Vento di primavera (2010)

Un film di R. Bosch – Germania/Francia/Ungheria, 2010

Con Jean Reno, Mélanie Laurent, Gad Elmaleh, Hugo Leverdez, Joseph Weismann, Oliver Cywie, Mathieu Di Concerto, Romain Di Concerto, Sylvie Testud, Anne Brochet, Jean-Michel Noirey, Roland Copé, Raphaëlle Agogué

1942. Estate. Dopo l’ invasione delle truppe della Germania di Hitler, gli ebrei sono stati prima obbligati a portare la Stella di David sugli indumenti, e poi sono stati allontanati dai loro impieghi di lavoro col divieto di accedere a scuole e luoghi pubblici. Ma ora Hitler ha deciso di procedere allo sterminio di massa degli ebrei e vuole che il governo insediato a Vichy gli procuri nella sola Parigi almeno 20.000 dei 25.000 ebrei residenti. Gli ebrei parigini saranno prima condotti in campi di raccolta in territorio francese e poi, una volta ultimati i lavori per i forni crematori nei lager, saranno uccisi. La notte del 16 luglio del 1942 si svolge la retata degli ebrei di Parigi: tredicimila uomini, donne e bambini ebrei vengono prelevati dalle loro case e portati nel Vélodromo d’ Hiver, prima tappa del loro calvario.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Uscito in occasione del Giorno della Memoria (27 gennaio), il film di Rose Bosch affronta una delle pagine più vergognose della storia francese del Novecento: la notte del 16 luglio del 1942, durante l'occupazione nazista di Parigi, circa tredicimila ebrei furono
indiscriminatamente prelevati dalle loro case, ammassati nel Velodromo d'Inverno e lì tenuti in ostaggio per cinque giorni senza cibo né acqua e in condizioni igieniche miserevoli, prima di essere tutti deportati nei campi di sterminio. Nessuno dei 4051 bambini catturati riuscì a salvarsi. Nonostante l'aperta ostilità delle autorità francesi nel riportare alla luce fatti rimossi dalla memoria collettiva per decenni (il regime collaborazionista di Vichy e la figura del maresciallo
Pétain sono ancora oggi un argomento tabù per buona parte dell'opinione pubblica d'Oltralpe), la Bosch è riuscita, tra mille difficoltà - soprattutto di natura economica - a portare a termine un film che almeno
riscopre la portata di un evento storico così ignobile e sanguinoso. I limiti del film risiedono tuttavia nell'eccessivo sforzo d'ingabbiare la storia all'interno di un percorso narrativo estremamente retorico, seguendo il sentiero di una fiaba in cui si capisce da subito chi sono i
buoni e chi sono i cattivi: da una parte gli ebrei perseguitati e poi mandati a morire - tutte persone oneste e perbene, idealisti e affettuosi con i loro bambini - dall'altra i nazisti e gli aguzzini collaborazionisti, tutti uomini bruti e senza cuore, ideatori ed esecutori di una cinica e sanguinaria scelta politica. Questo schema, tanto elementare quanto superficiale, viene inoltre appesantito
da una storia d'amore incompiuta, quella tra la premurosa crocerossina, la cui forza di abnegazione la porta spesso a rischiare la vita, e il dottore che ha la sorte scritta negli occhi (quelli di un sempre più scialbo Jean Reno). Come se non bastasse, a iniettare un altro po' di sana retorica ci pensano l'eccessiva insistenza sullo smarrimento dei bambini e la comparsa sulla scena di personaggi come Hitler, Himmler ed Èva Braun (!), tutti affaccendati a bere champagne e a mangiare caviale sulle Alpi, mentre i poveri ebrei sono ridotti alla più nera indigenza (poche volte l'uso del montaggio alternato è stato così didascalico). Tutti gli altri elementi linguistici del film non possono che risentire di questa impostazione: la recitazione degli attori (a parte qualche
guizzo dei più giovani) è orientata a suscitare negli spettatori il più bieco pietismo; la stella emergente del cinema francese Mélanie Laurent, ad esempio, abbracciando per intero la parte di un'eroina votata al martirio, perde molte delle sue qualità di attrice
imprevedibile (si nota davvero tanto la differenza con Bastardi senza gloria di Tarantino) per ammorbidire le sue spigolosità in un registro interpretativo da fiction televisiva venuta male. La fotografia patinata mostra gli scorci e i colori di una Parigi da cartolina (in questo Rose Bosch sembra l'erede del cinema du look di Lue Besson e Leos Carax), come del resto i costumi (e le acconciature, soprattutto quelle femminili) sono un campionario di vecchi modelli da copertina, mentre la musica è un susseguirsi di interventi tesi a imprimere ancora maggiore enfasi agli eventi (gli archi si sprecano). Vento di primavera mostra insomma tutti i limiti evidenti di un film sull'Olocausto che sfrutta un evento storico per farne un grande spettacolo d'intrattenimento (anche se in questo lo Spielberg di Schindler's List resta insuperato), con l'obiettivo di dare un senso alla Storia. Molti dei film giustamente più riusciti che hanno come oggetto i tanti risvolti di questa immane tragedia (da Arrivederci, ragazzi di Malle a
Laissez-passer diTavernier, da L'ultimo metrò diTruffaut a La vita è bella di Benigni) hanno il tratto comune di rifiutare lo schema della fiaba, e anzi di operare un totale capovolgimento drammaturgico dei punti di vista. Il valore morale e l'importanza di fare memoria attraverso il cinema resta infatti quello di non ridurre la Storia a
una semplice "narrazione", ma di far emergere al contrario tutta la sua mancanza di senso. La vera tragedia è proprio questa.
(Marco Luceri – Segnocinema)

Nessuno aveva mai fatto un film sul rastrellamento di Vel d’Hiv, avvenuto il 16 e 17 giugno nella Francia occupata del 1942. Furono raccolti al Velodrome d’Hiver oltre 13 mila ebrei, poi trasferiti al vicino campo di concentramento di Drancy da cui partivano i treni per
Auschwitz: un orrore a lungo censurato, con tanto di gendarmi cancellati dalle fotografie d’epoca. Il film si articola su tre piani: le vittime ebree con un’infermiera francese, i politici di Vichy e Hitler. Quest’ultimo risulta superfluo e quello delle vittime assai risaputo, monocorde risposta d’Oltralpe a Il bambino con il pigiama a righe, cui si avvicina per la prospettiva privilegiata delle vittime più piccole. In patria le recensioni sono state freddine e hanno infiammato la coda di paglia della regista Rose Bosch, arrivata a
paragonare ai nazisti i suoi detrattori. L’aspetto più interessante, ossia la connivenza antisemita dei collaborazionisti contrapposta al fallimento del rastrellamento, cui sfuggirono ben 12 mila ebrei nascosti
dal buon cuore dei francesi, finisce sacrificato sull’altare di una ricostruzione perfettina e calligrafica. Pur nobilmente educativo, Vento di primavera è davvero troppo poco personale per un filone tanto frequentato come l’Olocausto.
(Andrea Fornasiero – Film Tv)

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