LA TALPA -Tinker, Tailor, Soldier, Spy (2011)

Un film di TOMAS ALFREDSON – FRANCIA/GRAN BRET - Thriller. Durata: 127', 2011

Con Gary Oldman, Tom Hardy, Colin Firth, Mark Strong, Ciarán Hinds, Benedict Cumberbatch, Stephen Graham, Simon McBurney, Jamie Thomas King, Laura Carmichael

L’Intelligence inglese richiama in azione l’agente George Smiley per proporgli una nuova missione. George, armato di pazienza, deve scoprire chi è la pericolosa spia che si nasconde tra i membri dei servizi segreti e deve catturarla, cercando di rompere i fitti rapporti che la talpa è riuscita a crearsi. Dopo aver individuato quattro possibili sospetti, per George sarà difficile barcamenarsi tra vecchie storie di amicizie e rivalità e la riuscita della missione comporterà un prezzo molto alto da pagare.

critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
La classe e l’eleganza sono forme e concetti complessi: non sono solo una questione di “taglio”. Un grande abito è rigoroso e understated, e lascia che la sua personalità e la sua modernità esplodano silenti ma inesorabili nei piccoli dettagli. Nelle rifiniture. Nella perfezione del
quasi invisibile. Nella capacità di chi lo indossa di saperlo portare. Questo lo sanno bene coloro i quali sono attenti al vestire. Lo sanno i grandi sarti, come quelli londinesi di Savile Row. E, a quanto pare, lo sanno anche i grandi registi. Perché La talpa (titolo italiano che, pur buono, non rende onore alla complessità anche teorica dell’originale Tinker Tailor Soldier Spy: anche se per una volta non sono i titolisti delle distribuzioni cinematografiche ad avere la responsabilità) è un film di rara classe e di sommessa eleganza, che colpisce senza clamori o schiamazzi, attraverso la cura meticolosa e maniacale del dettaglio. Questo vale sia per il reparto tecnico, dai costumi alle scenografie, passando ovviamente per fotografia e montaggio, che per quello
artistico: regia e sceneggiatura, senza dimenticare gli attori che lo “indossano”. Quindi, l’eleganza e la modernissima efficacia del film, riguardano sia il suo aspetto quanto, soprattutto, il suo contenuto. Certo, coerentemente con la storia e il tema che racconta, con la complessa stratificazione (dove non mistificazione) della realtà dovuta al sovrapporsi di pensieri, punti di vista, versioni opposte, deviazioni, La talpa richiede uno sguardo tutt’altro che superficiale e sbrigativo per essere apprezzato e compreso appieno. Richiede che lo
spettatore o il critico si facciano spia. Che, come George Smiley, diventino pazienti e testardi osservatori. Che, proprio come lui all’inizio della storia che lo vede protagonista, adottino un nuovo sguardo: fresco, diverso, libero dai pregiudizi incancreniti sulle retine dal mondo sempre uguale e sempre diverso che siamo usi osservare. Che cambi e aggiorni i suoi occhiali. Non a caso, uno degli accorgimenti stilistici più evidenti presi da Tomas Alfredson per la messa in scena, è quello di effettuare quasi invariabilmente nel corso della narrazione dei cambi di fuoco tra oggetti e figure all’interno della stessa scena e dello stesso stacco di montaggio: chiara ed evidente indicazione di come, per la comprensione totale del suo film, lo sguardo dell’osservante debba essere mobile e inquieto, pronto a cambiare angolo e oggetto di studio costantemente, al fine di saper ricostruire l’interezza di una scena e di una storia attraverso
l’assemblaggio dei pezzi di puzzle raccolti fino a quel momento. Così facendo, che si tratti di un processo automatico e spontaneo, autoindotto da ciò che si vede, o che invece sia frutto di una operazione più cosciente, ecco che La talpa si rivela all’occhio di chi lo guarda in tutta la sua placida e straordinaria energia, in tutta
quell’immota potenza che è occhio del ciclone ed esercizio zen. Britannico fino al midollo, nonostante sia diretto da un regista svedese alla prima esperienza su un set di lingua non sua, La talpa è in primissima battuta un film capace di regalare un godimento estetico notevolissimo: la cura minuziosa di ogni piccolo particolare restituisce l’umido degli autunni londinesi, la polvere sulle scartoffie o nelle case trascurate da tempo, il brivido di uno sguardo, la malinconia di un gesto. Senza scossoni, ma anzi affogando(si) in un stile imperturbabile e dall’andamento scadenzato e preciso, Tomas Alfredson ci trasporta di peso negli anni Settanta in cui è ambientata la sua storia: non solo con il decor, bensì con tutto lo spirito di un cinema, quello di allora, capace di essere etico e politico, spettacolare e avvincente, grazie solo alla forza del suo essere racconto e delle passioni umane che contiene. Perché sotto tutta
quella paludata eleganza, il regista (aiutato in questo da un cast che mette assieme il meglio della miglior scuola attoriale del mondo, quella britannica, e in particolare da un Gary Oldman maestoso ed emozionante nella sua quiete solo apparente) lascia che serpeggi nervoso e fremente, intenso al punto da diventare a tratti funzionalmente doloroso, l’elemento umano. Sotto le meravigliose e compunte ceneri di una forma solo apparentemente incolore – anche da un punto di vista cromatico, con una fotografia desaturata che lascia
risaltare pochi e studiati elementi vibranti – bruciano in La talpa le braci roventi un’energia emotiva e sentimentale mai urlata ma trasmessa con rigore e passione. D’altronde, Alfredson lo aveva già ampiamente
dimostrato con Lasciami entrare: le regole e le convenzioni del genere (lì l’horror vampiresco, qui la spy story più classica) sono per lui un pretesto e uno stimolo per raccontare, solo apparentemente nelle pieghe
e nei dettagli del discorso, la forza dell’elemento umano, delle passioni, delle pulsioni più basilari e, per questo, potenti. Non sono difatti le strategie e i delicati equilibri dello spionaggio, a interessare il regista, ma quelli dei legami umani e del cuore; non i doppiogiochi o i tradimenti di patria o ideologia ma quelli dei sentimenti. Ecco che allora La talpa è un film che racconta di
passione e malinconia. In dosi uguali, intrecciate in maniera indissolubile, tanto da renderle a tratti indistinguibili. (...)
(Federico Gironi - Cineforum)

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