FAUST (2011)

Un film di A. SOKUROV – RUSSIA - Drammatico. Durata: 134', 2011

Con Hanna Schygulla, Isolda Dychauk, Georg Friedrich, Maxim Mehmet, Joel Kirby, Antoine Monot Jr

Il Faust di Sokurov non è un adattamento della tragedia di Goethe nel senso tradizionale, ma una lettura di ciò che rimane tra le righe. C’è un'aria pesante nel mondo di Faust: progetti sconvolgenti nascono nello spazio angusto dove si affaccenda. È un pensatore, un veicolo di idee, un uomo anonimo guidato da istinti semplici. Una creatura infelice, perseguitata che lancia una sfida al Faust di Goethe. Perché rimanere nel presente se si può andare oltre? Spingersi sempre più in là, senza notare che il tempo si è fermato.

Critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Quattro anni dopo Alexandra, addirittura sei dopo Il Sole, Sokurov torna a parlare del potere, e dell’irriverente disponibilità dell’uomo a cedere tutto di sé pur di poter toccare con mano, anche solo per un
istante, la forza accecante del potere. Ultimo atto di una tetralogia interamente imperniata sui temi della supremazia e del dominio, Faust riesce però a distaccarsi dai suoi predecessori, portando il discorso su un piano necessariamente interiore, astratto, metafisico. Dopo
l’Hitler di Moloch, il Lenin morente di Taurus e l’inerme Hirohito di Il Sole, ora la tragedia del potere prende le mosse dal poema epico di Goethe, un testo letterario dove il dialogo centrale è quello che coinvolge il dottor Faust e Mefistofele, il diavolo. Non più una disputa tra sé e il mondo circostante, tra la sete di vittoria dell’uomo
e la realtà alla sua mercè, ma un confronto interiore tra ciò che si è, che si ha, e quanto di se stessi si è disposti a vendere in cambio di un potere ancor maggiore, sconfinato, illimitato. Il Faust di Sokurov è un’opera ostica, che lascia (volontariamente?) un segno di pesantezza sullo spettatore, dettato da una riflessione sul rapporto tra anima e corpo che non conosce fine, da un’ambientazione gotica che in certi passaggi si avvicina all’espressionismo tedesco (pur non richiamando l’altro Faust cinematografico, quello di Murnau), da una necessità di far percepire il senso dell’erranza e dei desideri continui dei due protagonisti. Ci si muove costantemente alla ricerca di un indizio, di una prova che possa testimoniare la presenza dell’anima nell’uomo. Le
autopsie di Faust divengono allora un espediente per guardare sin dentro i corpi, sin dentro le viscere, ma nulla della purezza e della bellezza attese sembra apparire. «Così tante parole sul corpo e nemmeno una sull’anima», gli fa notare Wagner, il suo assistente. L’anima non c’è e a comparire sono solo interiora, budelli, organi ormai spenti. «La
vita ha perso di valore e le anime non sono più pesanti di una moneta», osserva l’usuraio mentre tiene fra le mani la pietra filosofale. La sete di conoscenza del Faust sembra frustrata, avvilita, come la sua sconfinata ambizione. «L’idea di rinuncia» diviene «l’eterno ritornello», ma anche la medicina, o la scienza, è oramai solo «una occupazione per riempire il vuoto». È Wagner a invocare per primo il demonio, al fine di far scomparire il mondo intero. Una distanza, un
disamore che sintetizzano la perdita di speranza, l’odio profondo per esseri fatti solo di carne, interiora, e nessuno spirito. Il denaro appartiene al diavolo, e il solo modo per lenire il dolore dell’anima, il “dolore universale”, è l’acido fenico. Il fenolo serve a conservare
i cadaveri, a preservarli dai batteri, ma il suo richiamo sembra interpellare apertamente anche Moloch, Hitler, i campi di concentramento nazisti dove proprio l’acido fenico veniva impiegato per gli stermini. Iniezioni letali di acido fatte direttamente al cuore delle vittime. (...)
(Denis Brotto – Cineforum)

L’ultimo capitolo della cosiddetta tetralogia del potere (iniziata nel 1999 con Moloch e proseguita nel 2000 e nel 2004 rispettivamente con Taurus e Il sole) è incentrato, a differenza dei suoi predecessori, su un personaggio meramente letterario; ciò che accomuna Faust a Hitler, Lenin e all’imperatore Hiroito – i protagonisti degli altri film della tetralogia – è il fatto di aver giocato (e perso) la partita più importante della propria vita, oltre a una forma patologica di infelicità; il Faust di Sokurov vive in un mondo ridotto in miseria,
abitato da un esercito di morti di fame disposti a tutto in cambio di un tozzo di pane (lo stesso Mefistofele non se la passa tanto bene e fa fatica ad arrivare alla fine del mese), e ha abbassato notevolmente le proprie ambizioni: non più la conoscenza assoluta, ma una sola notte d’amore con una fanciulla è sufficiente a giustificare il patto col Maligno. Una libera interpretazione del classico goethiano, quindi, o meglio un “Faust tra le righe”. Il film ha trionfato all’ultimo
Festival di Venezia, tanto che molti hanno parlato di capolavoro, termine troppo spesso abusato dalla critica e sovente usato allo scopo di etichettare un’opera per autosollevarsi dall’obbligo di affrontarne le questioni più urgenti; film complesso e imperfetto, questo Faust può
essere letto sia come metafora dell’inesorabile declino della società contemporanea, sia come compendio dei tratti principali del cinema di Alexander Sokurov (il formalismo di ascendenza pittorica, la predilezione per i campi lunghi, il registro teatrale della recitazione),nautore vero e troppo importante per essere ignorato dal grande pubblico. (Matteo Fabbroni - Duellanti)

(…) Faust diventa così l’esperienza dell’origine. Una sorta di Ur-dannazione, quella da cui discendono tutte le altre. Febbrile e frenetico, Sokurov si cala nelle viscere dell’Europa per osservare da vicino il declino del mondo. Autentico film enciclopedia, opera mondo,
Faust è un film tanto giubilatorio nella sua messinscena quanto disperato. Profondamente nero, il film contempla la finitezza umana e la fallacità della sua imitazione divina. L’esperienza umana, costretta entro gli spazi angusti dei luoghi chiusi di un villaggio minuscolo,
viene alla fine proiettata sullo sfondo di una natura che sembra assumere i caratteri del noumeno. La cosa in sé non è conoscibile. La bestemmia dell’uomo è di volerla violare comunque. In questo senso Faust è film genuinamente arcaico. Se la tecnica di Sokurov pone il
film irrimediabilmente come esempio sublime di cinema giunto alla fine stessa del cinema, l’ispirazione del regista, nel suo sgomento feroce, nella sua indignazione altissima e, soprattutto, nella consapevolezza di non appartenere a questo mondo se non come certezza del proprio esilio, è l’immagine inevitabile dell’uomo e delm suo essersi smarrito alla fine della storia. Una fine che proprio non aveva immaginato. Nonostante tutto (Giona A. Nazzaro - MicroMega)

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