PARADISO AMARO - The Descendants (2011)

Un film di ALEXANDER PAYNE – USA - Drammatico, commedia. Durata: 110', 2011

Con George Clooney, Judy Greer, Shailene Woodley, Matthew Lillard, Beau Bridges, Robert Forster, Rob Huebel, Patricia Hastie

Paradiso amaro vede protagonista Matt King, un marito e padre da sempre indifferente e distante dalla famiglia. Ma quando la moglie rimane vittima di un incidente in barca nel mare di Waikiki è costretto a riavvicinarsi alle due figlie: e quindi a riconsiderare il suo passato e valutare un nuovo futuro. Mentre i loro rapporti si ricompatteranno, Matt è anche alle prese con la difficile decisione legata alla vendita di un terreno di famiglia, richiesto dalle elite delle Hawaii ma anche da un gruppo di missionari.

Critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Cose da sapere su Matt King. Professione: avvocato. Residenza: Hawaii. Stato civile: coniugato (con una donna in coma irreversibile e due figlie per le quali è stato sempre il genitore di riserva). Interessi: il lavoro (e il lavoro, e il lavoro). Problemi: un lutto da elaborare; la prole orfana da gestire; l’eredità del tradimento della moglie da affrontare; il polmone verde maggiormente esteso dello Stato (di cui è proprietario con una loggia di parenti) da vendere (per questioni di trust). Narra di questo, Paradiso amaro: dei gesti scelti per sciogliere i nodi che fanno del groviglio della vita una (tragi)commedia umana, un gioco d’equivoci tra amore e morte, etica e (ri)sentimento, idea e contingente. Così che ogni scelta sia il segno di un ritratto, goffo e indeciso, mai netto, sempre sfumato. Perché il cinema di Payne è una corte clemente per il fattore umano: comprende, prima di semplificare a giudizio. E presenta le costanti di sempre: attori nevrotici in micromondi disfunzionali, un tono grottesco ammaestrato, un
equilibrio instabile tra pudore narrativo e paracula assenza di responsabilità (con armamentario d’ellissi, boutade e ukulele pronto a ovattare i rumori di tragedia). Pattern da cinema indie, con una differenza: Payne, alle didascaliche sentenze da Smemoranda, preferisce
l’impaccio dell’eloquio, le parole che non dicono, ma quelle che nascondono la matassa dei pensieri.
(Giulio Sangiorgio – Film Tv)

Alexander Payne ha vinto un Oscar come sceneggiatore per Sideways, deliziosa commedia vinicola del 2004, e ne avrebbe meritato un altro per A proposito di Schmidt, del 2002, ritratto di vedovo americano con uno straordinario Jack Nicholson. Paradiso amaro è uno «strappalacrime
esotico» assai meno bello. Il titolo avrebbe potuto essere About King: il personaggio di Matt King lo domina dalla prima all’ultima inquadratura, e come lo Schmidt del vecchio film deve affrontare due perdite. La prima è quella di un lotto di costa che la sua famiglia possiede da secoli, e che lui deve vendere come fiduciario dei parenti. La seconda è quella della moglie Elizabeth, in coma dopo un incidente. È uno studio di ambienti, oltre che di personaggi: il «paradiso amaro» del titolo sono le Hawaii, raccontate al di fuori di ogni stereotipo turistico. C’è molta verità per un’ora e mezza, poi veramente troppi pianti e troppi colpi bassi. Clooney ci piace di più nei ruoli brillanti,ma magari vincerà finalmente l’Oscar per questa parte così abbacchiata.
(Alberto Crespi - L'Unità)

(…) Nel romanzo, Alex, la figlia, rivela a Matt che il motivo per cui i rapporti con la madre si erano irrimediabilmente guastati è stato l’aver scoperto la relazione della donna con un altro uomo. Matt mette a
fuoco la notizia, è preda di una breve serie di contrastanti sensazioni, s’immerge nella piscina insieme alla figlia,da cui decide di uscire per recarsi dai Mitchell a chiedere ulteriori chiarimenti circa la natura della relazione e l’identità dell’uomo. Il capitolo termina, quello successivo inizia con Matt che parcheggia davanti
all’abitazione della famiglia Mitchell. Azione, breve reazione, azione susseguente. Uno snodo narrativo decisivo, imprescindibile per il seguito della vicenda, che non può non comparire anche nel film. Con una
variante. Alex comunica la triste verità al padre in una serie di – ça va sans dire – campi e controcampi, nei quali Matt appare prima sorpreso, poi stordito, infine schiumante rabbia, seppur contenuta. Raccomanda ad Alex di guardare la sorella ed esce velocemente da casa.
La meta è sempre l’abitazione dei Mitchell, ma non è dichiarata: infila nervosamente un paio di mocassini e comincia a correre sulla strada. La corsa è furiosa e goffa, affrettata, non veloce, frenata, non cadenzata,
quasi in punta di piedi, grottesca, se non fosse per un primo piano sotto sforzo che ne segnala l’apprensione e la sofferta e curiosa brama di sapere. Azione, progressione della reazione e azione susseguente filtrata da una cerniera che diventa decisiva almeno quanto ciò che precede. Perché quello che Payne propone allo spettatore è un segmento di autentica spoliazione della sacralità del divo. Anche se di un divo sui generis come Clooney, sempre più Cary Grant contemporaneo. Sorpreso, appesantito, ferito nell’orgoglio e nei sentimenti, incapace di rapportarsi adeguatamente alle figlie, perfette sconosciute, e per di più becco. In un paradiso terrestre, come la musica hawaiana di Gabby
Pahinui posta a commento dell’impacciata corsa si premura di ricordare. In un paradiso che per di più egli ha il compito di vendere al miglior offerente. Come se Adamo, contemporaneamente, scoprisse il tradimento di
Eva con il serpente mentre sta per cedere l’area intorno all’albero della conoscenza del bene e del male a un palazzinaro senza scrupoli. È in tale aspetto che il lavoro di Payne acquista un interesse che va oltre la storia narrata, in questo equilibrio che nasce proprio in virtù
della sobrietà calcolata dello stile e dal lavoro fatto su (e da) Clooney, capace di fornire sostanza alla materia espressiva solo attraverso una mimica misurata, esitante e smarrita. Ed è in questi minimi scarti che si nota la peculiarità della pellicola rispetto al romanzo, la sua capacità lineare di raccontare con ponderata armonia le
contraddizioni che in una situazione eccezionale diventano quotidiane. Contrasti che prendono forma e si materializzano, esulando dalla traccia portante fornita dal libro, come nell’incantevole ossimoro visivo dell’urlo disperato di Alex dopo aver appreso dell’imminente morte della madre. Un urlo sott’acqua rivolto alla macchina da presa, l’angoscia muta vista attraverso un diaframma attenuativo che è insieme
esplosione drammatica e sua estrema stilizzazione. Una sordina alle ipotesi di melodramma da temperare con il troncamento degli eccessi e con insufflazioni di calibrata ironia.
(Giampiero Frasca - Cineforum)

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