THE ARTIST (2011)

Un film di M. HANAZAVICIUS – FRANCIA - Drammatico, sentimentale. Durata: 100', 2011

Con Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Missi Pyle, Penelope Ann Miller, Malcolm McDowell

Hollywood 1927. George Valentin è un notissimo attore del cinema muto. I suoi film avventurosi e romantici attraggono le platee. Un giorno, all'uscita da una prima, una giovane aspirante attrice lo avvicina e si fa fotografare sulla prima pagina di Variety abbracciata a lui. Di lì a poco se la troverà sul set di un film come ballerina. È l'inizio di una carriera tutta in ascesa con il nome di Peppy Miller. Carriera che sarà oggetto di una ulteriore svolta quando il sonoro prenderà il sopravvento e George Valentin verrà rapidamente dimenticato.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Hazanavicius rispolvera il passaggio tra muto e sonoro in The Artist, trascinando in quest’epoca il suo attore Jean Dujardin, protagonista di OSS 117. Cairo, Nest of Spies e OSS 117. Lost in Rio. Lo fa non solo attraverso una ricostruzione d’epoca e di costume, ma trasportando il
suo cinema proprio in quel periodo, evidente nell’uso del bianco e nero e soprattutto delle didascalie e della musica che sostituiscono i dialoghi per quasi tutti il film. A Hollywood nel 1927 George Valentin è una star del muto osannata. Peppy Miller invece solo un’aspirante
comparsa. Con l’arrivo del sonoro i loro destini cambiano radicalmente. Hazanavicius lavora proprio su residui di set, mostrando prima la ricchezza di dettagli proprio all’interno dell’inquadratura (il cinema col pubblico all’inizio, i teatri di posa della Kinograph) e poi, dopo lo stacco temporale e l’arrivo al 1929, filma il nulla davanti a lui, da solo a guardarsi i suoi vecchi successi oppure in un’abitazione che si svuota, segno di un abbandono che coincide con la fine di un’epoca.
Certamente The Artist segue la parabola di molti divi del periodo del muto che poi si sono visti distruggere la carriera da questo passaggio al cinema parlato, da John Gilbert a Buster Keaton. Il nome di Valentin stesso potrebbe richiamare quello di una delle star più famose di tutti i tempi, Rodolfo Valentino, morto nel 1926 all’apice della sua carriera quando al cinema non si parlava ancora. In questa operazione però, pur cercando di evitare l’oggettività nella ricostruzione, si sente la presenza di un immaginario piuttosto statico, evidente nelle figure di John Goodman, James Cromwell e Penelope Ann Miller che sembrano usciti quasi dagli omaggi cinefili del cinema di Bogdanovich degli anni’70
proprio nel modo in cui vengono guardati. Sono figure poi queste da set, quasi come l’elemento compositivo di un’inquadratura dove tutti gli
elementi di un immaginario devono restare al suo posto. La storia, che vede una star al tramonto e una giovane attrice in ascesa, riprende anche forme di certo classico cinema statunitense, da Eva contro Eva a È nata una stella. La versione di Cukor del 1954 però, anche adesso, ha una modernità e un impeto che questo film si sogna. Solo l’improvvisa sonorità (il cane che abbaia, il telefono che squilla) fa entrare squarci fantastici. Idea di un passaggio passato/futuro anche originale ma solo timidamente accennata.
(Simone Emiliani – Sentieri Selvaggi)

