IO SONO LI (2011)

Un film di ANDREA SEGRE – ITALIA - Drammatico. Durata: 100', 2011

Con Zhao Tao, Rade Sherbedgia, Marco Paolini, Roberto Citran, Giuseppe Battiston

Shun Li lavora in un laboratorio tessile della periferia romana per ottenere i documenti e riuscire a far venire in Italia suo figlio di otto anni. All'improvviso viene trasferita a Chioggia, una piccola città-isola della laguna veneta per lavorare come barista in un'osteria. Bepi, pescatore di origini slave, soprannominato dagli amici "il Poeta", da anni frequenta quella piccola osteria. Il loro incontro è una fuga poetica dalla solitudine, un dialogo silenzioso tra culture diverse, ma non più lontane. Ma l'amicizia tra Shun Li e Bepi turba le due comunità, quella cinese e quella chioggiotta, che ostacolano questo nuovo viaggio, di cui forse hanno semplicemente ancora troppa paura.

Critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Il mondo del documentario, con i suoi migliori registi, inizia ad affacciarsi sul mondo del cinema di finzione, quello dei «film a soggetto» (come ci piace definirlo, perché il termine finzione e fiction non gli si addice). Non che questa sia una novità, altre volte soprattutto in passato si sono registrati slittamenti di energie da una
parte all'altra (basti pensare agli esordi di Antonioni e Olmi nel documentario, oppure al tentativo funzionale di Vittorio De Seta), solo che adesso si nota una felice congiuntura che potrebbe portare nuova aria al cinema italiano. Dopo l'esordio di Alice Rohrwacher con Corpo
Celeste, regista che ha fatto qualche esperienza nel documentario, e in attesa dell'esordio nel film a soggetto di Leonardo Di Costanzo, di Alina Marazzi e di Bruno Oliviero i cui progetti sono vicini alla realizzazione, ecco che esce in sala un film atteso, quello di Andrea Segre, altro documentarista di specchiata fede. Io sono Li è passato con grande successo a Venezia nelle Giornate degli Autori e ha sperimentato il suo pubblico con diverse anteprime prima di accedere alla distribuzione vera e propria da oggi in 25 sale. Segre ambienta in una Chioggia sospesa e realista la storia di un incontro impossibile tra una giovane donna cinese barista in un bar del luogo e un maturo pescatore slavo trasferitosi in città da trenta anni. Due apolidi, due transfughi, due solitari che si incontrano al di qua e al di là del bancone di un bar abitato dalla varia umanità locale. Una storia
d'amore impossibile, delicata e poetica. Segre, dunque, si getta nel mondo della finzione senza mai falsificare neanche per un attimo il dato della realtà e i suoi tanti anni di militanza documentaria alle prese con storie vere di immigrazione e integrazione (suoi sono Come un
uomo sceso sulla terra e Sangue verde, tra gli altri), lo hanno aiutato a vedere il vero oltre la realtà. Di storie di immigrazione nel cinema italiano ne abbiamo viste tante e molte davvero brutte e falsanti
(viene in mente Bianco e nero di Cristìna Comencini), e il motivo spesso è da additare al fatto che quel mondo non lo si conosce, non lo si capisce. Segre invece con rigore e sensibilità ci fa entrare in punta di piedi all'interno di un universo emozionale davvero originale.
(Dario Zonta – L'Unità)

Giovane cinese immigrata nella periferia romana, dove cuce vestiti in un laboratorio sotterraneo, Li (Zhao Tao) viene inviata dal suo “padrone” come barista a Chioggia, tra nebbie e maree, in un’osteria affacciata sul canale. Come Li – anche se integrato in Italia da anni – è straniero anche il pescatore slavo Bepi, detto “il Poeta” (Rade Sherbedgia). La comunicazione tra i due è tenera,
incomprensibile per le altre veraci “mosche da bar” del cast indovinatissimo: Marco Paolini (Coppe), anche coproduttore, Roberto Citran (l’Avvocato) e un triviale Giuseppe Battiston (Devis). Figure di un sottobosco chioggiotto delineato con (auto)ironia dalla sceneggiatura del regista e di Marco Pettenello, che isola i due straordinari protagonisti in una bolla di poesia e amara solitudine. Il padovano Andrea Segre, classe 1976, viene da un corposo percorso documentaristico, concentrato sul Veneto, regione d’origine, e sui
movimenti migratori in Italia ed Europa (da Marghera Canale Nord ad A Sud di Lampedusa, da cui il libro omonimo di Stefano Liberti). In questo suo felice debutto nel cinema di finzione, distribuito dalla neonata società padovana Parthenos, affronta l’immigrazione con piglio diretto, senza pietismi, dimostrando sicurezza di regia e dimestichezza con gli attori. Luca Bigazzi conquista gli occhi e il cuore fotografando una laguna che rievoca paesaggi asiatici. Cinema lirico, ma anche di sostanza.
(Pietro Lanci – FilmTv)

Miracoli del cinema. L'argomento del primo film di finzione di Andrea Segre, fin qui ottimo documentarista, sta in poche righe: giovane immigrata cinese vive uno strano, casto e impossibile amore con un anziano pescatore slavo di stanza a Chioggia, pure lui immigrato ma ormai assimilato a quel microcosmo durissimo. II film dura 96 minuti e li vale tutti. A differenza di lavori che vantano sceneggiature alte come l'elenco del telefono e dopo 20 minuti sono già spompati. Questione
di tempi, di volti, di luci, di atmosfere. In breve di densità. E di quella semplicissima «magia» che si chiama non detto. Se Io sono Li ci incanta, pur sapendo (quasi) tutto dall'inizio, è perché gli attori sono
meravigliosi, in testa Zhao Tao e Rade Serbedzija, dunque esprimono mille sentimenti muovendo sì e no due muscoli del viso. E perché Segre, con la complicità determinante di Luca Bigazzi, estrae dalla laguna un
piccolo poema per immagini (con assoluta sobrietà, senza mai cadere nel pittoresco). Dosando con accortezza le parole e le poche scene madri per dare vita a un sottotesto (i due poeti, il gioco di rimandi fra la
Cina e Chioggia, l'amore per il figlio lontano) semplicissimo e struggente. Un piccolo miracolo d'altri tempi. Che va al cuore del nostro presente.
(Fabio ferzetti – Il Messaggero)

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