J. Edgard (2010)

Un film di Cint Eastwood – USA - Biografico, Drammatico. Durata: 137', 2010

Con Con: Leonardo Di Caprio, Naomi Watts, Armie Hammer, Judi Dench, Josh Hamilton, Geoff Pierson, Ken Howard, Dermot Mulroney, Josh Lucas, Cheryl Lawson, Dylan Burns, Brady Matthews

Durante la sua vita, J. Edgar Hoover è diventato l'uomo più potente di tutti gli Stati Uniti d'America. A capo dell'FBI per circa 50 anni fino alla data della sua morte nel 1972, non si è fermato davanti a nulla pur di proteggere il suo paese. Restando in carica durante i mandati di ben otto Presidenti e tre guerre, Hoover ha dichiarato guerra a minacce sia vere che immaginarie, spesso infrangendo le regole per proteggere i cittadini americani. I suoi metodi erano allo stesso tempo spietati ed eroici e la sua più grande ambizione era quella di essere ammirato a livello globale. Hoover è stato un uomo che dava grande valore ai segreti - soprattutto a quelli degli altri - e non ha mai avuto paura ad usare le informazioni in suo possesso per esercitare la sua autorità sui leader più importanti della nazione. Consapevole che la conoscenza è potere e che la paura crea le opportunità, ha usato entrambe per ottenere un’influenza senza precedenti e per costruirsi una reputazione che era formidabile e intoccabile.

(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Se le virtù di Gli spietati (1992) sono dovute in parte all'eccezionale script di David Webb Peoples, quelle di J. Edgar vanno attribuite in misura ancora maggiore a Black, al quale si deve il duplice merito di aver compresso in poco più di due ore di proiezione mezzo secolo di storia americana e di avere infuso credibilità e pregnanza all'ipotetico rapporto fra Hoover e Tolson, anzi fra Edgar e Clyde. La prima dote segna anche un'importante differenza fra Gli spietati e J. Edgar. l'uno procede per sottrazioni graduali, l'altro per graduali
aggiunte. Nel timore di affastellare troppe informazioni nell'alternanza fra passato e presente, Black cerca di prendere tempo finché può, centellina i segnali, li posa uno a uno senza fretta di arrivare al dunque. In ciò è pienamente assecondato da Eastwood, regista amante della messa in scena a lenta maturazione. È una qualità che ha sempre avuto; ora che ha 81 anni, può permettersi di governarla a briglia sciolta. Può permetterselo anche perché si è trovato d'accordo con Black sul come presentare la relazione fra Edgar e Clyde, la cosa che gli stava più a cuore. Lo fa sottovoce, con brevi accenni,
proprio come succede alla nascita di un sentimento duraturo: il colloquio che prelude all'ingaggio di Clyde, durante il quale Edgar non osa nemmeno guardarlo negli occhi; un dialogo in automobile, concluso dal fuggevole segnale di due mani che si toccano; una conversazione al
ristorante, suggellata dalla reciproca promessa di un futuro insieme. Il fatto che nessuna di queste tappe sia accompagnata da un esplicito riferimento alla sfera emotiva è uno dei principali punti di forza del film; la sua pazienza nel!'accumulare i pensieri nascosti, le frasi a mezz'aria, i gesti trattenuti è premiata nel momento in cui Edgar rivela a Clyde la sua intenzione di legarsi a Dorothy Lamour. Solo allora, nei pugni che volano e in un bacio rubato, entrambi trovano il coraggio di chiamare per una volta - una volta sola - le emozioni con il loro nome. Questa sapienza nel presentare i moti del cuore non va confusa con lo stile. Sul piano formale J. Edgar non spicca mai il volo, ed è evidente che Eastwood non se ne preoccupa più. Non gli interessa nemmeno sforzarsi più di tanto a dissimulare gli strati di makeup sui volti di Leonardo DiCaprio, Armie Hammer e di Naomi Watts, le
cui maschere fanno brutta figura di fronte alla prostetica digitale di The Curious Case of Banjamin Button(Il curioso caso di Benjamin Button, 2009); anche se avesse avuto i soldi necessari a emularlo, forse non avrebbe saputo che farsene. Gli piace invece giocare con la storia del cinema: un locale in cui vediamo James Cagney in Public Enemy (Nemico pubblico, William A. Wellman, 1931), una sartoria dal nome "Julius
Garfinkle", pseudonimo di John Garfield negli anni del maccartismo. Ma gli piace ancora di più lavorare con i suoi interpreti. Naomi Watts, in particolare, lo ricambia con la più umile e bella prestazione della sua carriera. Grazie a lei, J. Edgar sdoppia la sua incompiuta storia d'amore nel diario di un'altra passione vissuta in silenzio, mpossibile da raccontare in immagini.
(Paolo Cherchi Usai – Segnocinema)

Le biografie, in cinema, sono imprese molto difficili, per due ragioni: pongono complessi problemi drammaturgici e costringono spesso i truccatori a fare miracoli nell'invecchiare e ringiovanire gli attori. Il racconto di una vita, a parte i facili e scontati flashback, seguendo il corso casuale di un destino, non è propizio alla costruzione di una trama e corre il rischio (così come ogni film on the road) di focalizzare l'attenzione sulla straordinarietà caratteriale del
protagonista. Lo spettatore rinuncia a inseguire una storia e, nel migliore dei casi, si appassiona al modo di essere e di fare del personaggio. Questa fatalità spinge gli autori a esasperarne le caratteristiche, a farle diventare spettacolo. Il risultato finale dipende dalla misura e dalla credibilità di questa spettacolarizzazione. Per quanto riguarda i passaggi di tempo molto lunghi, si pone il problema della manipolazione visiva dei corpi e delle facce degli interpreti, ora giovani, ora vecchi. E mentre nei film in bianco e nero, come ad esempio nel capolavoro di Welles Citizen Kane, questa operazione risulta più facile, nel colore, proprio perché più "realistico", è quasi impossibile nascondere l'artificio del trucco, che trasforma i volti in maschere, poco mobili e inespressive.(...) Eastwood è, come sempre, puntuale nel creare cinema. In un contesto storico, in costume, muovendosi in interni d'epoca, dagli anni Venti fino ai Settanta, non disdegna l'uso della macchina a mano anche nei primi piani. Le riprese e il montaggio non indugiano nell'illustrazione o nella descrizione ambientale: l'obiettivo segue con vocazione tutta narrativa lo svolgersi di ogni scena, senza indugi. La ricchezza figurativa resta nel fondo. Ciò che gli è impossibile superare è l'ostacolo del passaggio del tempo sulle facce dei personaggi. Lo spettatore non riesce a rimuovere, neanche per un momento, l'impressione di finto che provocano tanto cerone e tante parrucche, trasformando il cinema in teatro. Se a questo si aggiunge il taglio ritrattistico e non "metonimico" della sceneggiatura, il film risulta, tutto sommato, piuttosto statico.
(Vincenzo Cerami – Il Sole 24Ore)

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