Esistono due anomali precedenti che, se vogliamo, presentano qualche analogia con il film di Hazanavicius, entrambi di scarsa fortuna: il primo fu il tentativo di Mel Brooks di rivisitare il cinema muto (Silent Movie, in Italia L'ultima follia di Mei Brooks, 1976) e l'altro è un misconosciuto tentativo francese di raccontare una storia ambientata nella Hollywood degli anni '40, Je hais les acteurs (Io odio gli attori, 1986, di Gerard Krawkzyk). Ma quello che mancava a entrambi era un sofisticato camaleontismo così intensamente e profondamente nutrito di referenze e citazioni da averle metabolizzate in una nuova materia narrativa. In The Artist si possono riconoscere echi di Aurora e nostro pane quotidiano di Murnau, La folla di Vidor, Four Sons (L'ultima gioia) di Ford, Lo sconosciuto di Browning, di film di Borzagee Lang. Alcune sequenze - come quella in cui Valentin scopre gli oggetti che gli erano appartenuti, amorosamente ricomprati all'asta uno per uno da Peppy - sembra una reinvenzione di una celebre scena di Quarto potere di Welles (il magazzino delle chincaglierie conservate da Kane). Con serena spregiudicatezza, quindi, Hazanavicius adombra anche ricordi dei classici del sonoro (e non è finita qui: Valentin, a tratti sembra una variante maschile della Norma Desmond/Gloria Swanson di Viale del tramonto). Un altro film-fantasma che percorre TheArtist è, del resto, Cantando sotto la pioggia di Donen & Kelly: siamo quindi già al 1952... La fantasmatica 'autenticità' del film è arricchita anche
dalla scelta di ambientare alcune sequenze negli ambienti reali hollywoodiani (talvolta perfino in spazi realmente appartenuti a star del cinema muto, come Mary Pickford). Soprattutto, Hazanavicius ha trovato una chiave narrativa azzeccata nella fusione di commedia e mélo il suo film inizia come una commedia, lentamente scivola su un crinale drammatico con il declino di Valentin, seguendo le tappe modellate
su celebri precedenti di divi precipitati in disgrazia dal sonoro, infine imbocca la strada del più puro mèlo, con la morte e resurrezione dell'eroe miracolato dall'amore della ragazza, da cui inizialmente non vuole essere soccorso. Ogni personaggio, ogni situazione del film è
un fantasma nutritosi della metabolizzazione di altri volti, gesti e azioni, ma questa materia spettrale diviene sorprendentemente viva grazie all'idea di rendere la dimensione del silenzio come l'unica possibile in cui i personaggi vivono e agiscono. L'assenza di dialoghi e
parole impone un respiro, un clima, un ritmo di anomala intensità retro. Hazanavicius, giustamente, non rinuncia al silenzio neanche quando si verifica la rivoluzione del sonoro. Infatti la rivoluzione dei suoni e dei rumori avviene nel corpo dei film proiettati (che non vediamo) e non in quello del racconto cui stiamo assistendo. Il silenzio continua e gli unici rumori sono quelli che si odono in un sogno (un incubo). Il silenzio ineffabile del cinema muto è quindi una dimensione a parte, lontana da ogni possibile naturalismo, una dimensione che si colloca fra l'illusione del racconto cinematografico e la mimesi della realtà. Ma l'altra intuizione, probabilmente la più interessante, è stata quella di aver calato in questa dimensione ovattata e misteriosa, una storia non priva di crudeltà (sia pure ampiamente cauterizzata dal finale lieto), ossia la caduta di una star che perde il suo carisma, il suo pubblico, la fede dei produttori, l'amore della moglie, il possesso della casa. La dimensione 'poetica' del silenzio diviene quindi l'acquario di un dramma prosaico: il declino violento e brutale, la caduta umiliante e rovinosa dal piedistallo nella polvere e nell'anonimato. Una fiaba dove il mito del cinema muto, esaltato da una forma mimetica che lo riproduce con
tanta esattezza e intelligenza, si rivela un mondo senzapietà,rievocando ildestino emblematico di un divo che riassumela parabola discendente non solo dei tanti che hanno perso prestigio, fama e successo a causa della loro voce fessa o sgradevole, ma di quelli, ben più numerosi, che subiscono - a ogni cambio di generazione o quasi - il contrappasso più banale e spieiato dell'industria dello spettacolo.
(Roberto Chiesi - Segnocinema)

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