Il tempo che ci rimane (2009)

Un film di E. Suleiman – Belgio/Francia/Italia/USA, 2009

Con Elia Suleiman, Saleh Bakri, Ali Suliman, Amer Hlehel, Menashe Noy, Nati Ravitz, Lotuf Neusser, Avi Kleinberger, Ziyad Bakri, Ehab Assal, Alon Leshem, Lior Shemesh, Daniel Bronfman

Nel 1948, la costituzione dello Stato d’Israele provoca la confisca dei territori palestinesi. Fuad Suleiman (il padre del regista), un giovane arabo che abita a Nazareth insieme alla propria famiglia, combatte nelle file della resistenza palestinese, ma viene catturato dai soldati israeliani. Molti anni dopo, nel 1970, Fuad torna a Nazareth insieme alla moglie e a loro figlio Elia, un bambino che si trova a crescere in un paese diviso. Quattro episodi semiautobiografici, ispirati ai diari privati del padre e alle lettere della madre, per ritrarre la vita quotidiana di quei Palestinesi che decisero di restare in Israele e furono etichettati come 'Arabi Israeliani', vivendo da stranieri nella loro stessa patria.

(La scheda contiene riferimenti alla trama)
Un non luogo dove non cambia mai niente, una comunità (un popolo? una minoranza?) che nessuno riconosce e che non si riconosce, un tempo che ripete ossessivamente non sense. Ci si perde con queste coordinate. Il taxi che nel prologo dovrebbe condurre a casa l'opaco passeggero sullo sfondo (l'anonimo viaggiatore è lo stesso Elia Suleiman che diventa però
personaggio,attore e sguardo solo dopo il titolo) sembra muoversi nel nulla, tra i muri d'acqua di un improvviso temporale e le luci di desolate autostrade notturne. Di fronte allo spaesamento non resta che fermarsi ed aspettare, almeno per il tempo che rimane. Tutto il film
diventa a questo punto il veicolo dei ricordi, dei pensieri, delle osservazioni che vanno e vengono nel silenzio spaesato di una presenza -quella del regista che ritorna - senza aspettative, convinzioni ,attaccamenti: a Nazareth, dove permane da sempre una calma mortale. Una città "risparmiata" nel 1948, ai tempi della guerra e del grande esodo di Palestina, e che gli Haganah, le forze paramilitari israeliane, scavalcarono nella loro conquista del Nord per volontà di un Ben Gurion timoroso che "le campane delle sue chiese suonassero in Vaticano". Nessun tono epico nella rievocazione, sulla base dei diari paterni, di quei fatti: il gruppo di giovani resistenti, con il padre Fuad costruttore clandestino di fucili, seduto al bar della piazza che assiste straniato all'arrivo dei soldati israeliani e dei combattenti filopalestinesi, alle razzie, alla propaganda che piove da un aereo che sembra di cartone sul profilo di una scabra montagna, alle brutalità
degli occupanti, alle frettolose partenze dei più agiati, o alla timorosa accettazione delle nuove regole da parte dei notabili. C'è il sole e la brezza a Nazareth e tutto sembra scorrere pigramente nelle
case nascoste agli sguardi esterni da alti muri di pietra da cui fanno capolino i tralci dei capperi e i gerani; superati gli antichi portali si rivelano giardini ombreggiati di cui sembra d'avvertire il profumo insieme al gorgoglio dell'acqua delle vasche. Eppure la vita ha abbandonato quei luoghi, le suppellettili preziose, le tavole imbandite,
e gli spari qualche volta vanno a segno. Sotto grandi ulivi uomini bendati in ginocchio aspettano l'esecuzione; Fuad conta fino a dieci con una pistola puntata alla tempia per essere poi massacrato di botte e gettato nel burrone, ma lo sguardo coglie il gesto compassionevole
di una suora cattolica che offre da bere ai condannati e l'orecchio è incantato dal cinguettio degli uccelli e dal fruscio delle chiome mosse dal vento. Venti, trenta, cinquanta anni dopo, nei capitoli che si susseguono, segnalati dalle dissolvenze a nero e sottolineati dalle
