In un mondo migliore (2010)

Un film di S. Bier – Danimarca, 2010

Con Mikael Persbrandt, Markus Rygaard, William Jøhnk Nielsen, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen, Anette Støvelbæk, Toke Lars Bjarke, Camilla Gottlieb

Anton è un medico del Darfur diviso tra Africa e Danimarca, dove ha lasciato moglie e figli. Proprio il più grande dei due piccoli, Elias, fa la conoscenza di un ragazzino difficile trasferitosi da poco nella comunità, Christian. I due bambini stringono amicizia, ma il disagio giovanile di Christian, dovuto alla perdita della madre, porterà i ragazzini a mettersi nei guai. Anton cercherà di insegnare loro a stare al mondo.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Hævnen – In a Better World. Partiamo dal titolo, cercando di fare di un pretesto uno spunto di riflessione. Già da qui, infatti, emerge una curiosa ambiguità, che d’altra parte si rivela del tutto coerente con i contenuti del nuovo lavoro di Susanne Bier. Il titolo inglese del film, In a Better World, utilizzato ovviamente per la distribuzione internazionale della pellicola, e così quello italiano, che ne è la fedele traduzione, non scontano infatti solo una consueta perdita di letteralità rispetto alla versione originale, ma acuiscono la sensazione di uno “scollamento” linguistico mettendo a confronto due
concetti distinti e distanti, in un certo senso inconciliabili. Se Hævnen, infatti, è una parola danese che intrattiene una certa similarità con l’inglese “heaven” (che a sua volta indica il Paradiso, o come è solito declinarlo il senso comune, una sorta di ideale altrove che si presuppone essere migliore dell’esistente), la sua traduzione corretta è invece quella di “vendetta”. Un termine che, seppur appartenente a un registro semantico evidentemente altro, finisce per inscrivere in un orizzonte quasi ossimorico il senso del rapporto che lega titolo e opera. Sarà una coincidenza cui non dare troppo peso. Ma è a suo modo curiosa, e può tornare utile, certo in un modo un po’ strumentale, per leggere in controluce il film. Se si dà per buona la titolazione internazionale, il film può essere associato a una formula che suona infatti come una sorta di accorata invocazione: saturi di un mondo vissuto come una condanna, in cui imperano violenza, prevaricazione e ingiustizia, dobbiamo costruire la speranza di un’alternativa possibile, un “paradiso in terra”, paradiso in minuscolo
poiché spogliato di ogni credenza irrazionale, in grado di coincidere appunto con l’idea laica di un mon migliore. Tesi non proprio mai sentita e un po’ prudente, ma che in sé non fa problema. Se a tener banco è invece il titolo originale, l’intero film può essere soppesato davvero come un’opera sul tema della vendetta, che concepisce il paradiso al massimo come un retaggio perduto, o, meglio, il risultato di un fraintendimento (Hævnen/Heaven, appunto). Un tema, la vendetta, che la Bier affronta come qualcosa che si può solo contenere ma che non è possibile rimuovere, qualcosa che ci inchioda alla nostra natura (più che al nostro contesto), qualcosa di cui, dalla quotidianità borghese di Copenhagen alle brutalità primitiva dell’Africa sub-sahariana, l’uomo non può disfarsi, poiché radicato a un tale livello di profondità da essere annoverato tra i caratteri distintivi della specie. Questa seconda prospettiva con cui avvicinarsi al film sembra a
tutti gli effetti quella più appetibile per inquadrarlo quanto meno riducendone gli equivoci. Nella struttura narrativa, il filo conduttore della vendetta è teso infatti almeno tra due poli persistenti: da una parte, l’indole irrequieta del giovane Christian, incapace di incanalare
la rabbia covata per la scomparsa della madre in altre direzioni se non in quella, tanto violenta quanto precocemente lucida, della vendetta come proprio imperativo caratteriale (il pestaggio del bulletto a scuola, l’ossessione per la rivalsa contro il buzzurro meccanico Lars); dall’altra, l’abitudine alla disperazione degli abitanti del villaggio africano in cui lavora il padre dell’altro bambino, Elias, che da vittime di atroci sciagure belliche si trasformano in spietati esecutori durante il linciaggio di un tirannico lord of war, signore
della guerra, del luogo. La continuità tra i due binari narrativi del film è d’altra parte assicurata dalla figura dello stesso Anton, poiché la sua professione giustifica la spartizione del film su due fronti alternati in continuo ripiego uno sull’altro, e il suo carattere, misurato e pacifista, permette di problematizzare il contatto con le
due diverse realtà con un’ottica di sovrapposizione contrastiva (al manesco Lars che lo prende a schiaffi in faccia davanti ai ragazzini, Anton reagisce porgendo l’altra guancia, mentre poi lascia morire un uomo ferito perché schifato dai suoi crimini). In questo modo prende
forma il circuito di reciproca implicazione tra contesti differenti, la cui lontananza culturale è dichiarata in modo plateale, che abbiamo già incontrato in film precedenti della Bier, come Non desiderare la donna
d’altri (2004, in Afghanistan precipita l’elicottero di un militare danese e l’uomo viene creduto morto dalla famiglia) o il successivo Dopo il matrimonio (2006, in cui protagonista è l’India, dove lavora un volontario fuggito da un grande amore che incontrerà di nuovo al
suo ritorno in Patria). Aperture a orizzonti lontani quando non apertamente ostili, che alla luce della conferma raccolta in In un mondo migliore, come già suggerito, sembrano mantenere un atteggiamento
orientato più alla ricerca di una matrice antropologica condivisa che a ricognizioni etnografiche o esercizi di parallelismo. Vale a dire: più che impegnato in un confronto tra due mondi lontanissimi, mosso dalla
volontà di estendere oltre i confini della geopolitica il personale ragionamento sull’umano. (...) Il montaggio alternato che orchestra il susseguirsi dei due piani non si limita infatti, così come già nei film precedenti, a scandire l’ordine degli accadimenti, assicurando la
continuità del prosieguo narrativo, ma pare intervallare le cornici della capitale europea e del villaggio africano cercandovi consonanza non solo nell’azione ma anche nella grammatica del linguaggio cinematografico. I raccordi di sguardo dei protagonisti, che sfidano distanze continentali cercandosi nell’oltre del fuori campo (come
succedeva, insistentemente, in Non desiderare la donna d’altri), o il puntuale utilizzo del leitmotiv musicale, che funge da elemento di raccordo, sembrano voler gettare una naturale prosecuzione tra le due dimensioni della messa in scena, facendo dell’una la cassa di risonanza dell’altra. (...)
(Lorenzo Donghi - Cineforum)

Proiezioni

Torna alle proiezioni

Home · Contatti
© Cinecircolo Acquabella 2010