IL VILLAGGIO DI CARTONE (2011)

Un film di ERMANNO OLMI – ITALIA - Drammatico. Durata: 88', 2011

Con Michael Londsdale, Rutger Hauer, Massimo De Francovich, Alessandro Haber

Un anziano prete a riposo assiste incredulo allo sgombero della chiesa, di cui è stato parroco per tanti anni, perché l’edificio non serve più per gli scopi del clero. Disperato, il religioso fugge e non riesce a fare altro che rintanarsi in sacrestia. Un forte temporale notturno spinge poi un gruppo di clandestini in fuga a ripararsi all’interno di quella stessa chiesa, ormai dissacrata. Da questo momento di sconforto, dove tutto pare avviato alla dissoluzione, avrà invece inizio la resurrezione di uno spirito nuovo della missione sacerdotale. Non più una Chiesa delle cerimonie liturgiche e degli ori, bensì la casa di Dio dove trovano rifugio i miseri e i derelitti. Ha inizio un tempo che chiede al mondo uomini nuovi e giusti.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Non so se il pensiero di un cineasta - quello che dice, le idee che esprime su questa nostra realtà e su questo nostro mondo - possano essere elevate in maniera automatica a poetica. Forse no, perché nella poetica di un regista si sommano pensiero e prassi, e cioè un'idea del mondo e un'idea del cinema. Cosa si pensa e come lo si rende pubblico. Fatto sta che nel cinema di Ermanno Olmi sembra sia ormai impossibile, e improvvido, separare le due sfere del pensiero e della prassi. A me pare che il suo cinema sia diventato un luogo tra i tanti da dove comunicare, a quanta più gente possibile, un accorato messaggio sulla disperante condizione dei nostri giorni. La sintesi ultima e
chiarificatrice senza possibilità di trovare scappatoie è nella
consapevolezza che bisogna guardare in faccia alla Storia. Senza fingere di non capire che i nostri schemi abituali di giudizio, valutazione, comprensione sono definitivamente mutati. E dunque, o ci si pone nella condizione di assecondare i mutamenti epocali dei quali siamo, a un tempo, spettatori e protagonisti, oppure ci autodestineremo
a vivere in una realtà monadica, al di fuori della Storia e della Vita stessa. Detto così sembra più una predica che un tentativo di discutere su di un film. Eppure Il villaggio di cartone si presenta proprio come una predica serrata. E, come una predica che vuole colpire e costringere alla riflessione, allontana da sé ogni orpello retorico. Dunque il film, che diventa strumento per questa predica, si mostra
nella severità di marcati toni chiaroscurali. Lo spazio che
potenzialmente la macchina da presa potrebbe percorrere per ampliare nelle dimensioni della orizzontalità e della verticalità e della profondità il luogo nel quale accade ciò di cui siamo spettatori, viene condensato nell'angustia di un interno nettamente separato da una dimensione esterna con cui non c'è osmosi e non c'è scambio. Ci può essere solo un'entrata improvvisa o un'altrettanto improvvisa uscita. Lo spazio prescelto - e ricostruito - è quello di una chiesa dismessa e
quindi privata degli oggetti che la sacralizzato (il crocifisso, il
Sacramento) e nei quali ciò che rimane, per esempio la fonte battesimale, perde il suo statuto di contenitore di acqua santa per
diventare, più umanamente, recipiente di acqua piovana. In molti
casi l'unica acqua davvero capace di salvare. In questo spazio che solo in apparenza è desacralizzato, ma che nella realtà dei fatti e della Storia è capace di accogliere la sacralità della vita, trova rifugio un numero cospicuo di migranti. E ci si rende conto di essere condizionati dall'atteggiamento di profonda e compassionevole umiltà che traspare dal tono complessivo che Ermanno Olmi ha dato al suo film. Per cui
io stesso preferisco usare il termine migranti, che amo e che mi appartiene (ci appartiene?), al posto di clandestini. Termine usato e abusato, di contenuto semantico chiaro, ma di valenza umana coincidente con lo zero. (…) In effetti sembra che proprio la figura retorica dell'ossimoro sia spazio prescelto - e ricostruito - è quello di una
chiesa dismessa e quindi privata degli oggetti che la sacralizzato (il
crocifisso, il Sacramento) e nei quali ciò che rimane, per esempio la fonte battesimale, perde il suo statuto di contenitore di acqua santa per diventare, più umanamente, recipiente di acqua piovana. In molti
casi l'unica acqua davvero capace di salvare. In questo spazio che solo in apparenza è desacralizzato, ma che nella realtà dei fatti e della Storia è capace di accogliere la sacralità della vita, trova rifugio un numero cospicuo di migranti. E ci si rende conto di essere condizionati dall'atteggiamento di profonda e compassionevole umiltà che traspare dal tono complessivo che Ermanno Olmi ha dato al suo film. Per cui io stesso preferisco usare il termine migranti, che amo e che mi appartiene (ci appartiene?), al posto di clandestini. Termine usato e abusato, di contenuto semantico chiaro, ma di valenza umana coincidente con lo zero. (…) In effetti sembra che proprio la figura retorica dell'ossimoro sia spazio prescelto - e ricostruito - è quello di una
chiesa dismessa e quindi privata degli oggetti che la sacralizzato (il
crocifisso, il Sacramento) e nei quali ciò che rimane, per esempio la fonte battesimale, perde il suo statuto di contenitore di acqua santa per diventare, più umanamente, recipiente di acqua piovana. In molti
casi l'unica acqua davvero capace di salvare. In questo spazio che solo in apparenza è desacralizzato, ma che nella realtà dei fatti e della Storia è capace di accogliere la sacralità della vita, trova rifugio un numero cospicuo di migranti. E ci si rende conto di essere condizionati dall'atteggiamento di profonda e compassionevole umiltà che traspare dal tono complessivo che Ermanno Olmi ha dato al suo film. Per cui io stesso preferisco usare il termine migranti, che amo e che mi appartiene (ci appartiene?), al posto di clandestini. Termine usato e abusato, di contenuto semantico chiaro, ma di valenza umana coincidente con lo zero. (…) In effetti sembra che proprio la figura retorica dell'ossimoro siaquella più capace di avvicinarci al film di Olmi.
L'opposizione noi/loro in riferimento all'umanità che, in sostanza, è un unico Noi. L'opposizione dentro/fuori che di fronte a un'equilibrata riflessione su questi nostri tempi diventa immediatamente un Qui senza alcun confine. Non è solo un messaggio edificante. È il tentativo, che si ritiene necessario e ormai ineludibile, di farci non solo testimoni
ma costruttori del nostro tempo. Che è questo tempo. C'era bisogno di un grande moralista come Ermanno Olmi. Della severità delle sue immagini che costringono a non scappare, a rimanere incollate in un perimetro che è il perimetro nel quale siamo tutti. Stretto se lo percepiamo a nostro uso e consumo e dunque "invaso" da chi preme spinto fin qui dalle maree della Storia. Immenso se invece lo cataloghiamo e lo pensiamo come il nostro vasto mondo. Nell'accezione più completa di Nostro. (…)
(Attilio Coco – Segnocinema)

