Offside (2007)

Un film di J.Panahi – Iran, 2007

Con Sima Mobarak Shahi, Safar Samandar, Shayesteh Irani, M. Kheyrabadi, Ida Sadeghi, Golnaz Farmani, Mahnaz Zabihi, Nazanin Sedighzadeh, M. Kheymed Kabood, Mohsen Tanabandeh, Reza Farhadi, M.R. Gharadaghi, Mohammad Mokhtar Azad, Ali Roshanpour, Al Baradari, K

Iran: una ragazza, per assistere a una partita di calcio, si traveste da uomo. Ma viene scoperta e confinata all’interno di un recinto adiacente allo stadio insieme ad altre donne che volevano utilizzare lo stesso stratagemma. Oltre all’ingiustizia di non poter assistere alla partita, dovranno sottostare ad una serie di torture: saranno costrette ad ascoltare il tifo dello stadio e subiranno le ingiurie della guardia che non capisce niente di calcio e che pretende di raccontar loro la partita. Ma tenteranno di nuovo il tutto per tutto pur di ammirare in azione i giocatori.

Critiche
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Nel 2006 il film di Jafar Panahi fu il vincitore dell'Orso d'argento al festival di Berlino, e in quell'anno il film iraniano uscì dapprima in Germania e poi in altri trenta Paesi tra cui, almeno in forma ufficiale, non figurava l'Iran. Oggi il film arriva anche in Italia, con una distribuzione limitatissima, e i pochi fortunati avranno la
fortuna di apprezzare il film di questo autore coraggioso,
vittima illustre della repressione attuata dal presidente Mahmud Ahmadinejad, che ispira le immagini della sua "commedia umoristica" ad una pratica imposta realmente negli stadi iraniani, quella che impredisce l'accesso alle donne senza chiari motivi: una situazione che Panahi ha visto ripetersi nei riguardi di sua figlia e di tante altre
compagne. Nonostante gli argomenti drammatici e la condizione di recluso, Panahi, che oggi è agli arresti domiciliari e che sconta una condanna di venti anni di divieto di esercizio della sua professione, è riuscito nell'eccezionale tentativo di evitare i toni tragici per
affidarsi a un racconto in presa diretta di eventi paradossali suffragato dalla spontaneità degli interpreti. Il tema della sfida è fondamentale nel contesto di un'opera in cui un gruppo di giovani iraniane si "traveste" con abiti da uomo per aggirare la proibizione
di assistere dal vivo ad una partita di calcio nel tentativo di arrivare sugli spalti. La macchinazione è "smascherata" dalle guardie che rinchiudono le giovani donne in un recinto da cui potranno seguire l'incontro soltanto per via indiretta, cioè osservando le reazioni
degli spettatori uomini, loro sì liberi di assistere alla sfida. Un film così urgente pone il suo accento sul dissidio fra tradizione e società, ovverosia, tra potere e cultura, repressione e ansia di cambiamento; in questa prospettiva, è nell'attenzione per il femminile che la camera di Panahi asseconda la sua cifra poetica con vocazione neo-neorealista e recupera un'originale sottolineatura umorstica. Ci
vuole molta fede nella possibilità di contrastare una mentalità eazionaria per dare alle immagini quel tono comico presente in un film come Offside. Quello che sembrerebbe il tema di fondo, il calcio, è in qualche modo mascherato, invisibile ai nostri occhi di spettatori,
proprio come succede alle donne nel film: gli atleti non compaiono mai perché lo sport, cioè la "forma più democratica di spettacolo" (e di emancipazione pacifica)diventa il pretesto per mettere in luce la condizione femminile in Iran e affrontare le contraddizioni e gli
abusi di regole sociali che soffocano gli individui. Le donne che nel film mettono in atto un'avventurosa macchinazione per poter seguire la partita, doppiano con il loro comportamento lo stratagemma adottato da
Panahi per ottenere tramite un copione falso le autorizzazioni necessarie a procedere alle riprese sia del film vero che di quello che fungeva da copertura. Lo stile che in alcuni momenti appare "documentaristico",richiama una sfida calcistica realmente disputatasi (quella fra Iran e Bahrein, decisiva per la qualificazione
ai mondali tedesci del 2006). La condizione di persone che vivono in steccati palesemente anacronistici e assurdi, pone un interrogativo esistenziale prima che politico e sociale: come le sue donne, anche Panahi vive "offside", fuorigioco. Per l'adesione alla Rivoluzione
Verde, è stato privato della libertà artistica e personale,ma chi decide le regole del gioco? Lo humor dell'autore ha i colori smaglianti del monito civile, nella speranza che il futuro abbatta gli steccati e le distinzioni arbitrarie.
(Roberto Lasagna – Segnocinema)

E' stato girato in parte l'8 giugno del 2005, Offside. Quel giorno l'Iran contende al Bahrain la qualificazione per la Coppa del mondo del 2006. Fra i 100 mila che riempiono lo stadio di Teheran, le donne sono una minoranza infima, e clandestina. A loro il governo nega il diritto di assistere a una partita di calcio. Il tifo è cosa da maschi, costellata di bestemmie. La fragilità femminile deve esserne preservata. Questo è il motivo del divieto. Che si tratti di un'idiozia - che lo siano il divieto e ancor più la sua giustificazione - rientra nella normalità d'ogni regime. Di questa normalità tragica racconta Jafar Panahi, in carcere dal 20 dicembre 2010
per aver partecipato a movimenti di protesta. Nelle prime immagini, una giovane donna in abiti maschili si nasconde in mezzo gli uomini diretti allo stadio, sperando di ingannare i soldati messi a guardia degli ingressi, e della moralità. Ma l'occhiuta solerzia di quelli ha la meglio e la poveretta è portata con altre in un recinto allestito a ridosso degli spalti. Da lì, le prigioniere non intravedono la partita, ma ne intuiscono le sorti attraverso le urla della folla. In attesa d'un
furgone della polizia, le vigilano alcuni soldati di leva, giovani come loro, e come loro esclusi dalla gran festa che risuona poco più in là. Dove stanno le vittime dell'idiozia di regime? Solo nel gruppo delle donne, o anche in quello degli uomini? Certo le loro condizioni sono diverse: questi sorvegliano, quelle sono sorvegliate. Eppure la macchina da presa di Panahi li guarda tutti con una simpatia uguale. Hanno la stessa età, gli stessi entusiasmi, e alla fine la stessa ingenua, felice "trasparenza". Certo, le donne sono vittime evidenti. E
gli uomini? Gli uomini lo sono in modo indiretto, ma egualmente tragico. Le catene che legano le ragazze - le loro possibili amiche, le loro ipotetiche compagne - legano anche loro. Li legano da dentro, con la prepotenza d'ogni idea assoluta, religiosa o meno, che voglia farsi legge morale e politica. D'altra parte, accade talvolta che, insieme, uomini e donne riescano a spezzarle, le catene. A questa liberazione comune rimanda Offside nella sequenza finale, con le strade di Teheran invase appunto da uomini e donne in festa per la vittoria della nazionale. E la forza suggestiva di queste immagini va ben oltre l'entusiasmo del tifo, raccontando d'una giovinezza e d'una vita che nessuna violenza e nessuna idiozia può imprigionare per sempre. (Roberto Escobar - L'espresso)

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