L' INDUSTRIALE (2011)

Un film di GIULIANO MONTALDO – ITALIA - Drammatico. Durata: 94', 2011

Con Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Eduard Gabia, Francesco Scianna, Elena Di Cioccio, Elisabetta Piccolomini, Andrea Tidona, Mauro Pirovano, Gianni Bisacca, Roberto Alpi

Nicola, quarantenne industriale torinese, deve gestire una complessa joint venture internazionale che può salvare la sua ditta dalla crisi, ma per orgoglio rifiuta anche gli aiuti delle persone a lui più vicine. Per salvare l’azienda inizia a mettere in gioco tutto, compreso il rapporto con la moglie…

critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
(…) Delitto e castigo. C’è un salto temporale consistente tra I demoni di San Pietroburgo e L’industriale, eppure si avverte anche una continuità tra un’opera e l’altra. Innanzitutto la figura di Dostoevskij uscita dal film precedente potrebbe davvero scrivere il personaggio di Nicola: una tragica emanazione uscita dalla sua penna,
una specie di “giocatore” appunto. Ma soprattutto in entrambi i film l’oscurità è la tonalità dominante, con i volti illuminati che escono dal buio e dal grigio. La fotografia di Catinari evita infatti quasi del tutto tonalità accese, anzi si avvicina al bianco e nero. C’è una
glacialità non solo nel modo di filmare gli spazi, ma soprattutto di rappresentare Torino, città quasi spettrale come negli horror di Dario Argento, dove tutto è nascosto, dove le azioni avvengono al buio. Proprio, si diceva, come in un thriller di genere. Fatto di pedinamenti, di ambiguità, di inseguimenti, con una vertigine sensoriale soggettiva. È per questo che, a livello teorico, L’industriale può essere considerato anche un passaggio fondamentale nel cinema del regista genovese. Sforzando ed estremizzano i termini, la
pellicola potrebbe sintetizzare diverse sfaccettature dell’opera del cineasta. La prima è, appunto, quella del cinema di genere, attraversato più volte nella sua carriera. La seconda riguarda l’aspetto documenta ristico: le immagini degli operai che protestano prima che il protagonista prenda la parola potrebbero non essere
scritte, ma filmate lì sul momento, anche in una vera fabbrica. L’ultima riguarda l’aspetto letterario. Non c’è nessun romanzo che ha ispirato il soggetto, ma la vicenda, tolta l’ambientazione, potrebbe anche uscire da un romanzo dell’ottocento. Dostoevskij, certo, ma non
solo. C’è ancora il modo di filmare l’azienda di Nicola in crisi, con i tentativi di salvarla dal fallimento e i dipendenti in rivolta che potrebbe anche essere, più che un omaggio letterario, soprattutto
cinematografico, e in particolar modo al grandioso e sempre più attuale I compagni di Mario Monicelli, ambientato proprio in quel secolo, sempre sospeso nella doppiezza tra immagine cinematografica e
istantanea fotografica (che, volendo, si potrebbe applicare, sia pure con i dovuti limiti, anche a L’industriale), quasi una preveggenza della fine del boom in una pellicola realizzata nel 1963. (…)
(Simone Emiliani – Cineforum)

Il nuovo film di Giuliano Montaldo si presenta come un’opera motivata e robusta nonostante alcune perdonabili debolezze (l’incipit, per esempio, nel quale si delineano sbrigativamente le origini della crisi
finanziaria, e un certo passo un po’ troppo televisivo). Retto dalla livida fotografia monocromatica di Arnaldo Catinari, ci riporta alla fertile stagione del cinema italiano, quando la sala era la piazza dove il mondo veniva intercettato in forma di racconto. Nella vicenda
dell’industriale che vuole a tutti i costi salvare il “gioiellino” di famiglia, Montaldo intreccia tutte le ambiguità di una classe sociale e politica che s’interfaccia con una finanza completamente staccata dalla realtà e retta solo dal proprio tornaconto immediato. Il regista osserva con grande precisione il mondo stringersi progressivamente intorno all’ industriale assediato, una specie di regolamento di conti
mafiosi fatto a colpi di estratti conto, cogliendo nel lusso e nella ricchezza una sorta di sardonico testimone del conto alla rovescia che rischia di strozzare l’uomo. Montaldo, però, a differenza della Sinistra attuale, non si fa molte speranze sulle possibilità reali che il “buon capitalismo” e la “buona impresa” ci possano salvare (nonostante un gustoso omaggio all’arte di arrangiarsi nazionale). A fare sacrifici e a sacrificarsi sono sempre i… sacrificabili. L’unica legge immutabile del mercato. Il vuoto lancinante che l’opera lascia nello spettatore è un antidoto forte e necessario all’ingenuità di certe
pellicole che continuano a credere alla speranza e al riscatto senza mai prendere in considerazione le strategie dell’economia reale e, soprattutto, l’omertà di classe. E, rispetto a questi film, Montaldo possiede l’onestà di conferire volto e nome alle vittime. Che in sé è già una posizione politica molto chiara. L’industriale, dunque, è
la tragedia senza catarsi di un “incolpevole” che scopre con attonito orrore di essere ciò che è sempre stato. Una constatazione agghiacciante che riflette uno stato delle cose davvero spaventoso. E non è un caso che i colori siano assenti dal mondo evocato dal regista. L’industriale è il vero film dostojevskiano di Giuliano Montaldo,
cineasta dallo sguardo lucido anche nel cuore della tempesta.
(Giona A. Nazzaro – Film Tv)

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