ARGO (2012)

Un film di Ben Affleck – USA, Commedia, Drammatico. Durata: 120’, 2012

Con Ben Affleck, John Goodman, Alan Arkin, Bryan Cranston, Kyle Chandler, Rory Cochrane, Kerry Bishe, Christopher Denham, Tate Donovan, Clea DuVall, Victor Garber, Zeljko Ivanek, Richard Kind, Scoot McNairy

Il 4 novembre 1979, mentre la rivoluzione iraniana raggiungeva l'apice, un gruppo di militanti entra nell'Ambasciata USA in Tehran e porta via 52 ostaggi. In mezzo al caos, sei americani riescono a fuggire e si rifugiano a casa dell'Ambasciatore del Canada. Ben sapendo che si tratta solo di questione di tempo prima che i sei vangano rintracciati e molto probabilmente uccisi, Tony Mendez, un agente della CIA specialista in azioni d'infiltrazione, mette in piedi un piano rischioso per farli scappare dal paese. Un piano così inverosimile che potrebbe accadere solo nei film.

critiche:
(…) Grazie al cielo Affleck non maneggia l'intera operazione pensando di fare del metacinema intellettuale. O meglio: il complesso gioco di intarsi, che riguardano la stessa natura del cinema, è talmente
evidente da non poter essere accantonati, ma essi vivono nel ritmo sincopato di un montaggio convulso e mai sensazionalistico (come accade, per esempio, in Oliver Stone), diventando perfino sfida d'intelligenza, spiazzante e, giocoforza, umiliante, dove il "cinema" è
l'oggetto del tradimento, usato come cavallo di troia per la liberazione degli ostaggi, con i diplomatici-attori camuffati nelle pieghe di sceneggiature fantascientifiche, membri di una troupe spudoratamente falsa, da raggiro estremo, come solo il cinema è in grado di argomentare e far credere. Affleck tutto questo lo sa e non lo nasconde, ma si guarda bene da farlo diventare la spina dorsale di un match, dove in palio è la vita. Partendo dal cinema civile americano anni '70 , vibrante e impegnato (la vicenda si svolge alla fine di quel decennio), Argo è un'altalena di rimandi tra finzione e realtà, dove
quest'ultima ha un palese doppiogioco, a partire dal prologo e dall'epilogo, di stampo cronachistico, fino alle mutazioni improvvise che si addensano tra i salti documentaristici e gli improbabili sopralluoghi dove poter girare il film farsa. Senza dubbio ad Affleck non interessa tanto gestire una sorta di battaglia di buoni e cattivi (anche se è chiaro da quale parte stare, perdonandogli un'idea piuttosto benevola della Cia) ,quanto sradicare la paura in un terreno confuso di stimoli, aggrovigliandoli in una sincopata scansione
delle azioni, a cominciare da quel saggio sul terrore di essere scoperti che è la lunga scena del bazar, per finire in quel sorprendente capolavoro di tensione e incertezza che è tutta la sequenza interminabile all'aeroporto, dove convogliano le adrenaliniche composizioni della Bigelow e i forsennati impianti multidirezionali di
Greengrass. (…) Argo è un gioiello di sintesi, qualcosa da cui ripartire per il futuro del cinema civile e politico, dinamico ed emozionante, grazie anche alla fotografia di Rodrigo Prieto, alle musiche di Alexandre Desplat e al grandioso montaggio di William Goldenberg. Argo ci porta dentro la cronaca reale più recente, dove la
commedia si sposa alla guerra, e il thriller alla diplomazia: non è il solito frullato di generi e situazioni, né l'operazione furba di chi vuole essere accattivante. È più verosimilmente un trattato sull'illusione, dove un prestigiatore arriva in una terra nemica e rischiando la vita fa sparire alcuni preziosi ostaggi: l'essenza di ogni
trucco cinematografico.
(Adriano De Grandis – Segnocinema)

(…) Sulla base d’un fatto accaduto, Affleck e lo sceneggiatore Chris Terrio raccontano come il cinema salvi gli Stati Uniti. L’affermazione va presa sul serio. In Medio Oriente la politica americana è messa peggio della scritta Hollywood che campeggia sulle colline vicino agli studios. La regia la mostra per metà rovinata a terra, quella scritta famosa. Eppure, per quanto pulluli di mentitori e gaglioffi, nella crisi iraniana d’allora l’industria dello spettacolo è l'unica risorsa su cui gli Usa possano contare. Ed è una risorsa capace di far sognare
anche un rivoluzionario islamista. A dimostrarlo, basta il mutamento d’umore dei miliziani cui Mendez regala qualche disegno tratto dallo storyboard del “film”. Integri nella fede e saldi nel risentimento contro il Satana Usa, di colpo quegli uomini barbuti sorridono come
adolescenti, e lasciano che l’agente e gli altri prendano un volo per il Canada. Hollywood salva gli Stati Uniti, dunque. E fin qui Affleck racconta (bene) un thriller a lieto fine. Ma c’è dell’altro, nel suo film, e senza lieto fine. Prima di Khomeini, ricorda all’inizio la
sceneggiatura, l’Iran viene governato da Mohammad Reza Pahlavi e dai suoi torturatori dopo che un colpo di Stato ha esautorato il presidente Mohammad Mossadeq, reo d’aver nazionalizzato il petrolio. Questo,
suggeriscono Affleck e Terrio, spiega l’odio contro gli americani. E contro quest’odio si trova a “combattere” Hollywood. Intanto, aggiungono, in Afghanistan gli Usa cominciano a sostenere i talebani contro l’invasione sovietica. Insomma, e per dirla con Siegel e Chambers, che inizi o non inizi con una farsa, questa storia finirà in tragedia.
(Roberto Escobar - L'Espresso)

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