La Passione (2010)

Un film di C. Mazzacurati – Italia, 2010

Con Silvio Orlando, Cristiana Capotondi, Giuseppe Battiston, Corrado Guzzanti, Kasia Smutniak, Maria Paiato, Stefania Sandrelli, Marco Messeri, Fausto Russo Alesi, Giovanni Mascherini

Passati i cinquant'anni, essere un regista emergente diventa un problema. Ne sa qualcosa Gianni Dubois, che non fa un film da anni, e adesso che avrebbe la possibilità di dirigere una giovane stella della tv non riesce nemmeno a farsi venire in mente una storia. Come se non bastasse, una perdita nel suo appartamento in Toscana ha rovinato un affresco del Cinquecento nella chiesetta adiacente. Per evitare una denuncia e una pessima figura, Gianni deve accettare la bizzarra proposta del sindaco del paese: dirigere la sacra rappresentazione del venerdì santo in cambio dell'impunità. Così si ritrova a passare una settimana nella Toscana più profonda nel tentativo di mettere in piedi una specie di Via Crucis, con gli apostoli, Ponzio Pilato, la crocifissione, e un pessimo e vanitosissimo attore locale nella parte di Cristo.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
(…) Come sempre nel cinema del regista padovano ci si muove. Gianni è chiamato subito al suo spostamento, quello che, fisicamente, lo porta da Roma alla Toscana, dalla città al piccolo paese di provincia ma che,
psicologicamente, lo porta a un percorso più impegnativo. Gianni attraversa il centro Italia con la macchina, passa su strade costeggiate da alberi, si muove per la campagna, incrocia corriere, come quasi tutti i personaggi del cinema di Mazzacurati. A differenza di
molti di questi però, il viaggio geografico di Gianni si ferma subito e da attraversamento si trasforma in immersione. Non è infatti l’attraversamento del paesaggio a innescare in lui il processo di rivelazione tipico di altri picari viaggianti di Mazzacurati (A cavallo
della tigre, La lingua del Santo), ma il movimento immersivo, quasi inconsapevole, certo inaspettato nelle dinamiche del paese. Non è dunque un moto per luogo ma un mobile stato in luogo quello che smuove Gianni. Era più o meno ciò che capitava, anche se altri erano i toni e le conseguenze, a Mara (Valentina Lodovini) in La giusta distanza: il confronto con la piccola comunità, i suoi ritmi, i suoi modi e la rivelazione di un paesaggio umano da capire, molto meno scontato di quanto a priori si potesse immaginare. Su questo stupore – che si fa qui
più esplicitamente disorientamento – Gianni carica un malessere più profondo, e così l’immersione diventa istantaneamente, e non senza trauma, inabissamento. Come Saverio, il precedente personaggio che
Mazzacurati affidò a Silvio Orlando in Un’altra vita, Gianni subisce tanto l’esperienza del luogo quanto il movimento esistenziale che ne consegue. Come Saverio, dettaglio geografico per altro non comune nel cinema provinciale e sostanzialmente nordico del regista padovano, Gianni vive a Roma, avvolto da quella straniante imponderabilità cui costringe la città. Il paesaggio metropolitano, poco raccontato, piuttosto suggerito nella sua costrittiva anonimia, là veniva messo in
relazione con la periferia, un hinterland, umano oltre che urbano, che
progressivamente avvolgeva Saverio trascinandolo in un altrove sconosciuto; qui invece la città capitola subito abbandonata da Gianni, forzatamente ma immediatamente, in favore del borgo. Comunque sia,
tanto Saverio quanto Gianni – là assecondando i toni del dramma qui quelli della commedia – non scelgono: entrambi si ritrovano loro malgrado oltre la soglia di un universo altro che finirà per conferirgli una maggiore consapevolezza dell’esistere. (...) Rispetto ad altri racconti che Mazzacurati dedica alle proprietà rivelatrici
di paesaggi non familiari, in questo film però il senso del luogo, la sua stimmung, per così dire, è demandata in maniera più decisa alla componente umana. Circoscritto com’è da limiti più o meno visibili, quelli naturali della collina ma anche quelli architettonici delle stradine che si inerpicano in salita, degli archi antichi, delle case di
pietra, tanto vicine che puoi vedere nella finestra di fronte e trovarci la vita, l’amore, il dramma, una storia da inventare, il borgo è uno spazio fortemente antropico in cui la qualità figurale del luogo diventa appunto un fatto sostanzialmente umano. Nell’immersione di Gianni infatti, a differenza dei tanti campi lunghi, dei movimenti, delle carrellate che accompagnano l’esperienza di altri “viaggiatori” di Mazzacurati, la macchina da presa è spesso molto vicina ai volti. Lo è fin da subito, da quando il film apre insistendo non su un paesaggio (quella pianura padana che apre La giusta distanza ricordando le lande poco popolate del Mississippi di Mark Twain, come scrivono Masoni e
Vecchi, tanto per fare un esempio) ma su un primo piano dello stesso Gianni addormentato con la testa sulla scrivania, spossato, schiacciato dal peso dell’impossibilità di fare. Prossima ai personaggi la mdp
lo resterà per tutto il film, mostrando quei volti con inquadrature strette, spesso frontali, e trasformandoli in quasi figurine di un album, punti di riferimento del paesaggio cui Gianni deve relazionarsi, oltre che attori del teatrino che deve gestire. (...) Nella galleria ci sono però anche maschere che intervengono come spiragli di sole negli angoli bui e ostili del borgo: su tutte, il volto dolce e malinconico di Caterina, la barista polacca cui Kasia Smutniak riesce a dare una bellezza leggera, confortante, nonostante la dolenza, proprio per quella
familiarità che solo un elemento estraneo al contesto può trasmettere così, empaticamente, a uno straniero come è Gianni. Ed è lo stesso ruolo chegioca anche Ramiro. A differenza di Caterina però, apparizione immediatamente salvifica per Gianni, Ramiro si conquista progressivamente il suo spazio all’interno della rappresentazione, non solo in quella sacra finale, ma anche in quella pagana, esistenziale di cui Gianni stesso è il protagonista e il borgo è il teatro. Le
rappresentazioni, entrambe, ma forse sono una sola, sono dunque letteralmente salvate dall’alieno Ramiro. Grazie a lui, Gianni comincia ad orientarsi, intravede la possibilità di riemergere, affronta i suoi fantasmi, si libera delle ombre e si prepara alla rivelazione. Quella
che avviene al momento in cui Ramiro, smessi i panni dell’amichevole extraterrestre con cui era entrato in scena, veste esplicitamente quelli decorpulento salvatore. Così, proponendosi come nuovo Gesù, l’alieno umano Ramiro, fuori luogo ma non fuori ruolo, si sostituisce all’alieno mediatico Manlio. Piegando la sedia sotto il peso del suo corpo eccedente ma resistendo sotto quello smisurato della croce, Ramiro si propone per la crocifissione, esplicitando la propria missione
salvifica e riposizionando, ri-orientando non solo gli spettatori, il borgo tutto ma soprattutto Gianni che riemergerà, in un autogrill, con un orologio di gomma in tasca a ricordargli il suo viaggio, la sua via crucis.
(Chiara Borroni - Cineforum)

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