Il ragazzo con la bicicletta (2011)

Un film di F.lli Dardenne – Francia, 2011

Con : Cécile de France, Thomas Doret, Jérémie Renier, Fabrizio Rongione, Egon Di Mateo, Olivier Gourmet

Cyril ha dodici anni, una bicicletta e un padre insensibile che non lo vuole più. “Parcheggiato” in un centro di accoglienza per l'infanzia e affidato alle cure dei suoi assistenti, Cyril non ci sta e ostinato ingaggia una battaglia personale contro il mondo e contro quel genitore immaturo che ha provato “a darlo via” insieme alla sua bicicletta. Durante l'ennesima fuga incontra Samantha, una parrucchiera dolce e sensibile che accetta di occuparsi di lui nel fine settimana. La convivenza non sarà facile: Cyril fa a botte con i coetanei, si fa reclutare da un bullo del quartiere, finisce nei guai con la legge e ferisce nel cuore e al braccio Samantha. Ma in sella alla bicicletta e a colpi di pedali, Cyril (ri)troverà la strada di casa.

(La scheda contiene riferimenti alla trama)
«L’idea è di non esitare a collocare la macchina da presa nel posto peggiore, in modo che capti delle cose e non delle altre, come le spalle di un interprete anziché il suo sguardo. La macchina da presa non è mai onnipotente. Non bisogna bloccare le cose. Come sfuggire alla
“buona posizione”? È per questo che, nei nostri film, i nostri personaggi devono sempre attraversare degli ostacoli. Bisogna che siano ostacolati, che resistano. Dalla scrittura della sceneggiatura, noi abbiamo quelle idee in testa. [...] Partiamo sempre da un personaggio in
una data situazione e non da un individuo campato in aria che vorrebbe esprimere un problema». (Jean-Pierre e Luc Dardenne, La leçon de cinéma, a cura di Thomas Bauer, «Studio Ciné Live» n.27 giugno 2011).
L’inquadratura “ingrata”, cui alludono Luc e Jean-Pierre Dardenne in questa dichiarazione, che privilegia la schiena o la nuca di un personaggio mentre è impegnato in un movimento, costituisce un modo per decantarne l’energia: prima del racconto, prima dell’individualità
del personaggio, c’è un corpo che avanza, corre, fugge, in direzione di non si sa bene cosa. Mentre si muove, emergono rapidamente i connotati della sua storia, mentre altri rimangono in ellissi. L’azione di
quell’individuo è un fenomeno trasparente e opaco al tempo stesso. Trasparente perché quel movimento forsennato e ostinato condensa una disperazione così concreta e tangibile da diventare quasi fisica. Opaco
perché non si sa fino a che punto si spingerà, e soprattutto come reagirà agli ostacoli che cadono sulla strada del personaggio come elementi propulsivi del racconto, come prove e ostacoli che lo costringono a rivelarsi, imponendogli i crocevia di scelte morali da
compiere. Ma in Le gamin au vélo, a differenza dei film precedenti, i Dardenne hanno privilegiato i campi lunghi e i totali, i piani paesaggistici, per evidenziare l’isolamento del loro protagonista, il dodicenne Cyril, in uno spazio urbano e periferico di Seraing (nei pressi di Liegi), che percorre con quella bicicletta che è al tempo
stesso strumento di libertà e feticcio affettivo e sostitutivo di tutto
ciò che non ha,e il suo smarrimento in una normalità che non gli appartiene e che conquista lentamente grazie all’incontro con la parrucchiera Samantha. Come già La Promesse e Rosetta, anche il nuovo film dei fratelli Dardenne è un racconto d’iniziazione, ispirato agli autori da una storia vera, raccontata da un’amica magistrato nel 2003, quando presentarono Il figlio in Giappone: un ragazzo, così attaccato al padre, che l’aveva abbandonato in un orfanatrofio, da vivere per anni nell’illusione di un suo ritorno, fino al punto da voler rimanere sul tetto dell’istituto per scrutarne ansiosamente il possibile arrivo. Nel loro film, i Dardenne hanno sostituito all’immagine del ragazzo immobile in una disperata vedetta, quella, tipica del loro cinema, appunto, di un corpo trascinato dal movimento incessante, per colmare
la mancanza di cui soffre. La narrazione comincia quando la storia del protagonista è già stata segnata da due traumi: il primo cade in ellissi – l’assenza della madre, “buco nero” del racconto che lascia presumere una tragedia irreversibile – e il secondo, che inizialmente
appare un enigma – l’abbandono subìto da parte del padre Guy (gli è successo qualcosa di grave? È stato arrestato?). (...) Contraltare del vuoto affettivo in cui si dibatte Cyril, è la provvidenziale presenza di Samantha, cui i Dardenne sono riusciti a sottrarre qualsiasi
potenziale retorica, anche per la scelta felice dell’interprete, la luminosa e sensibile Cécile de France, che irradia un calore immediato ed esprime una maternità tutta fisica ed emozionale e mai esplicita.
Come niente interviene a spiegare il perché del suo attaccamento alla sorte del ragazzo, suggerendo implicitamente ogni genere di ipotesi (sterilità, eccetera). È particolarmente riuscita, nel film, la dialettica fra la propensione della giovane donna a fare da madre a Cyril e l’ossessione del ragazzo a cercare un padre, prima inseguendo il proprio e poi accettando l’amicizia interessata di Wes, e la corruzione che comporta, come una figura paterna di sostituzione che, specularmente a Guy, non esiterà a scaricarlo quando gli sarà diventato di peso. Cyril si ribella a Samantha (anche violentemente, infatti la ferisce) come si rivolta contro i rappresentanti della società che vorrebbero sistemarlo in un luogo sicuro (emblematica l’immagine del corpo del ragazzo completamente avvolto nella sua coperta, quando
Samantha viene a prenderlo). Al desiderio di maternità della donna, sulle prime, non corrisponde un’analoga corresponsione affettiva da parte di Cyril, che però sembra soffrire anche di una contraddittoria gelosia nei confronti della donna (si pensi alla sequenza notturna in
cui si sveglia e scopre Samantha nel suo letto con il fidanzato). Ma l’assenza del padre è, per i tre quarti del racconto, un vuoto che oblitera ogni altro affetto e il ragazzo, dopo la rapina, sarà tentato perfino dall’idea di dare il denaro rubato al padre, per “comprarne” l’affetto e la considerazione. Solo dopo essere passato attraverso
la degradazione dell’atto criminoso, come in un racconto “morale”, il ragazzo sceglie definitivamente il riscatto e l’affetto offerti da Samantha e inizia una nuova esistenza. Stavolta, infatti, i Dardenne hanno calato la loro storia di aspra iniziazione alla vita in una
prospettiva più ottimistica, rispetto ai film precedenti, per la luce estiva in cui hanno immerso il film (girato in agosto), per l’adozione della musica che ha una funzione consolatoria (quattro estratti del Concerto n.5, “L’Imperatore”, di Beethoven) e soprattutto per gli echi fiabeschi. (...)
(Roberto Chiesi - Cineforum)

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