Una chiesa viene dismessa, si imballano gli arredi, si stacca il grande crocefisso sospeso. Disertato dai fedeli, il tempio non serve più. Ma è veramente cosi? Un gruppo d'immigrati clandestini, senza un luogo dove
andare e inseguiti dalla polizia, giunge a occupare la chiesa sconsacrata trasformandola in un villaggio fatto di legno e cartone. Senza bisogno di oggetti "sacri" il luogo sarà ri-sacralizzato, restituendo al vecchio parroco una fede ormai in bilico. Innanzitutto è una questione di sguardi. Il maestro Ermanno Olmi realizza un apologo,
ma meno che mai tiene una predica. Ci offre il proprio sguardo sul mondo, sulla pietà, sulla carità; e lo fa attraverso gli sguardi. Da quello del vecchio prete, quando dalle finestre non vede che una nebbia fitta, agli sguardi dei suoi attori (il veterano Michel Lonsdale e
Rutger Hauer, già "santo bevitore" per il regista), più importanti delle rare parole. Si condivida o meno il rapporto di Olmi con la dimensione del sacro, trattare con sufficienza il suo film significherebbe soltanto non saper guardare.
(Roberto Nepoti – La Repubblica)

Proiezioni

Torna alle proiezioni

Home · Contatti
© Cinecircolo Acquabella 2010