TERRAFERMA (2011)

Un film di EMANUELE CRIALESE – ITALIA - Drammatico. Durata: 88', 2011

Con Donatella Finocchiaro, Giuseppe Fiorello, Mimmo Cuticchio, Martina Codecasa, Filippo Pucillo, Filippo Scarafia, Claudio Santamaria

E' la storia di un'isola siciliana, di pescatori, quasi intatta. Appena lambita dal turismo, che pure comincia a modificare comportamenti e mentalità degli isolani. E al tempo stesso investita dagli arrivi dei clandestini, e dalla regola nuova del respingimento: la negazione stessa della cultura del mare, che obbliga al soccorso. Una famiglia di pescatori con al centro un vecchio di grande autorità, una giovane donna che non vuole rinunciare a vivere una vita migliore e un ragazzo che, nella confusione, cerca la sua strada morale. Tutti messi di fronte a una decisione da prendere, che segnerà la loro vita.

Critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Un mare di guai, quello che circonda "l'isola" (Linosa, con qualche ripresa a Lampedusa), liquido sepolcro per il padre di Filippo, il cui battello continua a solcare le azzurre acque ormai avare di pesce solo per l'ostinazione del nonno Ernesto, patriarca mitologico nel suo
attaccamento alle tradizionali norme di ospitalità e di aiuto ai naufraghi (il "codice del mare), figura austera e imponente, con la sua folta barba bianca, quasi un moderno Nettuno che dispensa, spesso inascoltato, la sua saggezza ai riottosi discendenti e si erge a difensore dei più deboli a fronte dello spieiato formalismo dei tutori
dell'ordine (un disumano ufficiale della Finanza -Claudio Santamaria, quasi irriconoscibile sotto il berretto della divisa. Ma anche l'Arma non è da meno: si pensi alla magistrale sequenza dell'intervento in spiaggia - per quattro o cinque clandestini scaturiti magicamente dai
flutti - dei Carabinieri, inquietanti nelle loro divise d'ordinanza, con bandoliere, guanti bianchi e mascherine anticontagio, quasi si trattasse di un'operazione di pulizia igienico-sanitaria nei confronti di pericolosi appestati). Il mare, già teatro di avventurose gesta di pirati e mercanti, di militari ed esploratori, appare ora al tempo stesso barriera e cerniera fra due mondi (in teoria?) antitetici, fra chi è in fuga disperata dalla propria terra, alla ricerca affannosa di un luogo in cui poter (soprav)vivere, di un utopico Eden che doni istituiscalibertà e dignità, per raggiungere il quale decine di individui, fra cui numerose donne e bambini, si sottopongono
quotidianamente a rischi, fatiche, ricatti, soprusi e violenze di ogni tipo, e chi si vede minacciato nel proprio "particulare", pur isponendo soltanto di miserrime risorse, dall'arrivo dell'orda (e dimentica che i
suoi antenati vissero invece, oltreoceano, esperienze quasi identi-che; cfr. Nuovomondo). Da questo mare ibrido, nel contempo minaccioso e vivifico, approdano sull'isola due tipi di invasori: i migranti, miserabili larve compatite solo dai vecchi, rifiutate invece a priori dalle giovani generazioni, respinte dalle forze dell'ordine, pssivamente (ottusamente) obbedienti alle disposizioni di chi governa il Paese, o i turisti, che sbarcano da un traghetto quasi come gli Alleati in Normandia, folla eterogenea di consumatori affamati di relax e di divertimento che, ironicamente, colma un'imbarcazione da diporto in pose analoghe a quelle dei disperati clandestini privi di tutto, in realtà solo per tuffarsi in acqua sull'onda delle note spaccatimpanidi "Maracaibo" e sotto la guida di un Beppe Fiorello opportunamente involgarito dall'allusivo cavalluccio marino arancione
che gli spunta dagli slip. Si accennava sopra ai sotterranei richiami mitologici del film, che ne racchiude anche altri, più espliciti, letterari (I Malavoglia, ovviamente) e cinematografici (per lo più interni all'opera dello stesso Crialese: il tema, costante, dell'acqua; il contatto con l'emigrazione, in passato vissuto in prima persona dagli stessi siciliani). In una sceneggiatura un po' slabbrata, sfilacciata, dentro un plot che non riesce sempre a contenere (a corrispondere al)la forza visiva delle immagini, apparendo alquanto
risaputo, generico, se non proprio banale, il regista sa introdurre un paio di momenti-clou di grande impatto emotivo. Nel primo (le rivelazioni da donna a donna dell'africana in lacrime a colei che, sia pure obtorto collo, l'ha aiutata a partorire) spicca la bravura delle
interpreti, Donatella Finocchiaro e Timnit T., due madri segnate da destini in qualche misura abbastanza simili: una resa vedova dal mare e quasi priva di prospettive per sé e per il figlio, l'altra che, per raggiungere il marito, ha affrontato un viaggio lunghissimo, pericoloso addirittura tragico nei suoi sviluppi (lo stupro dei poliziotti libici; il rifiuto del figlio di accettare la piccola neonata come sorella). Il secondo - quasi da horror, alla Fog - riguarda la minacciosa comparsa in/dal mare di un gruppo di nuotatori scatenati, che puntano la barca su cui Filippo ha condotto la sua bella ospite milanese in una romantica
gita notturna, con ovvio tuffo della giovane sirena del Nord illuminata da una lampara. Di fronte all'apparizione repentina, del tutto inattesa terrorizzante dei neri, il ragazzo reagisce secondo gli insegnamenti impartitigli dallo zio Nino (Fiorello), colpendo con un remo le
braccia, le mani avvinte alla barca degli atterriti, sfiniti
migranti/zombie, per poi abbandonarli lì, al largo, sordo alle loro disperate richieste di soccorso. Aperto dalle riprese subacquee del fondo del malconcio natante cui, caparbiamente, il vecchio Ernesto affida le sorti economiche proprie e della famiglia, il film si chiude
sull'inquietante campo lunghissimo dall'alto dello stesso battello che corre verso la terraferma attraverso un pelago scuro, apparentemente illimitato, greve di minacce. La miglior metafora possibile sull'incertezza del futuro, tanto per il giovane marinaio siciliano che,
per dirla con Crialese, recupera la "rotta morale" tramandatagli dai suoi avi, quanto per i suoi passeggeri africani, tutti accomunati da un destino indefinito, imprevedibile, insicuro, se non decisamente spaventoso, certamente irto di incognite, di difficoltà, di scogli. IIl
buio presente in cui siamo immersi.
(Mario Molinari – Segnocinema)

