POLLO ALLE PRUGNE (2011)

Un film di M.SATRAPI/V.PARONNAUD – FRANCIA - Commedia, Drammatico. Durata: 93', 2011

Con Mathieu Amalric, Jamel Debbouze, Golshifteh Farahani, Edouard Baer, Chiara Mastroianni, Isabella Rossellini

Teheran, 1958. Nasser Ali Khan, celebre musicista, ha perso il gusto per la vita. Da quando il suo violino si è rotto a causa di un incidente, nessuno strumento musicale riesce più a dargli l'ispirazione. La sua tristezza si è accentuata da quando ha incontrato per caso il suo amore di gioventù all'angolo di una strada ma lei non lo ha riconosciuto. Dopo aver tentato invano di rimpiazzare lo strumento rotto che gli aveva regalato il suo maestro di musica, Nasser giunge all'unica soluzione possibile: visto che nessun altro violino riuscirà più a dargli la gioia di suonare, si metterà a letto e attenderà la morte.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Nasser-Ali ha deciso di morire, e niente lo dissuaderà. La moglie mai amata ha rotto il suo violino, il cuore invece gliel’ha spezzato un amore impossibile, che ha il volto perfetto di Golshifteh Farahani, unica attrice iraniana nello sfavillante cast europeo dell’opera seconda di Paronnaud e Satrapi. Che, a partire da questa scelta di
casting, sceglie l’artificiosità come cifra stilistica, compiendo una doppia metamorfosi non necessariamente felice: i personaggi stilizzati del graphic novel omonimo della Satrapi diventano attori in carne e
ossa, i quali a loro volta si mutano in pupazzetti caricaturali, cartoon viventi dalla recitazione sopra le righe (seppure di alto livello, a cominciare dal protagonista Mathieu Amalric, che in versione baffuta e comica è sinistramente somigliante al nostro Giovanni Storti). Il film si snoda avanti e indietro nel tempo, lungo il flusso di ricordi del cocciutamente moribondo Nasser-Ali, mettendo in scena l’Iran degli anni 50, prima della Rivoluzione, dipinti però con i colori saturi di un libro per bambini, una riproposizione stucchevole dell’estetica di Jeunet. Flirtando con la contaminazione di stili
(dall’animazione alla sitcom statunitense), gli autori giocano d’accumulo, accantonando la fulminante sobrietà dell’opera prima e ripartendo da zero, con l’eccesso di buona volontà degli esordienti. II kitsch prevale sulla sincerità e il cuore di Nasser-Ali batte solo per gioco.
(Ilaria Feole – Film Tv)

“Così cominciano le fiabe persiane…”. In realtà Poulet aux prunes più che una favola è un film terminale, caratterizzato da forti tracce funeree segnate dalle frequenti ombre, quasi estensione di quel nero
opprimente che aveva caratterizzato l’ottimo, precedente lavoro di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, Persepolis. Il passaggio al liveaction di un’altra graphic novel della Satrapi però stavolta non
solo non funziona, ma risulta addirittura forte elemento di dissonanza. A Teheran, nel 1958, il violinista Nasser Ali Khan ha perso la voglia di vivere. Imprigionato nel ricordo di un amore mai dimenticato, vive tristemente la sua quotidianità con la moglie e i figli. Da quando il suo vecchio violino si rompe e quello nuovo non gli da più nuovi stimoli, decide che per lui non ha più senso vivere. Potrebbe apparire come una variazione di Romeo e Giulietta, caratterizzato però da un segno pesante, un tratto che marca i corpi, esaspera i dettagli e fa apparire anche le soluzioni grafiche (il sangue che esce dalle tempie, la nuvola sulla bara) come compiaciute ed estetizzanti. Quello di Poulet aux prunes appare l’esempio di un cinema che si sovrappone su quello del passato. C’è la locandina di Sophia Loren in La donna
del fiume ma Satrapi-Paronnaud sembrano soprattutto voler ricalcare i melodrammi del cinema degli anni ’50 e in particolare di Douglas Sirk qui in versione dark. Ma la passione non fluisce ma resta continuamente interrotta da giochetti irritanti (la doppia vita di Nasser e Iran,
l’unica donna che ha amato, nel corso degli anni), da salti temporali in avanti e indietro dove viene negata la magia cinematografica di immaginarsi il passato e il futuro e che riducono Isabella Rossellini e Chiara Mastroianni quasi ad elementi scenografici, oltre a adute grevi come la parodia da vecchia sitcom statunitense anni ’70. Un film anche sulla condizione in Iran dove però il terrore di Persepolis viene ingolfato dalle deformazioni prospettiche-cromatiche del cinema di Jeunet in cui Mathieu Amalric cerca a tutti i costi di tirare fuori il suo personaggio dalla statura cartoon in cui è precipitato e forse avrebbe preferito volentieri andare alla ricerca di Zemeckis per ritrovare il suo doppio in performing capture come è accaduto a Jim Carrey in A Christmas Carol. Ralenti e accelerazioni, i movimenti di
Poulet aux prunes negano il tempo cinematografico. Il favoloso mondo di Amelie è un modello e Satrapi e Paronnaud non hanno idea dei danni che ha fatto quel film in un immaginario visivo che lo riproduce, impedendo già al cuore del melodramma di battere. Come guardare un album di fotografie. Come per dover ricordare per forza. “Così cominciano le fiabe persiane…”. Ma della loro magia, neanche l’ombra.
(Simone Emiliani – Sentieri Selvaggi)

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