La donna che canta (2010)

Un film di D. Villeneuve – Canada, 2010

Con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin, Maxim Gaudette, Rémy Girard, Abdelghafour Elaaziz, Allen Altman, Mohamed Majd, Baya Belal

In seguito alla morte della madre Nawal, due gemelli, Jeanne e Simon, scoprono alla lettura del testamento di avere un fratello e un padre ignoti a Beirut. Dei due, solo Jeanne decide di relazionarsi alla scoperta e di partire per Deressa (o Daresh), dove la madre compì i suoi studi universitari. Le ricerche della figlia procedono di pari passo con uno sguardo al tragico percorso giovanile della madre, entrambi diretti verso la verità sui parenti scomparsi.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Un fucile che spara. E accollata sopra, la foto della Madonna. Un ossimoro, verrebbe da dire. Eppure succede. Per esempio in Medio Oriente, dove si uccide (ancora oggi) in nome di Dio. Ne sa qualcosa Nawal, cristiana, colpevole solo di essersi innamorata di un
arabo. Da lui avrà un figlio maschio, Abou Tarek. E poi, da un altro uomo, due gemelli, Jeanne e Simon, a cui la vita ha riservato un destino diverso, e cioè quello di crescere lontano da tutto questo, nel rigido e forse per questo rassicurante Canada. Sarà proprio la morte della madre, però, a mettere i due ragazzi in cammino sulle tracce del loro passato, alla ricerca di quel padre e di quel fratello che non sapevano nemmeno di avere. E naturalmente la verità sarà un pugno nello stomaco così violento da colpire l’identità di una nazione come quella
dei singoli individui. Che rischiano quindi di trasformarsi in schegge impazzite e, nel caso specifico, di incrociare in maniera diametralmente opposta i propri destini. Da una parte, infatti, c’è Abou Tarek, nato dall’amore ma ciò nonostante irrimediabilmente incapace di rompere la catena dell’odio e di emanciparsi dal complesso dell’abbandono; dall’altra, invece, ci sono Jeanne e Simon che, pur essendo stati partoriti dal disprezzo, avranno la forza di instradare la propria esistenza su binari diversi. Quello dell’accettazione e
della condivisione. E quello dello “stare insieme”, soprattutto, come ripeterà più volte Nawal nelle sue sentite lettere. Il che vale sì per i tre fratelli, ma soprattutto per una zona geopolitica incapace, almeno
finora, di andare da un’altra parte. La immortala, in maniera impeccabile, un Denis Villeneuve in forma smagliante, capace per questo di tener testa alle sue precedenti e premiatissime pellicole, Un 32 août sur Terre e Maelström. Non gli serve quindi sbavare in un seppur invitante moralismo ma nemmeno intende rinunciare a una regia ben visibile già nelle primissime inquadrature, con tanto di colonna sonora assordante e sguardi in macchina devastanti. Come a dire: non puoi (più) girare la faccia da un’altra parte.
(Erica Re – Film Tv)

Abbiamo scoperto Denis Villeneuve a Cannes,ammirando il suo primo lungometraggio Un 32 agosto sulla terra (1998). L’automobile esce di strada, la guidatrice rimane svenuta per un po’, l’orologio del
cruscotto impazzisce e indica “32 agosto”. Il giorno extra offre l’occasione per qualche pensiero sulla vita, sulla morte, sulla maternità. A dispetto della trama, non era un film cupo né punitivo per lo spettatore. Poi Villeneuve sparì dal nostro radar. Riapparve, sempre a Cannes, una decina di anni dopo con Polytechnique, strage liceale girata al modo di Gus Van Sant in Elephant. Molti corridoi in bianco e nero, per raccontare una sparatoria capitata nel Canada francofono il 6
dicembre del 1989, quando ancora non esisteva YouTube, e Michael Moore non aveva girato Bowling for Columbine (unico dettaglio interessante: lo studente fuori di testa sparò solo sulle ragazze, colpevoli di volere
la parità). Massimamente tragico – nel senso tecnico della parola – è il suo ultimo film, La donna che canta. Incendies nell’originale: brucia un autobus pieno di donne e bambini, dopo essere stato sforacchiato dai proiettili, bruciano le case dove una ragazza viene
accusata di disonorare la famiglia, e oltre vent’anni dopo le femmine ancora si comportano come se l’onta fosse appena stata consumata. Attraversiamo un campo profughi, un orfanotrofio, una galera. Si parte da un complicato testamento, letto da un notaio canadese ai gemelli Jeanne e Simon. La madre Nawal Marwan, immigrata dal Libano e morta dopo un periodo di mutismo, ha lasciato al notaio due lettere sigillate e precise istruzioni. I due devono rintracciare il loro padre, creduto morto, e un fratello di cui ignoravano l’esistenza. Consegnate le missive, potranno aprire la lettera a loro destinata, e la madre potrà avere il nome sulla tomba. Le tracce sono praticamente inesistenti: solo una vecchia fotografia di Nawal, e sullo sfondo una scritta. All’origine, un’opera teatrale di Waidi Mouawad (parte di una trilogia intitolata Le sang des promesses, andata in scena la pima volta nel 2003) adattata per il cinema con qualche inutile lentezza. Le scene con Jeanne che studia matematica pura, sono un’inutile telefonata sui temi: la vita e la violenza sono ingovernabili, la madre era stata costretta a lasciare gli studi, la figlia non farà lo stesso errore. Denis Villeneuve divide la materia in capitoli, mettendo in parallelo la tragedia familiare – di cui non sveliamo nulla – e le vicissitudini del Libano. Attori bravi, la storia ben costruita, non esattamente il film giusto per distrarsi di sabato sera.
(Mariarosa Mancuso – Il Foglio)

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