Idi di Marzo (The Ides of March) (2011)

Un film di George Clooney – USA - Drammatico. Durata: 101', 2011

Con Con: Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Max Minghella, Jeffrey Wright

Stephen Myers è un giovane e talentuosissimo guru della comunicazione che lavora come vice addetto stampa per il governatore Mike Morris, in lotta per le primarie del Partito Democratico che lo potrebbero lanciare alla Presidenza degli Stati Uniti. Idealista al punto giusto, ma anche pragmatico e col pelo sullo stomaco, Stephen è corteggiato dalla concorrenza, ne viene tentato ma tiene fede ai suoi principi e alla fiducia che ha nel suo candidato. Con il precipitare degli eventi, però, si ritroverà involontario protagonista di un intrigo di potere che metterà in luce gli inganni e la corruzione che lo circondano.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Ogni riferimento al giorno dell'assassinio di Giulio Cesare laggiù nel 44 a. C. non è puramente casuale, così come può tornare utile citare, scespirianamente parlando, Misura per misura: il regista George Clooney,
cambiando titolo alla commedia di Beau Willimon Farragut North, inquadra il tradimento che porta dietro corruzione, doppiogiochismo, amoralità in saldo. Tutte cose ben note alla res publica made in Italy, ma al contrario dei nostri che sono sereni appena beccati con la mazzetta in bocca, questi trafficoni delle primarie Usa sono astuti e velenosi, capaci di raffinate ipocrisie e lungimiranti tranelli. Ne fa le spese l'etica pubblica, come da noi, mentre Morris, candidato dell'Ohio punta alla Casa Bianca coltivando alleanze sospette ma
giurando maxi fedeltà alla Costituzione e tirandosi fuori da ogni input religioso, aiutato dal suo staff e da un idealista, rampante guru del marketing subliminale. Un democratico come ce lo sogniamo, vuole usare energie pulite invece del petrolio per non bombardare l'Iraq, ridistribuire ricchezze (ma non ai ricchi), aprire alle unioni gay, sconfiggere il terrorismo ed è anche bello, elegante, suadente. Ma la sfida è però tra i boss della comunicazione dei due partiti: l'ingresso a orologeria d'una bella stagista bionda, col sesso smuove dalle basi
l'apparato, lasciando nudo non soltanto il re. Ma nessuno scaglia la prima pietra: non resta che adeguarsi, finale cinico sguardo in macchina nell'infinito delle pupille degli spettatori. Rivivendo il clima, la critica, l'impegno anni 70 che in America denunciarono il Watergate e altro coi film di Frankenheimer, Pakula (Tempesta su
Washington , Il candidato , Amaro sapore del potere , 7 giorni a maggio) ma anche di prima (Lo stato dell' Unione di Capra), Clooney firma un classico, di terso pessimismo e quindi anche andando oltre la politica. Non sarà che la realtà è sopravvalutata come ha manda argentino Spregelburd? La sceneggiatura è di prima scelta nella forma e nella sostanza, voci melliflue ci inducono in tentazione, il racconto è appassionante, intelligente e atemporale: stoppato per aiutare Obama,
potrebbe tornare di moda con le prossime elezioni. Cast indipendente indimenticabile, non solo per i raffinati sguardi complici di Clooney, ma per il degrado a vista del bravissimo Ryan Gosling. Giamatti, Marisa Tomei, Philip Seymour Hoffman, Jeffrey Wright e Evan Rachel Wood sono il presepe di una diabolica rincorsa per l'Oscar del cinismo.
(Maurizio Porro – Il Corriere della Sera)

(...)È un film di totale, disperante amarezza, Le idi di marzo. «Io non lo vedo nemmeno come un film politico -, dice Clooney -. Parla della moralità, della possibilità che molti siano disposti a fare patti con il diavolo pur di assicurarsi una vittoria, un vantaggio. Certo, è una
riflessione sull’America di oggi. È un momento difficile per chiunque abbia il dovere di governare. Il cinismo sta prevalendo sull’idealismo, ma sono cicli storici, sono sicuro che troveremo il modo di mettere le cose a posto». Si sente quasi obbligato ad essere ottimista, George
Clooney. Ma non è certo casuale che nel dramma collettivo scritto da Beau Willimon si sia scelto proprio il ruolo del candidato,dell’idealista che vende l’anima perché nell’armadio ha uno scheletro che va assolutamente nascosto. Mike Morris è un personaggio/icona, che giustamente rimane quasi sempre sullo sfondo. La lotta violenta è fra i suoi due spin doctors, i consiglieri politici, coloro che riscrivono i discorsi e tengono i rapporti con la stampa. Paul Zara (Philip Seymour Hoffman) è il capo, l’uomo che lavora
con Morris da sempre e crede, beato lui, nella lealtà; Stephen Myers (Ryan Gosling) è il giovane rampante, che concedendosi un’avventura con una stagista (Evan Rachel Wood) intercetta per caso una telefonata che non avrebbe dovuto ascoltare. Myers viene così a conoscenza di un segreto che potrebbe far saltare per aria la campagna elettorale; e pensa di venderlo a Tom Duffy (Paul Giamatti), il suo corrispettivo nel campo avversario, consigliere dello sfidante di Morris. Le idi di
marzo è un ginepraio di ricatti, di veti incrociati, di telefonate che arrivano al destinatario sbagliato, di informazioni passate al giornalista «giusto» perché possano essere lette dalle persone giuste. È un mondo persino semplice: non è politica, è giungla, è lotta darwiniana per il potere. Non che tutto sia nuovo o sconvolgente (Oliver Stone ha fatto film simili, anche più virulenti; potremmo risalire alla New Hollywood degli anni ’70 per trovare esempi ancora più illustri, come Perché un assassinio di Alan J. Pakula). Ma è
affascinante il tono pacato, quasi classico con il quale Clooney padroneggia la materia. Il film non ha colpi bassi, né pezzi di bravura: va dritto come una spada verso il suo scopo, seguendo le vecchie, robuste regole della drammaturgia, da Shakespeare in giù. È una scelta più sottile di quanto appaia a prima vista: Clooney vuol
far arrivare un messaggio chiaro al pubblico, e quindi sceglie la linearità, la limpidezza di stile. Fa ottimo cinema popolare. Si «nasconde» come regista, e lascia spazio ai grandi attori dei quali ha saputo circondarsi. E ha ragione: dev’essere davvero facile, con gente così. Quando hai a disposizione fuoriclasse come Giamatti,
Hoffman e Marisa Tomei, oltre a due giovani in gamba come Gosling e la Wood, devi solo stare attento che entrino nell’inquadratura. È difficile dare la palma del migliore, perché tutti hanno la loro scena madre e se la giocano alla grande, ma viene da complimentarsi con la
Tomei per come disegna in pochi tocchi una giornalista d’assalto che, scusate la parola, va per fottere e si ritrova fottuta: esemplari umani che conosciamo anche in Italia. «Avevo foto compromettenti su tutti loro, e li ho costretti a lavorare con me», scherza Clooney. E Hoffman sta al gioco: «Me le passi, quelle foto?»
(Alberto Crespi - L'Unità)

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