THIS MUST BE THE PLACE (2011)

Un film di PAOLO SORRENTINO – FRANCIA/ITALIA/IRLANDA - Drammatico. Durata: 120', 2011

Con Sean Penn, David Byrne, Eve Hewson, Frances McDormand, Harry Dean Stanton, Heinz Lieven, Joyce Van Patten

Cheyenne, ebreo, cinquantenne, ex rock star di musica goth, rossetto rosso e cerone bianco, conduce una vita più che benestante a Dublino. Trafitto da una noia che tende, talora, ad interpretare come leggera depressione. La sua è una vita da pensionato prima di aver raggiunto l’età della pensione. La morte del padre, con il quale aveva da tempo interrotto i rapporti, lo riporta a New York. Qui, attraverso la lettura di alcuni diari, mette a fuoco la vita del padre negli ultimi trent’anni, dedicati a cercare ossessivamente un criminale nazista rifugiatosi negli Stati Uniti. Cheyenne decide così, contro ogni logica, di proseguire le ricerche del padre e di mettersi alla ricerca di un novantenne tedesco probabilmente morto di vecchiaia.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Sono due le scuole di pensiero critico italiane su This Must Be the Place, titolo scelto da Paolo Sorrentino per potersi riflettere direttamente, in continuazione e in maniera ossessiva, nell’omonima celebre canzone dei Talking Heads contenuta nell’album Speaking in
Tongues del 1983, e chiave di volta, quindi, dichiarata del film. La prima scuola lo liquida come un film inutilmente magniloquente, la seconda di contro ne magnifica la magniloquenza e lo stile ostentato. In
entrambi i casi ci troviamo di fronte a un meccanismo di motivazioni antitetiche e irriducibili che di sicuro non aiutano granché a capire, salvo ribadire incompatibili “relazioni d’oggetto” che non occorre neanche più psicanalizzare. (...) Non si può far finta di non accorgersi
che This Must Be the Place appare a oggi il primo autentico passo falso di Sorrentino, il quale ha costruito interamente questo percorso ora puramente audiovisivo, irrazionale, insensato, ora incomprensibilmente
narrativo, razionale, sensato, oscillando da un registro prevalente all’altro in cerca di un riparo provvisorio dalle palesi inadempienze su tutti e due i fronti. Quando cioè il film non vuole completamente abbandonarsi alla visionarietà e alla sonorità, racconta; quando teme invece di risultare troppo esplicito, lineare, logico, deborda nelle
immagini, nella musica, mostrando i muscoli, abbarbicandosi allo stile. Se spiega troppo, anche per accontentare il pubblico di ogni dove, si fa d’un tratto inspiegabile, quanto basta per poi ritornare a spiegare, a scandire i passaggi e le motivazioni. Insomma ogni qual volta eccede, non lo fa mai abbastanza e fino in fondo, piuttosto preferisce compensare con un eccesso di segno opposto, contravvenendo alla direzione fin lì seguita. Forse riuscendo solo nell’impresa di rendere impraticabili i due percorsi,quello lineare e quello espressivo. E scontentando le due fazioni agguerrite di cui sopra, pronte in trincea ad attaccare o difendere. (…) A ben guardare infatti è di questo che parla This Must Be the Place, il film, tra le righe: di persone che, per ragioni di lunga durata, hanno perso di vista la continuità del sapere autobiografico e storico, della conoscenza del proprio essere e stare al mondo con cognizione di causa. Torna così, come in Il Divo, in
questa nuova parabola del “divo” straniero in quanto estraneo a se stesso e al mondo ma soprattutto all’Italia, in poche parole in questa esemplificazione smisurata del “divo” alla deriva, il problema centrale dell’universo cinematografico di Sorrentino: la fondamentale crisi
della presenza individuale e collettiva contemporanea, crisi in primo luogo italiana e opportunamente qui dissimulata. Che nasce da un perdurante e irrecuperabile “deficit di verità”. Tanto più significativo in un Paese condannato a essere carente di questa verità, a restare tragicamente senza, senza una parte di se stesso, della
propria memoria: storicamente e non soltanto psicologicamente – o psicanaliticamente – vittima di una “mancanza” consistente di conoscenza, quindi di possibilità autoriflessiva. E che di conseguenza produce sintomatici travestimenti, recite, eccessi volgari, patetici e mostruosi, vuoti di spazio, di famiglia, di rapporti, tali da unire in pieno deserto due anime solitarie: una vistosamente finta (il cinquantenne Cheyenne senza figli e padre defunto), l’altra vagamente verosimile (Rachel, trentenne con figlio ma senza marito, e padre lontano). Destinate a sfiorarsi con i loro buchi, nei rispettivi e
coincidenti passati, senza tuttavia comprendersi. Per lasciar posto infine a una nudità tardiva: troppo vecchia, deludente sul versante malefico tradizionale e decrepita per costituire un reale risarcimento morale, culturale e storico (l’ultranovantenne, padre onnicomprensivo,
assurdamente ancora vivo ma cieco Aloise Lange). Questo almeno, tra le tante cose, sembra essere il film. This must be the film.
(Anton Giulio Mancino – Cineforum)

