Il responsabile delle risorse umane (2010)

Un film di E. Riklis – Germania/Francia/Israele, 2010

Con Mark Ivanir, Gila Almagor, Julian Negulesco, Irina Petrescu, Guri Alfi

L’ennesimo attentato scuote il centro di Gerusalemme. Tra i cadaveri c’è quello di una donna senza documenti. I suoi resti giacciono per oltre una settimana nell’obitorio senza che nessuno chieda di lei. Della sua vita si sa solo che si chiamava Yulia, che era arrivata da poco in città e che lavorava in una fabbrica. Non potendo accusare altri, la stampa israeliana si lancia in un linciaggio mediatico nei confronti dell’azienda per la quale lavorava, rea di non essersi interessata della sua assenza. Per dimostrare che i suoi datori di lavoro non hanno avuto una crudele mancanza di umanità, il responsabile delle risorse umane deve rimediare al danno. Il suo compito sarà quello di riportare il corpo della ragazza al suo paese di origine in un viaggio che lo costringe a confrontarsi con il lato più profondo del suo animo per trovare lo stimolo per continuare a vivere.

Critiche:
(La scheda contiene riferimenti alla trama)Dal romanzo omonimo di Yehoshua, il regista di Il giardino dei limoni e La sposa siriana trae un’opera “impegnata”. Che sfocia, però, in un simbolismo piuttosto risaputo e non arriva alla lucidità d’analisi a cui aspirerebbe. È troppo facile presentare un protagonista che, sì, è colpevole di non essere aggiornato sui dipendenti di cui sarebbe responsabile, ma in realtà nemmeno del tutto. Infatti del licenziamento dell’immigrata vittima del terrorismo non è mai stato informato, inoltre viene manipolato dalla proprietaria, che cerca di fare di lui un capro espiatorio mediatico, ed è dunque una vittima a sua volta. Si aggiunga poi come il giornalista che indaga la spinosa faccenda dell’operaia
morta e dimenticata dall’azienda, sia poco più della macchietta di un avvoltoio (tanto è vero che mangia voracemente in situazioni funebri). L’odissea del corpo da riportare nella spettrale Romania sfocia nel filone on the road, con consuete prese di coscienza e incidenti di
percorso che trasformano un carro armato in carro funebre, perché in fondo portano entrambi la morte. La disumanità del sistema produttivo passa così in secondo piano, e ci si rifugia in più sicuri territori intimistici, non senza mestiere ma nemmeno con convincente passione.
(Andrea Fornasiero – Film Tv)

Grande libro, film a metà. Tratto dal romanzo di Yehoshua(Einaudi), “Il responsabile delle risorse” umane ci ricorda i rischi nascosti in ogni adattamento. La prima parte, quella in cui scatta il meccanismo che fa
cadere il mondo addosso al protagonista, è un incanto […] Certo, un
incipit così potente è un
problema. C'è un mistero (il cadavere dilaniato di una donna senza documenti che giace all'obitorio senza che nessuno lo rivendichi per una
settimana). C'è una colpa, minuscola e cosmica, metafora di Israele e dei suoi affanni (brutto segno se nemmeno i datori di lavoro hanno notato l'assenza di quella lavoratrice immigrata). E un pugno di personaggi disegnati con delicatezza e maestria […] Ma peripezie,
impedimenti, incontri on the road, sono troppo "telefonati" per emozionare davvero. […] Come succede a volte ai film troppo scritti. Anche se sono scritti benissimo.
(Fabio Ferzetti – Il Messaggero)

Inizia come un poliziesco, con il detective che porta sulle spalle il peso di una vita un po' malandata e che non mollerà il caso finché non lo avrà risolto. Ma non si tratta di un giallo, siamo in un grande panificio che serve tutta Gerusalemme e il mistero lo deve risolvere il
Responsabile delle risorse umane. È un termine che avrà certo colpito lo scrittore Yehoshua per la sua irresistibile involontaria comicità, tanto da farne un romanzo, da cui Eran Riklis (li giardino di limoni, La sposa siriana) ha tratto il film con un gusto altrettanto vigile per gli aspetti assurdi della vita: «non un bizzarro divertente, ma
bizzarro triste», si dice nel film, ma si procede con un gusto del racconto di non comune sottigliezza, dove la gamma delle vicende umane e delle situazioni non sfugge all'ironia del regista. E l'uomo si troverà a diventare in tutti i sensi «responsabile» non solo di
assunzioni e licenziamenti, tagli e ottimizzazione, ma di un sostegno che ci porta in un ambito di umanesimo e fratellanza. Si farà carico di una sua operaia fino a conoscere ogni aspetto della sua vita e sopportare qualunque difficoltà per compiere la sua missione. In un
attentato al mercato di Gerusalemme muore un'addetta alle pulizie del panificio e il corpo resta per una settimana all'obitorio senza che si conosca la sua identità. La stampa si scatena, monta uno scandalo per
l'insensibilità dell'azienda che non si cura dei suoi impiegati, fino a raccontare i fatti privati del Responsabile delle risorse umane, compreso il suo divorzio. La proprietaria non può permettere che si parli così della sua azienda e per riparare all'accusa di insensibilità impone al Responsabile di risolvere il caso, fino a riportare il corpo alla sua famiglia, all'estero. Si tratta infatti di una rumena, ingegnere, immigrata e assunta come donna dèlle pulizie, di una bellezza che colpisce anche dopo morta, tanto che nel romanzo si
sottolinea un'ossessione sottile, come di fascinazione impossibile tra il protagonista e quella che ormai è un'assenza. Riklis nel viaggio che fa compiere al suo protagonista rende palpabile l'importanza di quella sparizione, nella memoria, nella lontananza e sempre di più ci fa cogliere il senso di una vita che come tante in questi ultimi anni sembra non contare niente, morti anonime di tutte le guerre e attentati, di tutti gli attraversamenti del Mediterraneo e dei deserti e quanto ogni essere umano sia prezioso e possa ancora incidere
sulla vita di chi resta sulla terra. Fino a toccare la sacralità delle esequie. Il figlio rimasto in Romania, l'ex marito, la madre: sono tutti incontri che ci spalancano mondi e speranze, problemi e dolori e su tutti spicca la determinazione di quella donna che vedeva nel suo
viaggio all'estero una possibilità di vita migliore: la sua volontà anche se non può più esprimerla è così forte che sarà rispettata. L'interprete, Mark Ivanir, un attore che lavora a Hollywood (Csi, Law and Order) è di origini ucraine, ha sempre vissuto in Israele dove ha fatto il servizio militare per poi diventare clown e fondare una
compagnia teatrale diventata famosa, chiamato infine da Spielberg per Schildler's List e The Terminal.
(Silvana Silvestri – Il Manifesto)

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