SISTER - L'enfant d'en haut (2012)

Un film di URSULA MEIER – SVIZZERA/FRANCIA - Drammatico. Durata: 97', 2012

Con Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Gillian Anderson, Martin Compston, Johan Libéreau, Jean-François Stévenin, Yann Trégouët,

Il dodicenne Simon vive a ridosso di un lussuoso ski resort nei pressi delle montagne svizzere, in una località frequentata da gente benestante e altolocata. Per sopperire ai bisogni dettati dallo stato di povertà in cui vive, Simon si arrangia rubando le attrezzature dei turisti per poi rivenderle per pochi spiccioli, utili a lui e alla sorella Louise. Fingendosi figlio di ricchi genitori, Simon riesce a conquistare la fiducia dei turisti e, in particolar modo, di una famiglia inglese che si lascia conquistare dai suoi modi gentili. Dopo esser rimasta senza lavoro, Louise comincia a dipendere sempre più dai soldi del fratello, che li baratta in cambio di piccole attenzioni e affetto.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
(…) Con l'eccellente apporto del direttore della fotografia, Agnès Godard (collaboratrice di Claire Denis, Andre Téchiné e altri), Ursula Meier riprende in inquadrature claustrofobiche il mondo dei privilegiati, mantenendo la mdp stretta sui gesti esperti, circospetti e
fulminei di Simon (lo straordinario Kacey Mottet Klein, già protagonista di Home) che, grazie al suo corpo piccolo ed esile, può entrare ovunque a depredare zaini, borse e giacconi da montagna (oltre agli scii), aggiungendo sotto il suo vestito strati di refurtiva da cui
si libererà una volta ridisceso a valle. Gli oggetti, onnipresenti nel film come mercé di scambio, sono gli irrisori feticci della felicità che promettono ma che non si può comprare e, per quanto scambiati o venduti non riempiono nessun vuoto, nemmeno quello economico.
(...) Lo sguardo della Meier ignora il bianco paesaggio da cartolina dove impazzano i turisti (i cui rumori, voci e risate echeggiano perlopiù dal fuori campo) e rimane circoscritto al raggio d'azione 'mordi e fuggì' del ragazzino, mentre mostra l'orizzontalità di autostrade e periferie che circondano il caseggiato dove vive con
Louise. Le due dimensioni - il basso e l'alto - sono collegate e scandite dal movimento prima ascendente e poi discendente della funivia, spazio 'cerniera' dove finalmente, durante il viaggio di ritorno, Simon dorme sereno oppure può iniziare a godere del malloppo,
mangiando merende e dolci. È anche il teatro dell'ultima inquadratura, quando Simon e Louise, in viaggio su cabine diverse dal movimento contrario, si riavvicinano in silenzio e a distanza. Se in Home il deuteragonista era lo spazio della casa assediata dall'autostrada (che una volta attivata, perdeva il suo carattere di emanazione incontaminata dell'ambito domestico), in Sister un ruolo dominante lo hanno i "dietro le quinte", gli ambienti ristretti e angusti dove Simon si apparta a scremare la refurtiva (il bagno nel ristorante), o dove trova una nuova clientela (il magazzino del ristorante dove incontra il cuoco inglese che, anziché denunciarlo, traffica con lui e gli presenta i colleghi, presumibilmente malpagati e ansiosi di poter acquistare per pochi euro oggetti di marca). Lo spazio domestico, anch'esso angusto e anonimo, è il teatro dell'ambigua convivenza con Louise, che nel suo narcisismo irresponsabile e randagio ricorda alcuni tratti della
Judith di Home. La regista conferma il suo talento nel tradurre situazioni psicologiche in un'intensa fisicità, a cominciare dal contrasto fra il corpo fiorente, armonioso e d'indolente bellezza di Louise (una sorprendente Léa Seydoux, appena reduce da Mission Impossible 4) e quello acerbo di Simon, che agisce con l'iperattività
pratica di chi è stato costretto a crescere troppo in fretta.
Il rapporto complesso fra Simon e Louise, altalenante fra dipendenza e rifiuto, si condensa efficacemente nell'immagine ricorrente dei due che camminano distanti l'una dall'altro. Una distanza che cela un segreto
vertiginoso - rivelato con atroce naturalezza da Simon, come 'arma segreta' per liberarsi sui due piedi di un amante della ragazza - e che il ragazzino cerca talvolta di colmare (come nella bella sequenza in cui vorrebbe 'acquistare', cedendo tutti i suoi risparmi, il privilegio di dormire accanto alla ragazza). Come già Home, anche Sister descrive acutamente le fasi di degradazione di una situazione precaria e separata dalla realtà e dalla norma, con le contraddizioni che si evidenziano nel comportamento dei personaggi(...) La degradazione del
loro precario equilibrio deflagra nell'aspro scontro fisico che li porta ad avvinghiarsi nel fango, come in un rito primordiale ma senza effettiva catarsi perché lascia intatto il drammatico squilibrio del loro, fino alla schiarita ottimista del finale. (...)
(Roberto Chiesi - Segnocinema)

Autrice finora di due lungometraggi, questo e il precedente Home (2008), Ursula Meier ha costruito le proprie storie intorno all'idea della «frontiera», della linea di passaggio. Una vera e propria barriera di confine, concretissima e ben visibile (nel primo film era
un' autostrada, qui una funivia) capace però di colorarsi di valenze metaforiche e in qualche modo fantastiche. Proprio come i suoi film, che sembrano all'apparenza realistici e «documentari» (genere in cui la Meier si è misurata in passato con successo) per poi prendere la
dimensione di una favola contemporanea, con tutta la forza immaginativa e metaforica che porta con sé. La «frontiera» di Sister è quella segnata dal percorso di una funivia che mette in contatto un fondovalle brullo e polveroso, come solo certi agglomerati popolari sembrano capaci di essere, con i campi di sci innevati e baciati dal sole. (…) Un po' dalle parti dei Dardenne e della loro voglia di pedinare la realtà. A metà del film però le carte improvvisamente cambiano e la
sceneggiatura (della regista con Antoine Jacoud e Gilles Tourand) ci regala un colpo di scena che colpisce lo spettatore come un pugno nello stomaco. Sarebbe ingeneroso svelarlo ma non si può non dire che da questo momento in poi tutto cambia senso, per incamminarsi verso una dimensione più cupa e disperata, più inquietante e angosciata. Ma anche più chiara rispetto ai caratteri e ai comportamenti dei personaggi. E la
frontiera che fino a quel momento sembrava definire solo uno spostamento geografico (dal fondovalle ai campi da sci) e sociale (dalla miseria e dalla povertà alla relativa ricchezza offerta dalla refurtiva) diventa la linea di demarcazione tra due mondi lontanissimi tra di loro, dove i sogni e le fantasie si ribaltano. Il film assume
allora un nuovo spessore, un più intenso significato, capace di raccontare non il disagio di un singolo ma quello di una generazione e forse di un paese, costretto a guardare dentro un buco nero di fronte al quale aveva cercato di chiudere gli occhi e che invece si spalanca
drammaticamente di fronte a tutti. Personaggi e spettatori.
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

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