A cinquanta e più anni Cheyenne (Sean Penn, bravissimo) è un bambino. Come un bambino guarda il mondo: con sorpresa, a occhi spalancati. Ma, ancora come un bambino, del mondo riesce a vedere quello che uno sguardo più disincantato non vedrebbe. Fra questi due estremi - fra un'ingenuità senza difesa e uno stupore incuriosito - si muove il protagonista di This Must Be the Place. Costruendo il proprio film attorno alla figura di una ex rockstar - il titolo viene da una canzone dei Talking Heads, e fra i personaggi c'è David Byrne nella parte di se stesso - Paolo Sorrentino sceglie di rischiare. Invece di ripetere in altra forma Il divo (2008), sfruttandone il successo, con l'aiuto del cosceneggiatore Umberto Contarello gira una storia difficile e ambiziosa. Cheyenne è raccontato (e recitato) senza preoccupazioni realistiche. Può darsi che nessuna rockstar, e anzi che nessun uomo gli somigli. Certo però nel suo viso sfatto e reso mostruoso da un trucco ostinato - come se per lui la vita si svolgesse ancora e sempre su un palco, al centro d'uno stadio - si vede e si "riconosce" un dolore
profondo. Giunto all'età in cui non si pensa più a quello che si farà, ma si fanno i conti con quello che si è fatto, Cheyenne è orfano del proprio passato. In particolare, non conosce (e forse non ama) suo padre, ebreo scampato allo sterminio. Alla sua morte ne eredita però il
segreto e l'anima, ossia la ricerca durata più di cinquant'anni del suo carnefice nazista. E infatti, con il suo sguardo svagato ed esposto, la ex rockstar attraversa l'America sulle tracce labili di un vecchio tedesco che forse è già morto. Non è (solo) un film dedicato all'orrore del lager, This Must Be the Place. Nelle sue immagini c'è anche una straordinaria simpatia per la molteplicità imprevedibile di quel che è umano: facce, storie, situazioni, follie, genialità, banalità. E c'è il
bisogno profondo di Cheyenne: riconciliarsi. Riconciliarsi con la memoria del padre, in primo luogo. Poi, riconciliarsi con la sua vita trascorsa tutta "in superficie", appunto come su un palco nel centro di uno stadio. E infine riconciliarsi proprio con la vita, trovando il modo di viverla al di là d'ogni trucco ostinato e paradossale. Alla fine ce la fa, Cheyenne: sempre aperto come quello di un bambino, ora il suo sguardo chiaro è illuminato dal sorriso. E ce la fa anche Sorrentino, nonostante il rischio che s'è scelto. O meglio, per il coraggio con cui l'ha scelto.
(Roberto Escobar - L'Espresso)

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