variazioni nella colonna sonora che si avvale soprattutto delle canzoni popolari amate dai genitori del regista e dalle lettere che la madre scrive ai parenti profughi in Giordania, a Nazareth, tra i palestinesi rimasti dopo il '48, resta lo stesso disincantato stupore di fronte a
un'assimilazione forzata e a una persecuzione mascherata: l'assurdo di una scuola arabo palestinese che ottiene il primo premio per il miglior coro ebraico; il grottesco di un insegnante che non ammette accenni
all'America imperialista e capitalista, il tragicomico di una pattuglia israeliana che meccanicamente e ripetutamente squarcia con potenti fari la notte dei due pescatori nazareni; il paradossale di un vicino recidivo ubriacone e aspirante suicida che farnetica lucide folli
teorie sull'occupazione. E intanto continuano le perquisizioni, le denunce, gli ordini di espulsione insieme alle manifestazioni e agli scontri: ambulanze e camionette arrivano con stridore di sirene all'ospedale e, sotto lo sguardo impietrito del giovane Elia che
accompagna il vecchio padre malato, una barella che trasporta un ferito scorre avanti e indietro nel corridoio illuminato e punteggiato dai finestroni-fotogrammi, contesa da soldati e medici in una rincorsa tra guardie e ladri che ricorda le comiche del muto. Inquadrature fisse,
quadri compositivi simmetrici e teatrali, sguardi che si moltiplicano nelle cornici di finestre e di porte, per evidenziare con il linguaggio della rappresentazione la distanza, per smorzare l'emozione di un sofferto vissuto personale, per affrontare senza sensazionalismi la
violenza. Lasciando parlare il silenzio, vera arma al cinema di resistenza e di sovversione. Quasi per paura di esplodere, di mostrare il lato oscuro, di avventurarsi in territori sconosciuti e di essere trascinati nel caos. La Nazareth di oggi, ultimo atto con la digressione a Ramallah del viaggio di Elia Suleiman in un posto che
non c'è per un popolo che non c'è, che tenta con scarso successo la carta della meta turistico-religiosa, è una cittadina che sembra vivere le stesse contraddizioni della globalizzazione che riguardano ogni altro luogo del mondo. La calma mortale di sempre ha adesso il volto
inebetito di una madre che non parla, non riconosce, non accetta alcun contatto con il figlio e che in una inconsapevole rivolta si gira dall'altra parte di fronte allo spettacolo pirotecnico che si offre in una notte che non ricorda né bombe, né missili, né intifade. Inconsapevole apatia (o caparbia resistenza) che accomuna gli abitanti
di Ramallah alle prese con pattuglie armate che gridano ordini, che intimano coprifuochi, che seguono i movimenti di cittadini senza cittadinanza, sia che si tratti di una madre con carrozzina che passeggia imperterrita fra i soldati, sia che si tratti di un giovane che indifferente parla al cellulare mentre un tank punta su di lui, o di una folla di ragazzi che fanno le ore piccole in discoteca senza prestare ascolto agli annunci minacciosi degli altoparlanti. Senza alcuna lezione di Storia da impartire, con la consueta vena di outsider della cinematografia e dell'ideologia, con la sua maschera surreale di un Keaton ritrovato, Suleiman, dopo Intervento divino (2002) Gran premio della Giuria a Cannes, ritorna a immergere il suo sguardo dentro un passato e un presente in cui s'intrecciano vicende intime e politiche nella ricerca di un posto sulla terra; e se il volto della madre inquadrato in chiusura nel letto d'ospedale esprime un disperante vuoto solo in parte colmato dal ricordo (le vecchie mani strappano i tubicini che la imprigionano e stringono la foto dell'adorato marito), Elia, accantonato il sogno di valicare il Muro armato soltanto di una lunga pertica, rimane attonito a guardare una brulicante umanità ormai ignara dell'identità perduta.
(Daniela Zanolin - Segnocinema)

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