Rabbit hole (2010)

Un film di J. C. Mitchell – USA, 2010

Con Nicole Kidman, Aaron Eckhart, Dianne Wiest, Sandra Oh, Miles Teller, Tammy Blanchard, Jon Tenney, Giancarlo Esposito, Patricia Kalember, Mike Doyle

Becca e Howie Corbett sono una coppia felicemente sposata il cui mondo perfetto cambia per sempre quando il figlio Danny rimane vittima in un incidente. Lei, ex donna in carriera trasformatasi in casalinga, cerca di ridefinire la propria esistenza in un paesaggio surreale di amici e familiari carichi di buone intenzioni, fino a trovare conforto in una misteriosa relazione con un giovane e inquieto artista di fumetti, Jason.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
John Cameron Mitchell, per servirci e stupirci. Rabbit Hole è una sorpresa, soprattutto perché viene dall’inquieto e discontinuo regista di Hedwig. La diva con qualcosa in più e dal provocatorio ed estremo
creatore di Shortbus. Dove tutto è permesso, che si inventò un inno americ-anale impossibile da dimenticare. Era difficile pensare che da questo ragazzo terribile potesse nascere un dramma così teso e
soffocante, che sapesse disegnare un ménage familiare spezzato dall’ingiustizia più infame e insopportabile: la morte di un figlio. L’unico, il piccolo biondissimo Danny. Il film doveva dare premi a catinelle a Nicole Kidman, così brava da farci dimenticare, quasi del tutto, il suo botulino. Madre bella e borghese apparentemente fredda, è in realtà donna determinata nell’autolesionistica volontà di fare sempre la cosa giusta per scavare nel proprio dolore senza alcuna pietà (per se stessa e chi l’ama). La realtà è che, però, il vero fenomeno è Aaron Eckhart. Come Bill Irwin in Rachel sta per sposarsi di Demme, porta su se stesso la colpa di tutto e sacrifica il suo dolore immenso e incompreso per tenere insieme i cocci del suo amore, tra canne, urla,
errori e schiaffi presi. È soprattutto con lui e con una regia rigorosa che il film, senza ricattarci, ci spezza il cuore. Conquistandocelo.
(Boris Sollazzo – Film Tv)

In un quartiere bene del Queens una gioviale coppia cerca di sopravvivere alla morte del figlio di quattro anni, vittima di un investimento davanti casa, mentre cercava di rincorrere il cane. Becca (Nicole Kidman) tenta in tutti i modi di sottrarre il presente al ricordo del figlio, Howie all’opposta cercadi rivivere ogni momento
passato. Ficcati dentro la loro tana, rappresentata da una casa perfetta e curata in ogni particolare, verranno scacciati dal dolore e dalla vita. Dal regista indipendente americano John Cameron Mitchell (autore di Shortbus), l’adattamento per il cinema dell’omonima piéce che è valsa al suo autore (che qui firma anche la sceneggiatura) il premio Pulitzer per il teatro (e tutto quello che c’è di buono in questo film un po’ scontato, viene, non a caso, dal testo). Film indipendente, prodotto dalla Kidman che si cuce il personaggio addosso, anche se la sua inespressività botulinica inizia a pesare. Nondimeno è stata candidata all’Oscar.
(Dario Zonta – L'Unità)

Prendetelo come volete, anche come una redenzione,dato che ha avuto adolescente la perdita di un fratello, ma il terzo film di John Cameron Mitchell è una sorpresa se avete visto i primi. Che sono, nell' ordine, Hedwig, storia di una popstar transgender, e Shortbus, festival ginnico di erotismo. Ora invece il regista scompare nelle cantine dell'inconscio nel lavoro sotterraneo da rabdomante (fatto con attori che hanno convissuto durante le riprese) sulla rimozione del lutto di due coniugi che hanno perso un bambino di quattro anni in un incidente d'auto. Momento straordinario di gente normale che ha spesso sedotto il cinema con amplificatore sentimentale, dalla morettiana Stanza del
figlio a un episodio carveriano di America oggi, ma soprattutto alla Ragazza di campagna, il testo di Odets che diede nel ' 54 l' Oscar a Grace Kelly. Può darsi che la storia si ripeta, perché anche Nicole Kidman concorre al premio, che sarebbe meritatissimo per la misura, l'astio psicotico, il pudore con cui reagisce alla perdita: esprime
lo stupore, invita a una difficile rimozione «contro» il marito (Aaron Eckhart, mai stato così convincente e virilmente sensibile) che vuol mantenere viva la memoria con filmini e giochi. S'innesta anche, promosso dal titolo che cita Alice nel paese delle meraviglie (la tana del coniglio bianco in cui cade la bambina), la possibilità d'evadere in un mondo parallelo di controfigure, simulacri di un fumetto inseguito dal ragazzo che ha travolto e ucciso il piccolo Danny davanti
a casa. Il resto è silenzio: non servono la famiglia, con accorati consigli alla resistenza, né il nuovo nipote o servizievoli amici che indicano banali uscite di sicurezza. Serve forse il tempo: e su questo tema cecoviano il film, tutto chiuso in una dimensione interiore, si conclude benissimo, con uno scarto poetico in cui si profetizza la cognizione del dolore e il nuovo assurdo, sconosciuto, capitolo: qualcosa faremo...
Mitchell non è mai retorico, mai consolatorio, si accuccia in una dimensione patologica rarefatta in ostaggio al grande cast (da citare la straordinaria mamma di Dianne Wiest), ai suoi silenzi più che alle parole e ci spezza il cuore a nostra insaputa. Fortemente voluto da
Mrs. Kidman, tratto dal dramma premio Pulitzer di David Lindsay Abaire che l'ha sceneggiato pronta cassa, il film dimostra la contromossa di Hollywood che ha preso a interessarsi di gente comune (vedi Winter's bone) mentre il cine italiano alla riscossa è evaso, già fra gli avatar della tv, degli spot, del cabaret.
(Maurizio Porro – Il Corriere della Sera)

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