QUARTET (2012)

Un film di Dustin Hoffman – GRAN BRETAGNA - Drammatico. Durata: 95', 2012

Con Maggie Smith , Tom Courtenay, Billy Connolly, Pauline Collins, Michael Gambon, Sheridan Smith

A Beecham House, una casa di riposo per cantanti lirici e musicisti immersa nella campagna inglese, si prepara come ogni anno il grande spettacolo per l'anniversario della nascita di Giuseppe Verdi. Tutti gli artisti residenti tornano sulla scena per raccogliere fondi per mantenere Beecham e, tra gorgheggi e capricci, rinascono ansie da prima donna, rivalità tra istrioni, isterismi. Qualcuno si sente male, qualcuno beve di nascosto, qualcuno rifiuta di cantare. E, ad aumentare la confusione, arriva una nuova pensionante: la diva della lirica Jean Horton, che ritrova Reggie, Wilf e Cissy, gli altri componenti di un quartetto leggendario. Reggie è il suo ex marito e il quartetto si sciolse quando divorziarono.

critiche:
«La vecchiaia non è roba per femminucce» diceva Bette Davis, ed è difficile darle torto. La battuta è citata da una delle protagoniste di Quartet, che ci mette un po' a ricordare chi l'avesse detto perché, appunto, è anziana. (...) Sono incantevoli gli interni dell'inesistente Beecham House, un trionfo di carte da parati, mobili di gusto e pavimenti lucenti. È splendido il parco che circonda la tenuta, dove i vitalissimi ospiti vivono un declino ancora fitto di ripicche, desideri, velleità, come da ragazzi (Beecham House è in cattive acque e per finanziarla gli ex-artisti vogliono allestire uno spettacolo, con le
difficoltà e i capricci che si possono immaginare vista l'età e l'eterogeneità di gusti e talenti). Sono bellissimi, infine, i personaggi, gli abiti, le chiome curate, le espressioni ben disegnate degli attori di razza al posto di quelle stinte o esagerate della gente comune. Ma ripetiamolo: è poi un delitto estetizzare la vecchiaia? In
fondo il cinema ha estetizzato la guerra e la violenza, perché non dovrebbe abbellire un po' l'età più ingrata che ci sia? Certo, quei coniugi divorziati che si ritrovano in casa di riposo (Tom Courtenay e Maggie Smith, classe 1937 e 1934), il ganimede che non si arrende (Billy
Connolly, monumentale, 1942), la svaporata adorabile anche se soffre vagamente di demenza (Pauline Collins, 1940), sono figure ideali, ottimistiche, forse consolatorie. Ma Hoffman gioca a carte scoperte, mobilita un coro di volti e corpi che da soli varrebbero il film (tutti veri exmusicisti), intreccia senza una sola stecca opera e operette, romanze e canzonette, tutto in nome del cinema che mostra non la vita com'è ma come dovrebbe essere. Prendere o lasciare. Noi prendiamo.
(Fabio ferzetti – Il Messaggero)

Ancora inedito in Italia è A Late Quartet di Yaron Zilberman, storia di un celebre quartetto d’archi il cui veterano violoncellista, un perfetto Christopher Walken, scopre di essere malato di Parkinson. Quartet ha un tono più leggiadro, pur dibattendosi tra simili impedimenti fisici e mentali. La coincidenza sta nel quartetto, anche
se nel nostro caso è vocale, ma soprattutto nel desiderio di raccontare storie di personaggi eccezionali che la vecchiaia costringe a più miti consigli e ad affrontare un decadimento non solo del corpo ma persino del ruolo. Proprio il caso della grande Maggie Smith, cantante di
chiara fama decisa finalmente a raggiungere Beecham House, casa di riposo per musicisti e artisti dove malauguratamente risiede l’ex marito interpretato dall’altrettanto grande Sir Tom Courtenay (per gli
smemorati: Billy il bugiardo). I due, insieme a Billy Connolly e Pauline Collins, fecero parte di un quartetto leggendario che qualcuno ora pensa di riunire per un concerto, così da raccogliere i fondi necessari per salvare il pensionato dal fallimento. Ma una rivale in bel canto, la vera soprano Dame Gwyneth Jones, trama nell’ombra.
Dietro la macchina da presa l’esordiente 75enne Dustin Hoffman, che riempie la vicenda di ironia e dirige con tocco leggero un team di attori straordinari (c’è anche Michael Gambon in una parte gustosa). Certo, la vicenda è tutt’altro che originale, la sceneggiatura firmata dallo stesso autore della pièce cui si ispira, Ronald Harwood, molto ben calibrata ma schematica. Tuttavia sono le performance minimali del gruppo che si è chiamati ad ammirare, e il gioco funziona bene rivolgendosi soprattutto a un pubblico certo trasversale ma magari non così distante generazionalmente dai protagonisti Imperdibili invece i titoli di coda, dove le biografie finte degli ospiti illustri di Beecham House si mescolano alle carriere vere (e soprattutto alle foto giovanili) degli attori. Al montaggio di Quartet, non accreditato, ha
collaborato Michael Mann, buon amico di Dustin Hoffman dall’esperienza della serie Tv Luck, prodotta da entrambi, che si trovava a Londra durante la lavorazione e ha dato preziosi consigli al “neofita”
(Mauro Gervasini – Film Tv)

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