UNA SEPARAZIONE (2011)

Un film di ASGHAR FARHADI – IRAN - Drammatico. Durata: 123', 2011

Con Leila Hatami (Simin), Peyman Moadi (Nader), Shahab Hosseini (Hodjat), Sareh Bayat (Razieh), Sarina Farhadi (Termeh),Babak Karimi (giudice)

Nader e Simin hanno ottenuto il visto per lasciare l'Iran ma Nader si rifiuta di partire e abbandonare il padre affetto da Alzheimer. Simin intende chiedere il divorzio per partire lo stesso con la figlia Termeh e, nel frattempo, torna a vivere da sua madre. Nader deve assumere una giovane donna, Razieh, che possa prendersi cura del padre mentre lui lavora, ma non sa che la donna, molto religiosa, non solo è incinta ma sta anche lavorando senza il permesso del marito. Ben presto Nader si troverà coinvolto in una rete di bugie, manipolazioni e confronti, mentre la sua separazione va avanti e sua figlia deve scegliere da che parte stare e quale futuro avere...

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Termeh, 11 anni, rampolla della borghesia agiata e colta di Tehran, deve decidere se fuggire con la madre Simin all'estero o restare con il padre Nader che non può abbandonare suo papà, affetto da alzheimer all'ultimo stadio. La teenager sembra più egocentrica del normale,
Nader un figlio premuroso, ma è Simin che si è sempre occupata del malato. Però la Legge non tifa per la moglie che divorzia e obbliga Simin a lasciare la casa e tornare dai suoi genitori... Termeh edipicamente è per papà, ma indaga, interroga, investiga sulla purezza del suo agire e dei suoi sentimenti... La causa di divorzio tra Simin e
Nader si complica poi in maniera penalmente pericolosa (non senza sprofondare in abissi teologici tra il kafkiano e il ridicolo) perché l'uomo, che ha assunto nel frattempo una giovane badante bigotta, Razieh, trovando un giorno il padre abbandonato e agonizzante, caccia su due piedi la donna, spintonandola in malo modo, e lei lo denuncia
perché, nella caduta, ha perso il figlio che aspettava da 5 mesi... Nader si difende: «Non sapevo che era incinta» (falso: ma se dice il vero rischia da 1 a 3 anni di carcere). E anche Razieh, che ha lavorato senza far sapere la cosa al marito, rissoso e nei guai per debiti, nasconde fino all'ultimo la vera causa dell'aborto (non quella spinta ma
un'auto che l'ha investita mentre salvava il vecchio malato), sperando di spillare qualche soldino al borghesaccio che l'ha pure incolpata ingiustamente di furto. Nader scopre la verità, ha pietà di Razieh,
vorrebbe dargli del denaro, ma quando si tratterà di giurare sul Corano, la donna del popolo non può più mentire... Secondo voi chi sceglierà Termeh? Il regista non lo dice. L'opera è aperta. Ma ha utilizzato intanto tutti i suoi tasselli narrativi, e i suoi campi-controcampi da sceneggiato claustrofobico, per mischiare un po' le
carte, separando ciò che si dice da ciò che si fa e si pensa, strumentalizzando l'ellissi (non vedremo mai la scena dell'incidente d'auto né bene lo spintonamento...) sia per fare del thriller alla Hitchcock (in Delitto perfetto la scena della chiave sotto lo zerbino viene scippata al pubblico), sia per scatenare nello spettatore una vera
tempesta etica. Cosa che piace sempre ai censori, purché si rispetti il quadro teologico consentito. Una separazione è un dramma contemporaneo familiare, incalzante come una soap opera, e implacabile nel segnalarci il pericoloso grado di controllo biopolitico sui comportamenti e i microcomportamenti dei cittadini moderni in uno stato confessionale e in un capitalismo senza democrazia (brogli, repressione sessuale e del rock diabolico, condanne a morte per gay e lesbiche...). Attraverso la metafora dello scontro domestico ci mostra la lacerazione a metà del paese, tra una parte agiata e colta che, tra esodo e cambiamento radicale (magari «americano»), non perde neppure un grammo di potere.
E una più schiacciata perché più povera, disinformata e bigotta, che però vuole difendere a oltranza l'esistente per quanto superstiziosamente scorretto sia (e che si fida di Ahmedimejad). Il regista non indica chi ha ragione. Ma la metafora sarà corretta? Orso d'argento nel 2009 per About Elly, poi successo internazionale, Orso d'oro a Berlino 2011, candidato di Tehran all'Oscar 2011, il cineasta iraniano (molto teatro, radio e soprattutto tv) Asghar Farhadi, 39 anni, nonostante la fuga da Berlino della delegazione ufficiale con tanto di lettere di protesta contro il direttore Kosslick «lo strumentalizzatore» dopo le sue «scandalose dichiarazioni» contro brogli e repressione, sembra oggi raccogliere l'eredità di Naderi,
Kiarostami e di Makhmalbaf (che hanno scelto la via dell'esilio) come «regista nazionale numero uno». Eppure Farhadi non ha nascosto, non solo a Berlino ma anche a Roma, in occasione del recente «Asiatica»,
perfino la sua solidarietà per Jafar Panahi («un artista senza libertà di espressione è come un pesce senza acqua»), tuttora agli arresti domiciliari. A giudicare da questo intelligente, proprio perchè discutibile, dramma (nel cast - è il giudice islamico - anche Babak Karimi che, in Italia da molti anni, si batte per la diffusione del
grande cinema iraniano post-Scià), che Nanni Moretti distribuisce, non sono passati invano gli anni di presidenza «senza potere» di Khatami, l'imam «libertario» che, come Dubcek, ha favorito la moltiplicazione di artisti capaci di parlare a tutti, e tra le righe alle opposizioni, come si faceva nella Pra Praga comunista... Aspettando l'Havel persiano.
(Roberto Silvestri – Il Manifesto)

