Il gioiellino (2011)

Un film di A. Molaioli – Francia/Italia, 2011

Con Toni Servillo, Remo Girone, Sarah Felberbaum, Fausto Maria Sciarappa, Lino Guanciale, Vanessa Compagnucci, Lisa Galantini, Renato Carpentieri, Gianna Paola Scaffidi

Una grande azienda agroalimentare ramificata nei cinque continenti, quotata in Borsa, in continua espansione verso nuovi mercati e nuovi settori: quello che si dice un gioiellino. Il suo fondatore, Amanzio Rastelli, padre padrone dell’azienda, ha messo ai posti di comando i suoi parenti più stretti: il figlio, la nipote, più alcuni manager di provata fiducia, malgrado i loro studi si fermino al diploma in ragioneria. Un management inadeguato ad affrontare le sfide che pone il mercato. E infatti il gruppo s'indebita. Sempre di più. Non basta falsificare i bilanci, gonfiare le vendite, chiedere appoggio ai politici, accollare il rischio sui risparmiatori attraverso operazioni di finanza creativa sempre più ardite. La voragine è diventata troppo grande e si prepara a inghiottire tutto.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
"C'e un'immagine - una sola - che fa venire i brividi in 'Il Gioiellino', il film di Andrea Molaioli liberamente ispirato al crac Parmalat, da oggi nelle sale italiane. E' quella in cui il personaggio del ragionier Ernesto Botta (interpretato da Toni Servillo e modellato sulla figura di Fausto Tonna, collaboratore di Tanzi) viene portato via,
nel finale, su un blindato della Guardia di Finanza. (...) Lì, nell'immagine che chiude il film, in quel misto di incredulita e inconsapevolezza, ma anche di oscura e confusa percezione della voragine in cui sta precipitando, il ragioniere di Toni Servillo acquista lo spessore tragico di un personaggio di Balzac. Ma solo lì.
Per tutto il resto del film, ciò che colpisce sia in lui sia in
Amanzio Rastelli, il personaggio interpretato da Remo Girone e ispirato direttamente alla figura di Calisto Tanzi, e la sostanziale inconsapevolezza con cui giocano sporco con i falsi in bilancio e con i trucchi della finanza dopata. Non c'e traccia, in loro, ne della rapacita con cui Oliver Stone aveva disegnato gli 'squali' di Wall Street, ne della spavalderia gaudente e cialtrona con cui Gassman e Tognazzi rappresentavano, in passato, il fascino indiscreto e chiassoso della borghesia italiana. I protagonisti di 'Il gioiellino' sembrano reperti archeologici dell'Italia democristiana. Sono grigi, noiosi,
abitudinari. Odorano di naftalina e di sacrestia. (...) Il problema e che il regista Andrea Molaioli sceglie di raccontare la storia dal loro punto di vista. Scelta coraggiosa, non c'e dubbio, ma anche difficile e
rischiosa: perchè impedisce la distanza critica, la deformazione grottesca, la corrosione ironica. E perchè autorizza il pubblico ad adottare lo sguardo dei personaggi, fin quasi ad arenarsi in esso."
(Gianni Canova – Il Fatto Quotidiano)

Non è solo un «caso» italiano, è anche una «lezione» di cinema all' italiana. Nel senso che rispetto al meccanismo di spettacolarizzazione messo tradizionalmente in atto dal cinema americano (l' ultimo esempio è Margin Call, visto al festival di Berlino, che condensa in una notte - di tregenda - il crac Lehman Brothers), rispetto a una drammaturgia tutta effetti e colpi di scena così come chiedono a Hollywood, Andrea
Molaioli ha scelto una strada antitetica, più controllata. Quasi sommessa. Una strada «all' italiana»? Forse la denominazione geografica è un po' forzata perché si tratta per prima cosa di una scelta di stile, ma l' aggettivo può aiutare a capire le differenze di base. Del fallimento Parmalat, per l' occasione chiamata Leda, l' azienda
«gioiellino» cui fa riferimento il titolo, qui si racconta non il processo penale o le conseguenze sui risparmiatori italiani ma piuttosto i prodromi, le origini. Come si sia potuti arrivare a tanto, cercando (e filmando) all' interno degli uffici, delle sale riunione, dei meeting con le banche, per scavare dentro la testa di chi quell' inganno l' aveva pensato e progettato. Agli utilizzatori finali delle
azioni gonfiate e dei bond tarocchi non pensa mai nessuno: nessuna preoccupazione da parte di nessuno e nel film non potevano che mancare. Con un' assenza proprio per questo più forte di qualsiasi presenza, di
qualsiasi scena. Quello che il regista vuole filmare e spiegare è proprio il percorso razionale che spinge un industriale e il suo capo contabile a scendere uno dopo l' altro i gradini dell' imbroglio e dell' abiezione morale, senza fare nomi o facili allusioni. Tanto che nella scena della visita a chi dovrebbe preoccuparsi dell' esposizione
debitoria della società (secondo la logica che un debito di un milione è un problema personale, uno di dieci milioni è un problema delle banche e un debito di cento milioni è un problema dello Stato), in quella scena l' allusione diretta al «presidente del Consiglio» finisce per stonare, per sembrare una sottolineatura pleonastica.
Bastava (e avanzava) il consiglio di ridere alle barzellette... La scommessa di Molaioli, allora, si regge più che sull' esemplarità della sceneggiatura sull' efficacia degli attori, sulla loro capacità di entrare nei personaggi (perché Amanzio Rastelli è comunque Calisto Tanzi, Ernesto Botta è inequivocabilmente Fausto Tonna) senza per questo scivolare nel bisogno di imitazione, nel noschesismo. E bisogna dire che Remo Girone e Toni Servillo supportano pienamente la scommessa del regista. Dolente e come soverchiato dai fatti Girone, pronto a dar retta a tutti ma nello stesso tempo ambizioso e caparbio; Servillo invece sgradevole e puntuto, «rigido» nel suo aziendalismo come il collo
che fatica a piegare, capace dei peggiori imbrogli senza sentire il minimo rimorso morale. Italianissimi entrambi in questo, come la più giovane e per questo più spregiudicata nipote Laura (una altrettanto brava Sarah Felberbaum), simbolo del nuovo che avanza, naturalmente con laurea e master - mentre i «vecchi» si fermano al diploma di ragioniere - e forse per questo più arrivista, più disinvolta, più cinica (il che giustifica, almeno all' inizio, il «contratto» sessuale che sembra stringere con Botta. Poi, quando dà l' impressione di essersi anche innamorata, il legame risulta un po' eccessivo). Così, mentre la storia avanza, si finiscono per dimenticare i riferimenti al caso Parmalat (che pure sono molti) e ci si fa coinvolgere dal racconto di queste «relazioni pericolose», che riescono a confondere l'
attaccamento all' azienda con il diritto di truccare i bilanci e poi anche di ingannare i risparmiatori. Senza che mai si senta il bisogno di affidare a qualche «grillo parlante» la battuta illuminante, il dialogo didascalico. Come nella realtà, dove non c' è nessuno che fa la morale prima. Caso mai arriva dopo, ma a questo punto il film è già finito e lascia allo spettatore il compito di tirare da solo le somme. In questo ricollegandosi pienamente alle scelte di stile del suo precedente La ragazza del lago dove il nucleo centrale della narrazione (là l' assassino di Anna, qui la truffa finanziaria) finisce per passare in secondo piano, di fronte alla descrizione del mondo nascosto e un po' misterioso della provincia italiana e della sua ambigua umanità
(Paolo Mereghetti – Il Corriere della Sera)

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