IL PRIMO UOMO – Le premier homme (2011)

Un film di GIANNI AMELIO – FRANCIA/ITALIA - Drammatico. Durata: 100', 2011

Con Maya Sansa, Jacques Gamblin, Denis Podalydès, Régis Romele, Catherine Sola, Elsa Levy, Christophe Dimitri Réveille, Laurence Lafiteau, Nacim Ben Younes, Michael Batret

Negli anni '50, Jacques Cormery, un uomo francese sulla quarantina, fa ritorno in Algeria, dove era cresciuto. La terra africana, ai tempi ancora colonia francese, lo sommerge con i ricordi della sua infanzia: la scuola, la madre, i compagni. Nel frattempo si confronta con gli aneliti di indipendenza degli algerini e ne capisce i motivi, cosa che lo pone, in quanto francese, in serie contraddizioni. Il film è tratto dal romanzo omonimo e incompiuto di Albert Camus.

critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
(…) Piuttosto ne è una riscrittura, personale e però molto camusiana. Nelle sue immagini ci sono la luce e il mare del Mediterraneo, che tanto segnano il pensiero dell'autore del Mito di Sisifo. Si tratta della stessa luce e dello stesso mare dell'infanzia e della giovinezza del regista calabrese, che forse si riconosce nel piccolo Jacques (Nino Jouglet, sorprendente), incantato nella magia assolata delle spiagge di Algeri. In un certo senso, Amelio sembra fare come l'ormai adulto e famoso Jacques (Jacques Gamblin): torna nei luoghi più profondi della sua memoria, sulle tracce di un padre smarrito, e dunque su quelle di se stesso bambino. In ogni bambino, dice appunto il maestro Bernard (Denis Podalydès), c'è l'uomo che diventerà. Ci sono le sue fedeltà (o le sue infedeltà) alle ragioni della vita (il solo valore necessario, secondo il Camus filosofo). Ci sono le sue verità più grandi: non quelle che vivono solo nella sua testa, ma quelle che ne abitano anche il corpo, e che ritroverà lungo le strade del tempo. E ci sono i volti, i colori, i suoni di cui si intesserà la sua storia. Partito dalla ricerca del padre, il Jacques di Camus e di Amelio arriva a "scoprire" la madre Catherine, sia quella ancor giovane degli anni Dieci e Venti (Maya Sansa), sia quella invecchiata nel ricordo dell'amore per il marito (Catherine Sola). E su di lei, sul suo sguardo che si posa
con dolcezza sulla luce d'Algeria, il film si chiude. In quello sguardo c'è il segreto di tutto quello che al figlio è accaduto. Opera d'uomo è ripercorrere i sentieri ricurvi della memoria, ritrovando le cose più nascoste e profonde, come forse direbbe Albert Camus.
(Roberto Escobar – L'Espresso)

(…) Ora questa storia Amelio la distilla, la raf- fredda, la «allontana da sé» cercando in tutti i modi (questa, naturalmente, l' impressione personale) di renderla il più possibile «oggettiva». Inventando, per esempio, una cornice storica che nel romanzo non esiste e che ci
mostra da subito il protagonista adulto (l'ottimo Jacques Gamblin)
atterrare nella Algeri del 1957, costretto a fare i conti con le
tensioni indipendentistiche che hanno spinto gli arabi del Fronte
di liberazione nazionale anche verso il terrorismo. Durante questo «ritorno in patria», Cormery/Camus ha modo di spiegare le
proprie idee sull'indipendenza, sulla convivenza tra arabi e francesi, sull'uso della lotta armata (il celeberrimo discorso in cui dichiarò agli arabi di essere pronto «a difendervi ad ogni costo, ma non contro mia madre», per prendere le distanze dagli attentati contro la popolazione inerme). E proprio l'incontro con la madre (Catherine Sola) e il vecchio maestro elementare che lo spinse a proseguire gli studi
(Denis Podalydès) diventano l'occasione per rivivere la propria adolescenza (affidata alla forza espressiva del piccolo Nino Jouglet), l'affetto per la madre (Maya Sansa), il legame con lo zio Etienne (Nicolas Giraud), la paura ma anche l'ammirazione per la severissima nonna (Ulla Baugué). Tutto questo, che pian piano assume la forza di un percorso di vita e di educazione, Amelio lo filma con un rigore e una compostezza (lunghe panoramiche con la steady, primi piani dove
l'illuminazione - del sole o di una candela - assume forza pittorica) che si trasformano in una bellezza fuori dal tempo, in una eleganza antimelodrammatica. Nel senso che quello che potrebbe spingere all'identificazione - come la scena del piccolo che gioca a piedi scalzi per non rovinare le scarpe e si ferisce a un piede. O quella al
cinema, dove non riesce a leggere tutte le didascalie alla nonna analfabeta - viene raccontato con il minimo di emotività possibile. Con il minimo di coinvolgimento. Perché? Perché questa scelta di rigore e di stile che sembra andar contro le aspettative di un pubblico sempre
un po' anestetizzato di fronte al nuovo e al non-conformista? La mia personalissima risposta è che Amelio abbia avuto timore di farsi coinvolgere troppo da una materia che poteva far scattare un'identificazione «rischiosa» (anche lui era stato un povero adolescente, costretto a vivere con la madre da un padre che «non
c'era», emigrato in America) e che questo rischio l'abbia spinto a distillare ogni immagine, ogni battuta, ogni silenzio, ogni ricordo. Di fronte a una materia così incandescente - per Camus ma anche per Amelio - il regista italiano ha scelto la strada dell'essenzialità, della decantazione, della mente prima del cuore (come sembra fare il suo protagonista adulto di fronte alla morte del figlio di un amico), di chi cerca le parole e non le lacrime. Di chi vuole far capire e non solo raccontare.
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

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