Tutto è normale e quotidiano, in Una separazione. Normale e quotidiana è la fatica di vivere con un malato d'Alzheimer (Ali-Asghar Shahbazi), così come l'affetto con cui il figlio Nader (Peyman Moaadi) lo assiste. E normale e quotidiana, in fondo, è la difficoltà che minaccia il matrimonio di Nader e Simin (Leila Hatami). I due hanno ottenuto il permesso di lasciare l'Iran insieme con la figlia undicenne Termeh (Sarina Farhadi). Lui però non vuole abbandonare il padre, e lei reagisce chiedendo il divorzio e andando ad abitare dalla madre.
Ma forse sta solo cercando di fargli cambiare idea. Comunque, rimasto solo con Termeh, Nader è costretto ad assumere come badante Razieh (Sareh Bayat). Raccontando questa storia "piccola", la macchina da
presa di Asghar Farhadi attraversa Teheran: le sue strade colme di auto, le sue scuole, i suoi tribunali e i suoi ospedali con la gente in attesa. E anche questo è normale e quotidiano. D'altra parte, man mano che la vicenda procede, s'avverte un'angoscia diffusa. Forse si tratta del velo che sempre le donne e le bambine portano sul capo, o della telefonata con cui Razieh s'informa presso un ufficio statale se sia peccato togliere al padre di Nader i pantaloni intrisi d'urina, e pulirlo. Forse si tratta dello sguardo insieme dolce e rassegnato di quasi tutti i personaggi. O forse, ancora, si tratta della caparbietà con cui Simin vuole per sé, per Nader e per Termeh un futuro lontano dall'Iran. In ogni caso, sembra che ognuno nel film viva come sospeso, in attesa che qualcosa venga a colmare il vuoto fra la sua vita e la sua speranza. Un giorno, poi, Razieh lascia solo in casa il padre di
Nader, e lui la caccia spingendola in malo modo fuori dalla porta. La mattina dopo Simin avvisa il marito che la donna, incinta, ha avuto un aborto. La colpa è di Nader, che l'ha fatta cadere per le scale, così lei sostiene di fronte a un giudice. Ma lui nega, e aggiunge che neppure sapeva che Razieh fosse incinta. Forse mente, o forse no. O forse è la donna che mente. D'altra parte, poco importa la verità, in questa storia quotidiana e normale. Quel che conta è invece l'angoscia che si fa sempre più evidente e forte. Per quanto Fahradi giri Una
separazione senza preoccupazioni sociologiche e didascaliche, e anzi attento a dare ai suoi personaggi una profondità "universale", tuttavia quando il film termina a noi pare che ben poco sia davvero normale nell'Iran quotidiano che ci racconta.
(Roberto Escobar - L'Espresso)

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