(…) Questo è Terraferma: il racconto di una famiglia di pescatori e di tutta un'isola - e insieme di un Paese intero, il nostro - che si trovano a scegliere tra la fedeltà alla propria coscienza e alla propria storia antica e la resa alla nuova volgarità che tutto riduce a frastuono televisivo. Potrebbe esser Lampedusa, l'isola dove si svolge il film di Emanuele Crialese e del cosceneggiatore Vittorio Moroni. E potrebbe anche essere un lembo di terra immaginario, posto a metà fra due mondi che si fronteggiano, inconciliabili: quello di un egoismo che
vede solo se stesso e si chiude nella propria miseria, e quello di uomini e donne che si aprono al dolore e alla speranza di altri uomini e donne, e in questo si fanno più ricchi. Così è Ernesto, appunto. Ma così non è il figlio Nino (Giuseppe Fiorello), per cui la dignità asciutta del padre è un fastidio, un ingombro che minaccia il
fatturato turistico. E poi c'è il nipote Filippo (Filippo Cucillo, molto bravo), indeciso fra nonno e zio. Quale sarà la sua "terraferma"? Quale sarà l'approdo saldo della sua ancor giovane vita? Dice cose importanti, Emanuele Crialese. In una metà del film lo fa con la lingua severa della gente di mare, e con l'intensità "materiale" e mitica
del suo Respiro (2002). Nell'altra metà, invece, cede a un intento troppo didascalico, e soprattutto rischia di inquinare il proprio buon cinema con l'espressività volgare del mondo volgare che vuol condannare
(fastidiosi, qua e là emergono elementi di una commedia all'italiana contaminata dalla fiction televisiva). Per sua e nostra fortuna, però, la dignità di Ernesto rimane ben salda al centro di "Terraferma". E ben salda rimane la grandezza morale di uomini e donne pronti a disobbedire, quando si tratta della vita di altri uomini e altre donne.
(Roberto Escobar - L'Espresso)

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