A SIMPLE LIFE (2011)

Un film di ANN HUI – CINA/HONG KONG - Drammatico. Durata: 129', 2011

Con Andy Lau, Deannie Yip, Qin Hailu, Wang Fuli, Eman Lam, Anthony Wong Chau-Sang, Hui Bik Kee, Hui So Ying, Chin Pei, Wu Wing Chong

Chung Chun-Tao, detta Ah Tao, è nata a Taishan, in Cina. Il padre adottivo muore durante l'occupazione giapponese e la madre la manda a lavorare. Appena adolescente, Chung Chun-Tao diventa una "amah", una serva, per la famiglia Leung, condividendone la vita quotidiana. Col tempo alcuni membri della famiglia passano a miglior vita e altri emigrano. Trascorsi sessant'anni, Ah Tao è ora al servizio di Roger, l'unico della famiglia rimasto a Hong Kong, dove lavora nell'industria cinematografica. Un giorno, tornando a casa, Roger trova la donna in preda a un ictus e la porta precipitosamente in ospedale. Una volta fuori pericolo, Ah Tao gli comunica di volersi ritirare in un ospizio. Qui conosce la sua nuova "famiglia": l'energica ma premurosa direttrice Ms Choi e un campionario assortito di anziani ospiti. Nel frattempo Roger si rende conto di essere molto legato alla vecchia governante. La madre, in visita dalla California, gli suggerisce di regalare ad Ah Tao uno degli appartamenti di famiglia, perché possa finalmente avere una casa tutta sua per la vecchiaia. Ma le condizioni di salute della donna si aggravano repentinamente...

Critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Nei film di Ann Hui i sentimenti, gli stati d’animo, il mondo e il tempo non sono mai raccontati dalla messa in scena e dal montaggio. Come fa invece Stanley Kwan, per esempio. Lo stile di Ann Hui è semplice e trasparente, mai un gesto di troppo, mai un carrello o un
piano sequenza dimostrativi o simbolici. E questo anche quando la realtà è in una delicata fase di cambiamento, come il Vietnam dopo la Liberazione di Danang di Boat People o la Hong Kong anni Quaranta sotto l’attacco dei giapponesi in Love in a Fallen City: raramente Ann Hui
si affida all’enfasi o alla suspense; e se deve mostrare un bambino che trova una mina e salta in aria o far morire i protagonisti, sceglie la soluzione improvvisa e inattesa, un momento breve senza pathos che coglie di sorpresa, e che subito si chiude per passare ad altro. È semplice, dunque, la regia di Ann Hui. Ed è di un’onestà intellettuale rara. Per buona parte, i suoi film parlano allo spettatore con spontaneità, talvolta con innocenza. A Simple Life non fa eccezione. Forse non è un caso che Ann Hui sia tra i pochissimi cineasti della new wave hongkonghese degli anni Ottanta a lavorare ancora con frequenza. È una storia di morte che si avvicina, A Simple Life, della fine di una vita, del tramonto inevitabile di uno sguardo. Non muore soltanto una
donna di servizio affettuosa e materna: con Ah Tao muore la memoria di alcune generazioni e di una famiglia; con lei finisce un modo di essere e di relazionarsi (soprattutto attraverso il cibo); con il suo funerale si celebra anche il funerale di una certa Hong Kong. Il rapporto con Roger, ultimo suo “padrone”, è di quelli silenziosi perché complici e strettissimi. Roger osserva spegnersi la domestica ma anche scivolar via i ricordi. Se trent’anni fa Ann Hui guardava la società e ne
scopriva la miseria, a costo di far vedere dei ragazzini che per sopravvivere saccheggiavano i corpi di persone appena fucilate, oggi chiude in qualche modo il cerchio con un mondo in cui il cinismo non ha
senso, e dove la morte non può far dimenticare ciò che di buono l’ha
preceduta. Niente più orrori inaspettati: A Simple Life è un film lineare e pulito, con i personaggi che non implicano più di ciò che
danno a vedere. Stessa cosa per la regia di Ann Hui: non sottintende
mai niente, non rimanda, non usa stratagemmi, ciò che avviene è ciò che si vede. Addirittura nelle scene più commoventi (la telefonata dei compagni di scuola di Roger, nella piccola piazza accanto alla panchina),Ann Hui sottrae tutto tranne il pudore. E cosa resta? Resta l’essenziale di una realtà che, dopo versamenti di sangue e cadaveri a mucchi, giunge all’epilogo più naturale. Chissà per quale motivo nel film compaiono Tsui Hark, Sammo Hung e – con unghie delle mani dipinte – Anthony Wong. Mi piace pensare che Ann Hui li abbia chiamati direttamente a quella Hong Kong là, ormai lontanissima, tre decenni fa,
per farli partecipare assieme a Andy Lau (in un’interpretazione davvero gigantesca) a questo rito funebre eppure tutt’altro che tragico: testimoni (e amici) di fronte a un mondo che forse non è cambiato, ma che sicuramente ci ha insegnato a mettere ogni cosa nella giusta proporzione.
(Pier Maria Bocchi – Cineforum)

