione - in chiave antropologica, di studio sull'uomo - sulla confusione tra la realtà e la sua rappresentazione. E sull'impoverimento dell'immaginario popolare. Lo dichiara il regista fin dalle primissime scene costruite, come praticamente tutto il film, sull'alternanza tra la trasfigurazione del reale (operata dal consumismo e dai suoi miti) e i crudi dati della realtà. Che il film svela ma che i protagonisti del film non sembrano capaci di cogliere. Che cos'è diventato un matrimonio? Una favola dolcissima, sembra dire la prima mirabolante panoramica dal cielo, con la carrozza dorata che entra in un moderno castello, tra ali di domestici in parrucca e colombe bianche. Ma anche una catena di montaggio dove tutti devono correre per non perdere il loro turno e una coppia di sposi sembra intercambiabile con l'altra (geniale colpo di regia di Garrone: gli sposi che filma all'inizio del film, nella carrozza, non sono quelli al cui ricevimento faremo conoscenza dei protagonisti del film. Ma nessuno sembra accorgersene. Non è questo il punto. L'importante è la festa, il ricevimento, la foto. Lo spettacolo). (...) Garrone punta il suo obiettivo sul pescivendolo Luciano e ne spia l'ossessione che pian
piano se lo prende. Che non è più solo storia privata o caso esemplare ma piuttosto il risultato di un imbarbarimento collettivo, dove le truffe commerciali (il «robottino»), le chiacchiere da bar e le ambizioni dei parenti si intrecciano in maniera inestricabile. Che mondo è quello che Luciano si immagina, quello che giorno dopo giorno finisce per risucchiarlo? Un mondo dove i dati di realtà non hanno più forza, dove una cliente al banco del pesce è trasformata in una
selezionatrice tivù e un povero mendicante diventa l'emissario-spia del Grande Fratello, dove i sogni di successo e popolarità che una volta sembravano contagiare i più fragili (evidenti le citazioni da
Bellissima di Visconti e Lo sceicco bianco di Fellini) ormai sono diventati patologia diffusa. Per raccontare tutto questo, Garrone sceglie attori poco o niente conosciuti, che evitino qualsiasi effetto-star ma non vadano a scapito dell'espressività: il Luciano di Aniello
Arena, attore-detenuto nel carcere di Volterra è di una simpatia contagiosa, la moglie affidata a Loredana Simioli regge perfettamente il confronto e l'amico Michele permette a Nando Paone di far dimenticare le facili caratterizzazioni dei suoi ultimi film. Allo stesso modo sceglie uno stile di riprese più avvolgente e «narrativo»: pochi stacchi, lunghi movimenti di macchina a raccogliere personaggi e ambiente per privilegiare, grazie al compianto Marco Onorato, una
fotografia un po' «fuori dal tempo», vicina agli impasti color pastello di certo cinema italiano anni Sessanta (come quello di Matrimonio all'italiana). Il risultato è un affresco dell'Italia come forse nemmeno Pasolini nelle sue più fosche previsioni avrebbe immaginato: un Paese senza cultura e senza anima, senza morale e senza spina dorsale, dove alla fine per realizzare i tuoi sogni puoi solo «smaterializzarti» (ecco perché nessuno vede Luciano), diventare trasparente a uomini e cose e accontentarti di essere un puntino nemmeno tanto luminoso, sperduto in un mondo che non è più nemmeno capace di vergognarsi di se stesso
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

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