Poetry (2010)

Un film di L. Chang-dong – Corea del Sud, 2010

Con Yun Jeong-hie, Ahn Nae-sang

Mija è una donna di 66 anni che vive con suo nipote, un ragazzo che frequenta il liceo in una piccola città di provincia attraversata dal fiume Han, nella Corea del Sud. E' eccentrica e piena di curiosità. Il caso la porta a frequentare un corso di scrittura poetica e, per la prima volta nella sua vita, a scrivere una poesia. Mija cerca la bellezza anche nel suo ambiente, al quale fino ad allora, non aveva prestato un'attenzione particolare. Ha l'impressione così di scoprire delle cose che erano sempre state davanti ai suoi occhi. Ma il suo sogno di scrivere poesia deve fare i conti con una realtà dolorosa e sordida, a cui si rifiuta di prestare il fianco, che immagina diversa e finisce per trasfigurare forse per l'Alzheimer che la sta aggredendo. Una realtà a cui si ribella con la ricerca della bellezza.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Come si scrive una poesia? La domanda è tra le più ardue, e tra le meno sensate, eppure Mija (Yun Jung-hee) vorrebbe trovarle una risposta. A 65 anni, vive in una piccola casa con Wook (Lee David), il nipote sedicenne. Di condizioni economiche molto modeste, si veste con
un'eleganza leggera. E ama i fiori, come più d'una volta ricorda. Che sia questo amore il segno di un suo naturale talento poetico? In ogni caso, al pari di Mija e con la stessa eleganza leggera, anche Lee Chang-dong è interessato alla poesia. Lo è al punto di rischiare un titolo
impegnativo come Poetry. Il film inizia con l'immagine di un fiume e di una ragazzina suicida. Come se non si trattasse che di un evento di sfondo, la sceneggiatura passa poi a raccontare la storia di Mija: il suo preoccupante dimenticar parole e nomi, il suo lavoro di badante, la sua fatica quotidiana con Wook e con le sue ombrosità di adolescente, e soprattutto l'entusiasmo ingenuo con cui frequenta un improbabile corso di scrittura poetica. Occorrono gli occhi, per scrivere una poesia. L'ispirazione può stare ovunque, anche in una mela, a patto che la si guardi davvero, e che ci si lasci andare alla sua "presenza". Così le viene spiegato. E lei, quieta e solare, si impegna a usarli, i suoi occhi, e a interrogare la poesia eventuale che si nasconde nelle
piccole cose del mondo. Giorno dopo giorno, sguardo dopo sguardo, su un taccuino annota situazioni e pensieri. Ma la poesia continua a sfuggirle. Intanto, nella sua storia entra quella della suicida. Mija viene a sapere che alla sua scelta disperata la ragazzina è stata spinta
dalle violenze di un gruppo di compagni, e che Wook è tra i responsabili. Che cosa farà ora, la piccola signora elegante e leggera? Metterà a tacere la sua coscienza? Lascerà che Wook resti cieco e indifferente alla colpa? E dov'è mai la poesia, in questo orrore? E' qui che Mija scopre quanto grande sia, davvero, la capacità degli
occhi di "vedere" il mondo, e di "sentirne" la presenza.Giorno dopo giorno, sguardo dopo sguardo, la ragazzina torna viva in lei e nelle sue emozioni. Certo non la potrà abbandonare alla sua disperata solitudine, così come non potrà lasciare Wook alla sua indifferenza. E sceglie, e decide, assumendo su di sé il dolore dell'una e la
responsabilità dell'altro, insieme. Ora dunque il film può finire. Forse Lee non ci ha spiegato come si scriva una poesia, ma l'amore e il coraggio di Mija di una poesia hanno la forza e la commozione.
(Roberto Escobar – L'Espresso)

A prima vista il titolo sulla poesia è allarmante e oscuro,il nome del premiatissimo regista sud-coreano Lee Chang-dong non è da cinepanettone e la storia di una donna di 66 anni che entra nella terza età in sospetto di Alzheimer non è delle più spensierate. Eppure onore alla
Tucker che, dopo Departures, ora distribuisce questo film dalle mille sfumature (merito anche di un' attrice magnifica, Yun Jeong-hie), che induce a riflessioni poetiche ma non poeticizzanti. Un ritratto di signora floreale per camicette, costretta a far la badante (saprà
sfruttare il ruolo) che forse fuori tempo massimo ma forse no si accorge che non ha mai apprezzato i regali semplici della vita, non ha mai guardato la realtà con uno sguardo poetico, immune, il che vuol dire vedere l'invisibile che ci sta attorno. Quando è assediata dalla
perdita di memoria e dal nipote che a scuola ha fatto parte di un vigliacco branco che ha violentato una ragazza poi suicida, ecco che allora è solo una scuola di composizione poetica che le offre un'ancora di salvezza. Capire come le parole possano diventare versi è come dare un senso a una «vita nuova» in un mondo che commercializza gli affetti, offende ex aequo col denaro e con chiacchiere. La poesia scompare avverte l'autore. Ovunque. Scriver versi pare alla vecchia signora un
modo per appropriarsi delle cose, vincere i colpi bassi dell'oblio che incombe, capire i giovani della generazione facebook, diventando protagonista e imponendo la propria personalità. Il film ha il coraggio
molto orientale e introspettivo dei silenzi, delle pause, delle inquadrature fisse e dei panorami che da geografici si fanno interiori, come se lo stile riflettesse la coscienza della donna e c'è nelle figure e nelle parole la sana ricerca di un rapporto tra vita e morale. Non è un mélo, non fa piangere, anzi in un certo senso, mentre l'autore
non evita maliziosi appunti di costume (si paga tutto, anche la morte) c'è quasi una terapia da lieto fine. Perché in fondo ragionare serve, la poesia forse è una cura verso un senso del quotidiano che diventa sempre più oppressivo per colpa degli uomini che distruggono
metodicamente valori, sentimenti e cultura. La poesia non si mangia ma fa vivere: l'attualità nostrana del messaggio è sotto gli occhi di tutti. E fa piacere pensare che l'autore, premiato a Cannes e poi con l'Oscar asiatico, è stato al suo Paese un ministro della Cultura che si è battuto affinché il sapere non fosse schiavo dell'economia e soprattutto della politica.
(Maurizio Porro – Il Corriere della Sera)

Un film di attimi e sospiri, di momenti sospesi in un volto, un'espressione di bellezza e d'innocenza perduta in un mondo difficile da capire, da cogliere nella sua fragile meraviglia, immerso in rose dalle dolorose spine, in tanti perché senza risposta. Poetry è appunto una poesia che sfugge, immagini-movimento evanescenti perché trasparenti, cristalline e di una purezza incandescente, che prende ed ipnotizza in silenzio, senza avvisare, nella normalità di una routine che si spezza. Mija è una signora anziana che frequenta un corso di poesia: un giorno scopre che il nipote è coinvolto in uno stupro di
gruppo che porterà una ragazza al suicidio. Noi finiamo a guardare il mondo con I suoi stessi occhi: stupore, disorientamento, paura, coraggio, pietà, confusione. Lee Chang-dong (già autore del bellissimo Oasis, tra I primi film coreani ad essere stati distribuiti nel nostro paese),attraverso il fantasma di Yoon Jeong-hee, ci prende dolorosamente per mano in questo viaggio che contrappone la bellezza della poesia alla crudezza dell'inevitabile, come in un traumatico risveglio della conoscenza. Il dolore, qui, traspare dagli occhi, da un
primo piano che trasforma I visi in astrazione, I corpi in ectoplasmi senza più memoria.
(Pierre Hombrebueno - Nocturno)

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