(…) il film svela una ulteriore e ammirevole profondità, quella di una cultura e un modo di vivere hongkonghese che cercano di resistere all'egoismo della «globalizzazione» cinese, intesa non tanto in termini
economici o commerciali ma più sottilmente come perdita di legami e valori umani. Il che ci riporta al tema centrale del film, quella storia vera» che il produttore Yan-lam Lee ha voluto trasformare in film, collaborando anche alla stesura della sceneggiatura insieme a Susan Chan, per rendere omaggio alla ragazza che era entrata in casa sua a tredici anni come «amah», cioè serva, e per sessant'anni aveva servito con la stessa dedizione quattro generazioni della sua famiglia. (...) Inizia così la parte centrale del film, il ritratto partecipe e malinconico di una donna che per tutta la vita si è occupata degli altri e adesso deve cominciare a occuparsi di se stessa. E soprattutto deve fare i conti con una vita che sembra pian piano sfuggirle. Glielo ricordano ogni giorno gli altri ospiti della casa di riposo, dove la regista Ann Hui mescola abilmente attori professionisti e veri
pensionanti, piccoli squarci di cinema-verità mescolati a scene dialogate e recitate. E lo ribadiscono le scene commoventi in cui gli ospiti ricevono la visita dei parenti, a cominciare dal premurosissimo Roger, per sottolineare un legame che la vecchiaia e l'infermità non possono rompere e che invece qualche volta l'egoismo spezza drammaticamente.È questo, quello della riconoscenza, l'elemento che introduce l'altro tema del film, quello di un legame umano che a Hong Kong non sembra ancora soffocato dall'individualismo e dall'arrivismo che stanno conquistando la Cina. È un filo rosso sotterraneo, non certo gridato (in sintonia con la delicatezza e la tenerezza di tutto il film) che ogni tanto riaffiora con piccole ma precise allusioni: dall'idea che la Cina sia «il continente» e non la madrepatria al modo di comportarsi dei banchieri (che tentano di imbrogliare i clienti sugli interessi e i pagamenti) e delle loro eleganti segretarie che giudicano le persone solo dalla qualità dell'abito (come fa anche il cameriere di un ristorante) fino alla rivendicazione di una cultura e di una lingua, quella cantonese, che rischia di sparire a favore del
mandarino (a cui si allude nella scena dell'anteprima cinematografica). Così il film intreccia perfettamente le sue due anime: da una parte racconta con pudore ma anche senza facili infingimenti un percorso di
avvicinamento alla morte che utilizza al meglio la sensibilità«documentaristica» della regista ma anche la sua sensibilità nel tratteggiare con pochi elementi l'umanità e a volte la solitudine delle persone (il pensionato che si fa prestare i soldi con mille scuse per godere di qualche ultimo sprazzo di vitalità; la giovane ricoverata per fare la dialisi, la madre che non accetta che il figlio maggiore l'abbia dimenticata) e dall'altra, attraverso la dedizione di Roger e della sua famiglia ma anche grazie alle tante piccole notazioni sulla «diversità» hongkonghese, ricorda a chi guarda l'importanza della
riconoscenza e del rispetto per le persone che ci stanno vicine.
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

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